Palazzi Storici - Gallipolinweb
lunedì , 20 agosto 2018
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Palazzi Storici

Forse non tutti ne sono a conoscenza, ma nel cuore del centro storico di Gallipoli non vi sono solo chiese ma anche tantissimi palazzi e dimore di origine rinascimentale e barocca, molti di questi erano in mano a delle nobili famiglie. La maggior parte dei testi sono di Elio Pindinelli

Palazzo Assanti-Aragona: Il palazzo si trova in via Giuseppe Ribera nel centro storico della città ed appartenne ad una delle più nobili famiglie del 1500; l’esistenza della famiglia è attestata già nel XII secolo dallo scrittore ed abate gallipolino Francesco Camaldari. I committenti dello stabile furono Angelo Assanti e Antonio; ad uno di questi andò in sposa una fanciulla proveniente dalla famiglia Aragona così come lo dimostra lo stemma posto sul lato sud-est; passò in seguito al De Tomasi il quale sposò l’ultima superstite degli Assanti, Antonia. Per successione la proprietà andò al figlio Filippo, nato a Gallipoli, che ricevette nel 1709 il titolo di Conte. Fu Vincenzo Gallo magistrato, letterato e archeologo famoso per la stesura di un’opera storica sulla vera forma della croce di Gesù Cristo. Caratteristica del palazzo è il frantoio ipogeo scavato completamente nella pietra.

palazzo_balsamoPalazzo Balsamo: Fu ristrutturato ed ampliato nel XVIII secolo su di un originario impianto cinquecentesco, di cui sopravvive, assieme a qualche finestratura ad arco baccellato, un ampio portale catalano-durazzesco.Appartenuto alla famiglia dei baroni Balsamo, il palazzo ha sviluppato, lungo l’asse viario centrale del borgo antico che si collega dal Duomo al Castello, un ampio prospetto fine-strato, tipicamente caratterizzando, in una stupenda fuga prospettica, uno dei più affascinanti angoli di Gal-lipoli, prospiciente il settecentesco palazzo del Seminario ed in collegamento urbanistico con l’antica piazza dei mercanti ed il palazzo comunale.Dal maestoso portale Ca-talano-du-razzesco, fu costruito nella prima metà del ‘500, di cui, superstiti avanzi sono leggibili nella volta lunet-tata e nell’atrio d’ingresso, nonché nelle paraste con elegante centinatura modanata ad ovoli leggibile nelle tre finestrature centrali di prospetto, sul portone d’ingresso, realizzate secondo un gusto pro-tobarocco tipico dell’epoca e già applicato nelle paraste di scansione della navata della chiesa di San Francesco e nel portale d’ingresso della Chiesa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo delle Cla-risse, oggo Oratorio di S. Giuseppe.

palazzo_brigantiPalazzo Briganti: Lo stabile sorge ad angolo retto e presenta due stili diversi poiché esso fu costruito in due epoche diverse (1500-1700); qui nacquero Tommaso, Domenico e Filippo Briganti, giurisperiti molto conosciuti in quel tempo; la loro nascita è testimoniata da una targa affissa dal Comune della stessa città. L’interno era ricchissimo di decorazioni, ma oggi di tutto questo è rimasto ben poco. Tuttavia sono ancora osservabili decorazioni con stucchi, porte in legno intarsiato, un altare incassato posto in una camera da letto con due ante, chiudibile a mo di armadio. Nei sotterranei si trova un frantoio, la cui entrata è posta in via Angeli: esso è scavato nel banco di roccia calcarenitica (tufo) e serviva per la produzione di olio. Fino agli anni ’80 del 1900 era ospitata nei locali una scuola elementare.

palazzo_caloPalazzo Calò: Ai Calò appartenne il palazzo di recente restaurato e destinato a moderna pensione affacciantesi sul porto, e per ultimi di tal nobile identica casata Silvio e Fausto di Maurizio lo possedettero nel XVIII secolo. Silvio Calò fu coniugato con Margarita Rovito di Oronzo da Ugento cui si unì in matrimonio il 14-6-1711 All’architetto leccese Emanuele Manieri, figlio del più noto Mauro, va attribuito un qualche intervento in fase di ristrutturazione del Palazzo di Silvio Calò, per la chiara grafia espressa nelle sagomature e nelle profilature delle porte e delle finestre del cortile di ingresso. Ristrutturazione che deve aver voluto Emanuele De Pandis di Mattia che aveva sposato il 3-3-1731 un’altra Rovito, Lugrezia di Giovanni, fin dall’infanzia cresciuta in casa dei Calò. Morto il 1760 Silvio, Emanuele De Pandis era divenuto proprietario dei beni, passati al superstite fratello Fausto, che fu prete e si riservò vita natural durante il semplice usufrutto, come chiaramente appare per due atti rogati da Notar Giuseppe Piccioli, l’8-7-1762 e il 13-12-1763.

palazzo_dacugnaPalazzo D’Acugna: Fu dimora del capitano spagnolo Francisco D’Acugna che, nel 1625, volle dedicare al regnante spagnolo Filippo IV una lunga iscrizione ancora leggibile al fronte del palazzo. Passò, successivamente, in proprietà della famiglia Granafei. Il palazzo fu verosimilmente costruito dalla famiglia gallipolina dei Demetrio, cui appartenne la moglie di Pietro D’Acugna dei Marchesi di Sant’Elena, qui accasatosi nel XVI secolo. Rientra nella serie tipologica dei palazzi cinquecenteschi di chiara derivazione strutturale fortificata, con portale durazzesco molto simile a quello di Palazzo Balsamo, mentre la finestratura rinascimentale richiama quella di Palazzo Pirelli. Notevole nell’androne un arco a goccia montato su plinti con elegante modanatura baccellata a treccia. Postumi i balconi che hanno alterato l’austero fronte finestrato ed in parte reciso la lunga iscrizione spagnola. Prospetta sull’edificio ottocentesco del Museo comunale. Al di sotto di questo palazzo vi sono i due frantoi ipogei recuperati a cura dell’Associazione Gallipoli Nostra.

palazzo_dospina2Palazzo D’Ospina: L’architettura civile risale al XVII secolo e fu ristrutturato e abbellito con stucchi veneziani dai De Pace; nacque qui infatti, l’eroina e infermiera ormai molto conosciuta Antonietta De Pace, figura portante del Risorgimento. Ebbe l’onore di entrare a Napoli con Giuseppe Garibaldi nel 1860. Nel 1774 fu acquistato dai D’Ospina famiglia nobile di origine spagnola e fu ristrutturato notevolmente dal commerciante Giovanni De Pace.

palazzo_de_tomasiPalazzo De Tomasi: Lo stemma araldico della Famiglia de Tomasi è d’azzurro al leopardo d’oro posto sopra un monte di tre cime al naturale movente dalla puntala punta, sovrastato da un rastrello a sei denti e quattro gigli.

palazzo_del_capitoloPalazzo del Capitolo: Il Palazzo del Capitolo è del XVIII secolo. Fu commissionato dal Capitolo della Basilica pontificia Cattedrale di Gallipoli nel 1730 all’architetto Preite, il quale progettò il palazzo Doxi e il palazzo del Seminario. Per 1030 ducati realizzò il progetto. Il palazzo passò in mano alla famiglia Portone che, nel 1926 lo rimodernizzò e ristrutturò l’interno. Caratteristica è il mignano, un elemento architettonico prettamente salentino; esso non è altro che un palco sospeso che si affaccia sulla strada. Su di esso rimane oggi il bello stemma delCapitolo, che rappresenta il sacrificio della santa protettrice di Gallipoli con una tronchesina che fa riferimento al martirio ; sono presenti dei rami di palma, simbolo di gloria.

palazzo_seminarioPalazzo del Seminario: A compiere l’idea, espressa nel 1624 da Mons. De Rueda, della costruzione di un Seminario diocesano secondo le prescrizioni dettate dal Concilio di Trento, fu il vescovo Serafino Brancone grazie alla devoluzione a tale scopo delle disposizioni testamentarie dettate dal sacerdote Biagio Sansonetti per la fondazione di un Istituto per le Scuole Pie in Gallipoli. Alla costituzione del Seminario contribuì il Comune, con l’istituzione di un’annua pensione di 300 ducati e la devoluzione dei beni appartenuti alla soppressa abbazia basiliana di S.Mauro. Il 16 marzo 1752, si pose la prima pietra di costruzione, per opera del mastro Adriano Preite da Copertino cui si attribuiscono anche i disegni di progetto. L’opera risulta compiuta nel 1756 ed ufficialmente inaugurata nel 1760 da mons. Ignazio Savastano che ne aveva affidato la direzione al fratello, il Padre gesuita Francesco Saverio. Il fronte del seminario, realizzato in carparo, esibisce modanature e fregi della elegante finestratura barocca replicati negli stessi anni nel primo ordine del palazzo Doxi. All’interno conservava la semplice ed austera cappella dedicata alla Vergine Immacolata con il bel dipinto dell’altare realizzato dal pittore murese Liborio Riccio che dipinse anche un S. Luigi e di S. Francesco Saverio. Nel Seminario ebbe sede per qualche tempo, fino al 1898, il museo comunale di Gallipoli. È oggi sede del Museo diocesano.

palazzo_doxyPalazzo Doxy: Fu costruito attorno agli anni sessanta del XVIII secolo da Domenico Doxi in “luogo detto la scalella giusta le case di Sebastiano Micetti e del Sacerdote D. Francesco Antonio Briganti”; casa ove egli abitava e che ampliò su di un comprensorio che acquistò dai Frati di San Francesco.Rappresenta un significativò esempio di edilizia barocca dal leggibissimo ruolo urbanistico di apertura verso l’esterno stradale della dimora nobiliare.In dipendenza di quegii interessi fu il palazzo ideato e voluto, con l’accento soffermato sulla sequenza dei motivi architettonici variamente assortiti, assemblati soprattutto nella realizzazione delle vaste e numerose finestrature su due ordini differenti e della balconata mensolata, nella funzione chiaramente espressa, che fu già del cortile, di dare luce ed aria agli ingressi ed alla scala che «chiude uno spazio aperto verso il cielo nel quale gira comodamente».Anche la firma del costruttore è chiaramente leggibile, soprattutto negli elementi architettonici costituenti le finestrature del primo ordine, che richiamano esplicitamente quelle del secondo del seminario innalzato, tra il 1752 ed il 1756, da Adriano Preite da Copertino.Al XIX secolo invece rimanda il lungo balcone, soprattutto per le caratteristiche delle mensole su cui poggia il piano di calpestio realizzato in ardesia di lavagna, che collega in sequenza le finestre del primo ordine.Il palazzo fu proprietà, nei primi anni del XIX secolo, di Vito Valentini, passato poi per compera a Rosario Fontò da cui pervenne, per successione, alla famiglia Fontana, cui attualmente appartiene.

Palazzo Episcopale: Il Palazzo vescovile è attiguo alla Cattedrale di Gallipoli . Il vescovo Massa nel 1652 fece demolire la struttura preesistente in quanto in stato fatiscente e, nel 1700, il vescovo Oronzo Filomarini lo abbellì di suppellettili, mobili pregiati, tele e affreschi realizzati dall’artista gallipolino Michele Lenti. L’edificio è ampio, magnifico e disposto in tre grandi piani e dispone di un giardino e di una cappella privata del vescovo. Nel corso degli anni vi hanno fatto visita sovrani e personalità eminenti del panorama politico e religioso. È doveroso citare la visita svolta nel 1844 da re Ferdinando II con la consorte Maria Teresa d’Austria. In passato ha ospitato diverse istituzioni scolastiche, tra l’attuale Liceo Quinto Ennio.

palazzo_fontanaPalazzo Fontana: Su via Miceti si erge imponente palazzo Fontana, così definito dal nome degli attuali proprietari. Commissionato da Domenico Doxi nel XVIII secolo, rappresenta un significativo esempio del barocco presente in città. Caratteristica dell’edificio è il frantoio ipogeo.

Palazzo Granafei: Il Palazzo Granafei secolo XVI, (con epigrafi relative al dominio spagnolo)

palazzo_monittolaPalazzo Monittola: Palazzo Monittola risale ai primi anni del XVII secolo. Era di proprietà del fisico Orazio Munittola, proveniente da Morciano. Lo stemma della famiglia è composto da un tronco con i rami spezzati su cui poggia un cardellino. Alla destra dello stemma è posta una stella d’argento. Il portone di ingresso è dominato da elementi che richiamano al mondo greco, come le metope e colonne doriche-romaniche. Ha quattro paraste di orgine dorico su cui poggia una trabeazione, costituita da architrave, fregio e cornice.

palazzo_muzioPalazzo Muzio: Il lunghissimo prospetto si sviluppa tra via Micetti e Via Carlo Muzio e si articola in nove aperture finestrate al piano nobile e cinque sul lato di via Celso tutte sormontate dal medesimo parapioggia dal profilo particolarissimo e probabilmente costruito con l’uso di una ingegnosa geometria combinatoria. Di impianto secentesco ha subito una radicale ristrutturazione nel corso del XVIII secolo. La persistenza in facciata dei parapioggia, infatti, deriva da un’interruzione forzata di un progetto di ristrutturazione dell’edificio: così farebbe pensare l’interessante portale in stucco, tipologicamente da assimilare a quelli di palazzo Romito (1751-1770) e di palazzo Pasca, il cui asse è spostato rispetto alla soprastante apertura. Strutturalmente diviso in due comparti comprendeva un palazzo grande con 30 membri ed un palazzo piccolo di 13 membri, quest’ultimo con ingresso di fronte al monastero di Santa Teresa, in cui esiste la cappella di famiglia. Appartenne alla nobile famiglia dei Muzio, altrimenti detta Muzj o Muzy, che ha dato a Gallipoli, tra il 1511 ed il 1732, numerosi Sindaci. Questa famiglia imparentò che le maggiori case nobiliari di Gallipoli. La famiglia ritenne con Giangiacomo e i suoi discendenti per qualche tempo il doppio cognome Muzj-Lazari per successione nei beni del fratello per via materna Giangiacomo Lazari, che molto aveva impiegato dei suoi averi per la costruzione della Cattedrale di Gallipoli ed il rifacimento dell’acquedotto cittadino. In questo palazzo nacque Carlo Muzj che fu Presidente della Regia Camera della Sommaria e vi abitò per qualche tempo, avendo sposato Teresa Muzj,  il celebre critico e teorico dell’arte Francesco Milizia, autore tra l’altro di numerose opere tra cui:  Principi di architettura civile; Dizionario delle belle arti del disegno;  L’arte di vedere nelle belle arti;  Memoria degli architetti antichi e moderni. Per successione il palazzo grande pervenne alla famiglia Bortone mentre quello piccolo è tuttora posseduto dai fratelli Giuseppe e Alessandro Muzio.

palazzo_pantaleoPalazzo Pantaleo: Alle sorelle Agata, Benedetta e Massimilla Mongiò di San Pietro in Galatina era pervenuta la proprietà di questo palazzo per il matrimonio, celebrato il 30-3-1699, di Giovanna Mongiò con Francesco Oronzo Pantaleo dei baroni di Oleastro, qui giunti da Taranto e Nardò con Giuseppe, accasatosi con Lucrezia Zacheo, vivente il 1742 altro Francesco che del palazzo abitava il quarto superiore, povero in canna con una miserrima rendita di appena 18,3 ducati annui. Questo palazzo, di cui non si conoscono i precedenti passaggi di proprietà, fu costruito nel XVI secolo al cui periodo risale il portale di influenza catalano-durazzesca ed una volta festonata a piano superiore. Ai primissimi anni del XVIII secolo invece ci rimanda la balaustrata, montata su graziose mensole sull’angolo destro di prospetto, con colonnine barocche ripetute lungo la rampa delle scale nel cortile di ingresso. Ne possedette la proprietà, nei primi anni del XIX secolo, il Principe Luigi Dentice di Napoli, la quale alienava, per contratto 22-1-1814, al commerciante napoletano Gaetano Palmentola che vi stabilì la propria abitazione e casa di commercio oleario, e in cui più tardi ebbe sede il Vice Consolato del Regno di Svezia e Norvegia, di cui divenne titolare, con, patente del 26-3-1877, il figlio suo Vincenzo.

palazzo_pascaPalazzo Pasca-Raymondo: L’attuale palazzo, che oggi appartiene agli eredi del sac. Sebastiano Verona, raggruppa un comprensorio di case appartenuto alla famiglia Pernetta da cui passò in proprietà al canonico Francesco Saverio Pasca e a suo fratello Michele che vi ebbero, dal 1844, un privato oratorio con facoltà di celebrare messa. La Famiglia Pasca, s’imparentò con i Rossi di Positano, i Ravenna, ed i Vinci di Parabita. Nei Pasca si estinse la famiglia nobile dei Raymondo che possedette l’attuale palazzo Zacà in Via A. De Pace. Il palazzo esibisce un’ampia balconata montata su robuste mensole, ed un sobrio disegno, tardo barocco del portone d’ingresso e della finestratura conseguente ad un intervento di ristrutturazione operato nel primo trentennio dell’800. Erroneamente una recente lapide affissa sul prospetto ricorda l’eroina risorgimentale Antonietta De Pace che ebbe i natali nel palazzo D’Ospina.

palazzo_pirelliPalazzo Pirelli: Esibisce finestrature classiche con bel portale e loggia barocca al fronte che s’affaccia sul Duomo. Monumentale per la sua imponenza architettonico-volumetrica il palazzo è prospetticamente definito ad angolo da una maestosa colonna in carparo sor montata da un’antica palla da bombarda in pietra selce. Su via Antonietta De Pace e di prospetto all’attuale Municipio, già palazzo Rocci, si apre l’antico portale cinquecentesco di derivazione catalano-durazzesca. Da ammirare l’interessante soffitto dell’antico ingresso del palazzo che, trasformato dall’800 in locale farmacia, il cui arredamento è sopravvissuto per le amorevoli cure degli attuali proprietari Arlotta-Provenzano, conserva la originale decorazione lapidea a festoni, con mascheroni e formella centrale in chiave mitologica, raffigurante la dea Minerva armata con il gallo sacro, la Fortuna con il corno dell’abbondanza ed il timone. Il palazzo appartenne alla nobile famiglia Pirelli, estintasi con Pasquale nel XVIII secolo.

palazzo_pizzarroPalazzo Pizzarro: Ad Aloisio Pizzarro, figlio di Benedetto Governatore della Città negli anni 1700-1701, qui rimastovi “con moglie e figli negoziandosi il denaro con varie industrie”, dovette appartenere, fin dopo la prima metà del XVIII secolo, il palazzo, che fu poi di Maria Teresa Cacciatore vedova di Vincenzo de Massa, di Girolamo, che lo alienò per contratto del 28.4.1848 a favore di Antonio Perrella, negoziante nato a Positano e qui stabilitosi e accasatosi con Teresa Romito. Il palazzo che è situato sulla via già intitolata Statila, oggi Corrado Spagna, dal nome di un eroico medaglia d’argento morto sui campi di battaglia della I Guerra mondiale alla cui famiglia era appartenuta la proprietà ai primi anni del ‘900, è interessante poichè esibisce un portale rinascimentale a semi colonne bugnate con trabeazione dorica montato su di una cordonatura a toro appartenuta verosimilmente ad un precedente portale durazzesco. E’ opera certamente derivata da canoni rinascimentali Vignoleschi databile ai primi anni del ‘600 di cui alcuni esempi ancora superstiti in provincia con i portali dei palazzi Dellanos a Galugnano, Brancaccio a Ruffano nonchè con altro anonimo nel centro di Torrepaduli. Il palazzo fu ristrutturato nel XVIII secolo, forse in concomitanza del passaggio della proprietà ai de Massa, con la costruzione della scalinata di accesso lungo il muro di prospetto, su cui venne realizzato il bel balcone barocco dalla robusta sagomatura con loggia aprentesi sul ballatoio di ingresso a primo piano. È oggi proprietà Borsci.

palazzo_ravenna2Palazzo Ravenna: Uno dei più prestigiosi esempi di edilizia neo classica, di committenza borghese, costituisce il palazzo Ravenna, che Giovanni fu Bernardo elevò, su disegno dell’architetto gallipolino Gregorio Consiglio, attorno alla prima metà dell’800. Al 27-6-1830, infatti, data l’alienazione a suo favore fatta da parte del Decurionato cittadino della corte, detta delle matarazzene, su cui si affacciavano, ultimo quello acquistato proprio quell’anno dallo stesso Giovanni dal Monastero di Santa Teresa, molti comprensori di case ereditati dal pingue asse patrimoniale di Bartolomeo, cui erano pervenute, per acquisto, la dimora del barone Rocco Piccioli e le case, con essa confinanti, che Lucia Crisigiovanni aveva lasciato alla nipote Maria, figlia naturale di Nicolò Crisigiovanni, portate in dote a Stefano Ravenna, genovese, suo marito. Dall’architettura monumentale definita su canoni neoclassici di derivazione inglese con partiture neodoriche, ha un ampio cortile da cui sul fondo prospettico scandito da archi e colonne si diramano due rampe di scale che si svuluppano su tre livelli. Proveniente da Lavagna in Liguria annovera tra i suoi avi Bartolomeo autore delle Memorie istiche e Giovanni deputato per Campi nella XXIII legislatura.

palazzo_rocciPalazzo Rocci: Alla famiglia Rocci appartenne gran parte dell’isolato, che da essa prese la denominazione, circoscritto dalle via A. de Pace, via Sant’Angelo e via Garibaldi e comprendente l’attuale sede comunale e l’ex palazzo Arlotta. Nel catasto del 1742 l’intera proprietà è registrata in testa a Gaetano, Giovanni, Felice, Sancio. Giuseppe Rocci, che aveva sposato una di casa Sylos, alienava il 1772 porzione di proprietà, “consistente in cortile con alcuni bassi lamiati scala maggiore, che conduce sopra una sala, tre camere ed una cucina con solaro di sopra e con trappeto in ordine sotto dette case, con tutti l’ordegni necessari per triturar l’olivi, e con rimessa sotto della medesima casa” ricadente su Via S. Angelo e confinante col “Palazzo dove egli abita per scirocco, col palazzo dei Sigg. fratelli D ‘Ospina per ponente, strade pubbliche per tramontana e levante ed altri confini”, a Girolamo De Massa. Dovizioso fu l’arredo del palazzo di Giuseppe Rocci dettagliatamente descritto alla di lui morte per atto pubblico rogato per Notaio Piccioli il 2.1.1779 con Galleria “con intempiatura e friso attorno, intempiatura di tela, con 4 quadri grandi di 6 in 4 con comici indorate con pitture rappresentanti l’istorie del Tasso; 8 quadri di 3 in 2 con comici indorate 2 con pitture di battaglie, e 6 con istorie sacre, 8 quadri piccoli.., con comici indorate, con pitture un personaggio cadauno, ed altri 4 simili più grandi con pitture di fiorami; 4 quadri bislunghi sopra porte, altri 4 piccoli con comici indorate con 2 teste e 2 santi ” con oltre altri 70 quadri distribuiti in più di 13 stanze con cappella e ” loggia scoverta con colonne, ed alveari ” solari, cantine e trappeto. La proprietà di Gaetano passò in eredità ai Manieri di Nardò, per il matrimonio di Teodoro con Isabella, quindi agli Arlotta che fecero costruire l’attuale prospetto neoclassico su via Garibaldi. I beni di Felice e Sancio Rocci pervennennero invece, per compera, a Nicola Doxi-Stracca la cui moglie Francesca Storti, in seconde nozze, li portò in dote al cavaliere Bonaventura Luigi Balsamo il quale ultimo fece dare al comparto un moderno aspetto architettonico palazzato. Fu ampiamente rimaneggiato e ristrutturato sul finire dell’800 dopo l’acquisto fattone dal Comune di Gallipoli da Pasquale Personè ultimo proprietario, con atto del Notaio Domenico Mazzarella del 26-6-1887

palazzo_romitoPalazzo Romito: Fu eretto dalla famiglia dei Romito attorno al 1760 quale prestigiosa sottolineatura, in un contesto urbano e sociale, di un preminente ruolo di casta nobiliare, dimensionando e prospettando il fronte barocco, di ascendenza romano-berninesca, sull’ampio slargo del secentesco palazzo Venneri. La soluzione urbanistica adottata al momento della sua costruzione ha fatto di questo suggestivo angolo di Gallipoli, amorevolmente racchiuso tra angusti e sinuosi vicoli medioevali, un punto di riferimento significativo per chi voglia appieno cogliere il senso del rapporto intimo tra spazio urbano ed attività umana nel contesto particolarissimo di una città-fortezza. L’architettura di questo palazzo tradisce, soprattutto per l’inserimento dei quattro mezzi busti tra i semifrontoni architravati delle porte finestre del piano basso e al sommo delle colonne che inquadrano il bugnato del portale, un intervento diretto in fase di progettazione dell’architetto leccese Emanuele Manieri, che nel 1758 aveva realizzato in Lecce la sistemazione del palazzo episcopale. Passato nella proprietà dei De Pace dopo il 1815 è oggi posseduto dalla famiglia Senape-De Pace che ebbe tra i suoi maggiori esponenti Antonietta De Pace, eroina risorgimentale, ed il deputato Stanislao Senape De Pace.

palazzo_senape_de_pacePalazzo Senape-De Pace: Il Palazzo Senape De Pace eretto intorno al 1760.

Palazzo Specolizzi: La residenza signorile rappresenta insieme all’edificio suddetto, uno dei palazzi più importanti nel XIV e XV secolo in proprietà a nobili famiglie. La famiglia Specolizzi generò numerosi uomini illustri tra cui spiccano alcuni General Sindaci (carica maggiore nel governo cittadino) che guidarono la città. Lo stabile sorge in via Giuseppe Ribera tra Corte Sant’Antonio abate e Corte Leccesi. L’edificio (tuttora esistente) conserva sostanzialmente l’aspetto originario: lineamenti classici con decorazioni sul cornicione; un ampio portone d’accesso conduce sui locali superiori. Conserva alte e solide mura e quattro balconi. Sull’angolo sud-ovest sopravvive ancora oggi sul coronamento del prospetto montato su mensolette cinquecentesche, lo stemma della nobile famiglia interamente logorato nelle figurazioni araldiche. Sino alla fine dell’Ottocento lo stabile fu di proprietà della famiglia Frisenna (si ricorda il Dott. Nicola Frisenna notaio dal 1853 al 1891). Nel 1912 fu acquistato dalla erigenda Parrocchia del Santuario del Canneto ; appartenne poi fino ai primi del XX secolo a Mons. Giovanni Tricarico, Canonico del Capitolo della Basilica Pontificia Cattedrale di Gallipoli , nonché economo spirituale della Diocesi di Gallipoli a partire dal luglio 1916.

palazzo_tafuri2Palazzo Tafuri: Lo stupendo fronte barocco, realizzato in pietracarparo locale, fu voluto, attorno al 1760, da un riccoe nobile giureconsulto della famiglia Tafuri, originaria diMatino, con l’intento di sottolineare nel contesto sociale e urbanole prerogative di rango, in un periodo in cui la emergentee danarosa borghesia, dedita ai lucrosi commerci di olio. cominciavaad insidiare i secolari privilegi della nobiltà cittadina. Le sue linee barocche sono influenzate da uno spiccato gusto decorativo che si esprime inuna minuziosa cura dei particolari, come nella lapidea frangia nappata flessuosamente cadente sui bordi dei semi-frontoni del portale. Inusitata, nel contesto architettonico locale, la presenza di finestre ovali graziosamente corniciate al piano basso, mentre spagnoleggianti sono le ferrate balconate. La proprietà di questo edificio restò in mani della famiglia Tafuri che la possedeva sul finire del XIX secolo, passò poi ai Renna ed oggi si detiene dal colonnelloVittorio Cantù, che lo ha di recente restaurato.

palazzo_talamoPalazzo Talamo: Trasferitosi con la moglie Celestina Ferraroli a Gallipoli dal Napoletano, ove era nato, attorno alla prima metà del XVIII secolo, Saverio Talamo vi condusse una prosperosa attività commerciale olearea e stabilì la propria dimora nell’isolato San Giuseppe, tra la Via Zacheo e la Via Incrociata. mercè l’acquisto prima delle case di tal “Carlo Pastena publico negoziante privilegiato napoletano ” poste” in luogo l’Incrocata giusta le case del Sacerdote V. Bonaventura Moscato “e quindi ” le case di Francesco Antonio Caracciolo ch’erano di D. Bonaventura Moscato luogo detto S. Giuseppe attaccate alla cappella di d.o Santo”. Talamo fu la prima famiglia borghese a riuscire a neutralizzare l’ostracismo della nobiltà locale con la quale concluse onorevoli parentati iniziando con Giuseppa e Clarice figlie di Saverio che sposarono rispettivamente Francesco Munittola e Giovan Battista de Tomasi.

Palazzo Vallebona: Palazzo Vallebona si trova nei pressi del Monumento ai Caduti. Antonio Vallebona ne iniziò la costruzione nel 1930 e arrivò al completamento l’anno successivo, con un costo di 360.000 lire. Il palazzo ha un alto belvedere ed è attualmente un’abitazione privata; uno dei locali dell’edificio ospita la sede di Gallipoli dell’acquedotto pugliese.

palazzo_venneriPalazzo Venneri: Costruito nel primo ventennio del XVI secolo, prospetta il suo fronte, austero nelle linee doriche accennate nel solenne cornicione, impreziosito dalle barocche finestrature e dal fastoso balcone, sull’omonimo slargo ricco di decori architettonici, di cui appariscenti sembrano le graziose mensole, dalle svariate forme fito-antropomorfe, che sostengono i tipici balconi loggiati aprentisi ad di sopra di minuti portoncini rinserrati nei muri calcinati. Agli Spalletta, famiglia di costruttori operosi nel Salento a cavallo del XVI e XVII secolo, è da attribuire la costruzione di questo significativo esempio di architettura secentesca dai tipici elementi leggibili anche nella trabeazione dorica di chiusura del primo ordine della Cattedrale. Nell’androne di ingresso notevole è la festonatura della volta lunettata. Nel salone di rappresentanza sopravvive il bel soffitto realizzato sul finire degli anni ’20 da Agesilao Flora secondo canoni decorativi decò e liberty. La famiglia Venneri si estinse nel ramo di Andrea D’Ospina che, ereditandone le proprietà, aggiunse, nel 1767, al proprio, il cognome Venneri. Il palazzo è oggi proprietà della famiglia Fedele.

Palazzo Zacà: Il Palazzo Zacà appartiene tuttora a questa famiglia. Al suo interno è presenta una bellissima carrozza d’epoca perfettamente conservata oltre a numerosissimi cimeli, armi, lance, armatura ed un elmo appartenuto ad un soldato spagnolo di Carlo V.

palazzo_zacheoPalazzo Zacheo: A Luca Tommaso Zacheo, di Giuseppe ed Aurelia Doxi Stracca, pervenne in dote, probabilmente col matrimonio con Donata Rossi, questo palazzo che il 1822 ancora abitava con la famiglia, confinante con Calò e Raymondi. Il settecentesco prospetto corre lungo l’attuale via Roncella dall’angolo della riviera, con balconata e veranda barocca aprentesi a primo piano sull’ultima rampa di scale e ballatoio di ingresso. Interessante è soprattutto questo palazzo per un salone a primo piano con volta lunettata di tipo composito a botte con teste di padiglione, contraffortata da due archi a tutto sesto, egregiamente decorata a grottesche e festoni secondo linee di un eclettismo pittorico dai chiari influssi settecenteschi, soprattutto di carattere coloristico. Tale decorazione, è databile al primo trentennio dell’800 per la presenza di alcune scene mitologiche mutuate, anche per la resa pittorica delle figure bianche su fondo nero, dai rami incisi per “Le antichità di Ercolano “, il cui ultimo volume vide la luce il 1792. Il Palazzo, che il 1832 tenevano in affitto i negozianti francesi Carlo Gruat e Alberto Cartanaf, dopo la morte di Donata Rossi, moglie dello Zacheo, era ritornato nella proprietà di Achille Rossi che lo vendè il 29-7-1833 a Maglione Angelo genovese e a Perrella Filippo di Piana di Sorrento. A questi ultimi, mercadanti di olio, suocero il primo e genero l’altro per aver sposato la di lui unica figlia Eugenia, va quindi attribuita senz’altro la committenza quanto meno dei medaglioni mitologici. Ai Foscarini, che attualmente ancora lo abitano, passò il possesso del palazzo per il matrimonio di uno di essi con Giulia Perrella di Filippo, cui il 1893 la proprietà era intestata.