domenica , 16 dicembre 2018
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Museo Diocesano

03Istituito il 6 febbraio 1983 dal vescovo Aldo Garzia, è allestito nell’elegante palazzo settecentesco dell’ex Seminario vescovile di Gallipoli. A compiere l’idea, espressa nel 1624 da Mons. De Rueda, della costruzione di un Seminario diocesano fu il vescovo Serafino Brancone grazie alla devoluzione a tale scopo delle disposizioni testamentarie dettate dal sacerdote Biagio Sansonetti per la fondazione di un Istituto per le Scuole Pie in Gallipoli. Il 16 marzo 1752 si pose la prima pietra di costruzione ad opera di mastro Adriano Preite da Copertino cui si attribuiscono anche i disegni di progetto. L’opera risulta compiuta nel 1756 ed ufficialmente inaugurata nel 1760 da Mons. Ignazio Savastano che ne aveva affidato la direzione al fratello, il padre gesuita Francesco Saverio. Il fronte del seminario realizzato in carparo esibisce modanature e fregi della elegante finestratura barocca replicati negli stessi anni nel primo ordine del palazzo Doxi. All’interno conserva la semplice ed austera cappella dedicata alla Vergine Immacolata. Nel seminario ebbe sede per qualche tempo fino al 1898 il museo comunale di Gallipoli.Integralmente restaurato tra il 1999 e il 2004. Si sviluppa su tre piani, con quindici sale di esposizione per complessivi 900 mq circa. Raccoglie 553 manufatti, comprendenti sculture, dipinti, argenteria e oreficeria liturgica, paramenti sacri e materiale archeologico, provenienti in massima parte dal tesoro della Cattedrale, ed anche dal palazzo vescovile e da diverse chiese della città. Tra le altre opere di straordinaria bellezza si possono ammirare preziosi calici, statue in cartapesta, paramenti sacri e oggetti in argento appartenenti ai secoli XVII e XVIII.

 

  • Storia
  • I piani 
  • I Santi patroni
  • I Reliquiari 
  • L’Argenterie 
  • Paramenti Liturgici 
  • Contatti

 

Storia Diocesi: La episcopale di Gallipoli è accertata dal VI secolo, quando il vescovo Domenico partecipa al Concilio Generale di Costantinopoli del 551. Nel IX secolo, con la riconquista bizantina, la diocesi di Gallipoli passa sotto l’orbita di Costantinopoli e diventa suffraganea della sede metropolita di Santa Severina in Calabria. Questo ha come conseguenza l’adozione del rito ortodosso, tollerato anche dopo l’arrivo dei Normanni, nella seconda metà del XI secolo, nel momento in cui si ristabilisce l’antica giurisdizione della chiesa romana. All’epoca la diocesi comprendeva gli attuali comuni di Gallipoli, Alezio, Sannicola, Nardò, Alliste, Aradeo, Casarano, Collemeto, Copertino, Felline, Galatone, Matino, Melissano, Neviano, Noha, Parabita, Racale, Seclì, Taviano e Tuglie.Tuttavia gia nel 1092, quando è accertata l’elevazione a diocesi abbaziale di Santa Maria a Nardò, la diocesi di Gallipoli sembra chiusa tra un piccolo entroterra e il mare, comprendendo i soli centri di Gallipoli, Sannicola, San Simone ed Alezio. Tra il 1268 ed 1269, in seguito all’assedio ed alla distruzione della città di Gallipoli ad opera di Carlo d’Angiò, il vescovo si trasferisce ad Alezio, dove la chiesa di Santa Maria della Lizza (de Alicia) funge da cattedrale. Tra le chiese ed i monasteri medioevali oggi ancora in piedi, avevano all’epoca un ruolo importante sul territorio il Monastero di San Marco e la Chiesa di San Pietro dei Samari. Nel 1387 l’antipapa Clemente VII ufficializza Nardò come sede episcopale, confermata dall’antipapa Giovanni XXIII nel 1413. Tra i personaggi che si sono avvicendati sulla cattedra di Gallipoli contribuendo ad un significativo arricchimento del patrimonio artistico vanno segnalati Consalvo de Rueda (1622-1650), che intorno al 1630 avvia i lavori di edificazione del Seminario e di ricostruzione della Cattedrale, dotandola di nuovi arredi; Montoya De Cardona (1659-1667), che rinnova il vescovado; ed ancora, Oronzo Filomarini (1670-1740), dei Duchi di Cutrofiano. Quest’ultimo, uomo di cultura e letterato, è il promotore di un grande programma di interventi nella Cattedrale, dove per la prima volta la pittura è protagonista della decorazione barocca al posto della scultura. Un ulteriore arricchimento del tesoro di Sant’Agata si deve al suo successore, Antonio Maria Pescatori (1741-1747). Dal 1986 le diocesi di Gallipoli e Nardò vengono unificate.

 

Al PIANO TERRA oltre ai servizi di accoglienza (biglietteria, bookshop) e alla direzione, vi sono: l’antico refettorio monumentale del seminario rivestito in legno intarsiato; nell’ampio atrio si può ammirare una grandiosa tela con cornice dorata del Gallipolino G.D.Catalano (1560c.-1624c.) raffigurante l’Immacolata e un capolavoro di Francesco De Mura dettato 1737 e proveniente dalla chiesa di Sant’Angelo, raffigurante l’Assunzione della Vergine. Due cippi funerari di epoca imperiale fanno memoria dell’antichità della città. Due tombe bizantine, rinvenute presso la Chiesa di S.Giuseppe “picciccu”, rappresentano le più antiche testimonianze monumentali cristiane del territorio. Una serie di campane rievocano l’arte dei fonditori gallipolini (Rosco, Patitari…), attestata fin dal sec. XV.

Nei CORRIDOI sono esposti i ritratti dei vescovi di Gallipoli dal sec. XVII in poi, mentre alcuni pannelli didattici, distibuiti per tutto il percorso museale, forniscono le informazioni essenziali sui diversi manufatti e il loro uso liturgico collocandoli dentro la storia della diocesi.

Durante gli scavi per il restauro della chiesa di San Giuseppe Picciccu sono state trovate alcune pietre che rappresentano la più antica testimonianza documentale bizantina; vista l’importanza storica del reperto si è pensato di farlo diventare il logo (simbolo) dello stesso museo. Recandosi nella chiesa si può ammirare parte della tomba, attraverso un vetro all’ingresso, che si estende sotto la chiesa e le abitazioni vicine.

04refettorioAl piano terra si può ammirare l’antico Refettorio in legno intarsiato restituito alla cittadinanza per essere ammirato, perché durante gli anni del vescovo Quaremba fù smontato per consentire un uso diverso della sala. Tutte le parti in legno furono trasportate nel monastero di S.Teresa mentre le basi dei tavoli in carparo furono usate per costruire la balconata dell’episcopio in giardino. Fù rimotato durante il restauro.

05campaneNel corridoio del piano terra si possono ammirare le antiche campane, tra queste vi sono due campane fuse a Gallipoli presso la fonderia Rosco appartenenti al Santuario Maria Ss del Canneto.

Nell’ampio atrio al piano terra si possono ammirare due grandiose tele: l’Immacolata di G.D.Catalano (1560 ca – 1624ca) con cornice dorata le quali notizie su tale tela dicono che provenga dall’altare maggiore dell’Oratorio dei nobili, fondato tra il 1603 e il 1615, si dice anche che sul quadro nel 1788 intervenne il pittore Saverio Lillo alterando la fisionomia originale. L’altro capolavoro è il quadro di Francesco De Mura (1696 – 1782) del 1737 dal quale soffermandoci qualche secondo notiamo come l’angelo sulla sinistra è l’unico elemento che guarda fuori, quindi chiama lo spettatore, si nota anche come tale quadro sembra diviso in due diagonali: il gruppo degli apostoli e il gruppo degli angeli. La tela è in movimento, infatti presenta un grappo azzurro che cade dalla madonna. La luce evidenzia la realtà celeste in alto degli angeli e la penombra che gode della luce che viene dall’alto, si può pensare a due realtà separate, cielo e terra, ma non è così e lo si capisce vedendo il grappo verde nella parte centrale toccato da un apostolo e avvolto ad un gamba si un angelo., ad indicare che con l’incarnazione di Cristo da cui deriva il mistero dell’Ass della Madonna il divino si è reso toccabile in mezzo a noi e così da questo punto di vista si comprende di più la mano di un apostolo che indica con attenzione non il cielo ma la terra perché egli continua attraverso la chiesa la presenza fisica di Cristo; il braccio richiama una mano della crezione di Adamo nella Cappella Sistina.

Nel brano dell’Ascensione di Gesù gli apostoli guardano in cielo, poi un angelo li richiama dicendo di guardare in terra perché la chiesa nella storia è la sua continuazione fisiologica.

Gli apostoli sono dodici, ma Giuda si era già impiccato.

Il PRIMO PIANO raccoglie i manufatti illustrativi delle devozioni popolari del luogo. Nell’antica cappella del Seminario sono esposti i busti argentei dei patroni: S.Agata (1759) e S.Sebastiano (Filippo Del Giudice, 1770) e i preziosi reliquiari con reliquie dei medesimi santi, oltre alla reliquia della Santa Croce.

11Al SECONDO PIANO del Museo è sviluppato il tema dei Sacramenti. Tra le opere più importanti si possono ammirare il Tronetto eucaristico, realizzato da Francesco Avellino nel 1733 in argento e rame di notevoli dimensioni e l’imponente baldacchino, appartenuto a Mons. Oronzo Filomarini, vescovo dal 1700 al 1741, al quale si devono molti dei tesori più preziosi presenti nel Museo e nella Cattedrale. Vi sono inoltre due grandi gallerie di paramenti sacri preziosi e la copia cinquecentesca della Sacra Sindone, una delle cinque esistenti.

08tavoleLe Tavole Dipinte: In una sala sono esposte due tavole dipinte, raffiguranti i miracoli di San Domenico (pittore salentino della seconda metà del XVII secolo) ed una statua di S.Giovanna d’Arco di Argesilao Flora (1863/1952), esponente di primo piano dell’arte della cartapesta leccese. La seconda sala presenta un’ampia selezione di reliquiari, alcuni in argento e altri in legno; da segnalare in particolare la statua-reliquiario in legno policromo raffigurante San Sebastiano (scultore salentino della metà del XVII secolo). Un’altra sala è dedicata alla devozione per la passione di Cristo, con una pregevole croce processionale del sec. XV e una statua dell’Addolorata di Argesilao Flora. In un’altra sala ancora, dedicata al culto mariano, è esposto un artistico quadro dell’Immacolata, in argento e rame dorato con lapislazzuli, dono del vescovo Danisi (argentiere non identificato, fine XVIII secolo), e una statua della Madonna di Sanarica, pregevole esempio di scultura in cartapesta del sec. XVIII.

Il museo dispone di una splendida TERRAZZA, dalla quale si può godere di un impareggiabile scorcio panoramico, abbracciando con lo sguardo il mare nella duplice direzione dei contrapposti venti di Scirocco e Tramontana. La terrazza è sede di un punto ristoro e di eventi musicali. Inoltre il museo dispone al piano terra, di una sala multimediale utilizzabile a richiesta per l’organizzazione di convegni o seminari aziendali.

 

06as.agataSant’Agata. Dal XII secolo il culto della vergine catanese viene introdotto anche a Gallipoli. La tradizione vuole che una mammella della Santa sia giunta sul lido gallipolino durante il viaggio di traslazione delle spoglie da Costantinopoli a Catania, nell’anno 1126. Da questo momento, Sant’Agata diviene patrona di Gallipoli e a lei viene titolata la cattedrale. L’attuale facciata, ricostruita in età barocca, conserva significativa testimonianza della stratificazione culturale, con le statue dei santi protettori della città, tra cui San Crisostomo e San Sebastiano. Il 5 febbraio, giorno di S.Agata, alla fine della liturgia, prima della benedizione finale è tradizione che il simulacro di S.Agata venga portato in spalla in processione lungo le navate della Cattedrale dai sacerdoti in quanto protettrice della diocesi; durante il percorso che parte dall’altare maggiore viene intonato il canto del Te Deum, giunti vicino all’altare di S.Agata viene cantata un’antica preghiera in latino che la tradizione vuole essere stata recitata dalla Santa durante la sua carcerazione, le prime parole della preghiera sono:”Stans Beata Agatha in medio carceris…..….”.

06bs.sebastianoSan Sebastiano. Raggiungendo alte cariche militari gli permisero di svolgere per molti anni un’azione efficace a sostegno dei cristiani in carcere tra cui i fratelli Marco e Marcellino. Attività per la quale fu sottoposto a giudizio degli imperatori che, vista la costanza nella professione cristiana, ne ordinarono la condanna a morte mediante il supplizio delle frecce. Miracolosamente salvo, fu nuovamente condannato e destinato a subire il martirio della flagellazione. Il suo corpo fu poi gettato in ina cloaca affinché i cristiani non lo recuperassero e onorassero. Il culto a Gallipoli è molto antico ed è tutt’oggi testimoniato da dipinti e sculture (in legno pietra e argento) che occupano i luoghi privilegiati della cattedrale. Il 20 gennaio, giorno di S.Sebbastiano, alla fine della liturgia, prima della benedizione finale è tradizione che il simulacro di S.Sebbastiano viene portato in spalla in processione lungo le navate della Cattedrale dai vigili; durante il percorso che parte dall’altare maggiore viene intonato il canto del Te Deum, giunti vicino all’altare di S.Sebbastiano viene cantato il responsorio dedicato al Santo.

Santa Cristina. Il culto della Santa viene introdotto a Gallipoli in tempi recenti. Particolare venerazione le è riservata a partire dal 1867, quando la città viene risparmiata, per sua intercessione, da una grave epidemia di colera. Per questo la Santa Sede concede alla Confraternita di Santa Maria della Purità il privilegio di celebrarne l’ufficio sacro, sancendone in tal modo il culto.

 

07reliquiariI Reliquiari: L’uso di conservare e venerare le reliquie è derivato dal culto dei martiri, proprio delle origini del cristianesimo. I reliquiari sono le custodie realizzate per proteggere, venerare e rendere manifesta la sacralità dei resti mortali dei santi o di oggetti a loro collegati, come pure tutto ciò che la tradizione ha riferito alla Vergine e al Cristo. Tra le diverse tipologie sono maggiormente attestate quelle realizzate in oro o argento, spesso arricchite da pietre preziose che, nelle diverse varianti, vengono definite “a ostentorio” o “a tabella”. Particolarmente caratteristici sono i cosiddetti reliquiari “parlanti”, modellati in forme anatomiche che esplicitano in modo diretto il loro specifico contenuto. Ugualmente diffusi sono i tipi “a busto”, vicini alla sensibilità devozionale, dal momento che rendono tangibile l’immagine del titolare. Questi potevano essere realizzati non solo in metallo prezioso ma anche in legno policromo o ricoperto da doratura o argentatura. Conservano in genere la reliquia in una cavità posta sul petto e rappresentano il santo nel tipico atteggiamento benedicente o di protezione nei confronti della comunità. I reliquiari, conservati nelle sacrestie delle chiese, venivano esposti sui gradini degli altari in occasione di celebrazioni solenni tra candelieri accesi e vasi di fiori, o portati in scenografiche processioni durante particolari feste liturgiche.

12asindoneLa Sacra Sindone: Tutti, religiosi o laici che siano, avranno sentito parlare della Sacra Sindone, reliquia preziosissima per la chiesa in quanto in quel bianco lenzuolo vi è impressa l’immagine del Cristo morto e deposto dalla croce. Questa è stato oggetto, per secoli, di discussioni e di analisi approfondite da parte di scienziati che non hanno potuto fare altro che accertare la vericidità dell’oggetto in questione. Il prezioso reliquiario è conservato attualmente nel Duomo di Torino; quello che non tutti sanno è che anche nella nostra città esiste una copia identica della Sacra Sindone (secolo XVI), dalle dimensioni di cm 88×410, dono del vescovo Ortis alla città nell’anno Domini 1585. Questa copia, rispetto ad altre, assume un importanza maggiore in quanto è stata riprodotta per contatto con la Sindone originale. Questa reliquia, gelosamente custodita nel Museo Diocesano di Gallipoli, viene esposta in Cattedrale all’adorazione dei fedeli durante tutti i venerdi di Quaresima.

12bostensorioL’Ostensorio Reliquiario: Tra le reliquie non possiamo far a meno di parlare dell’ostensorio reliquiario più caro a noi, la base è ricavata dal reliquiario della mammella di S.Agata appartenente al vescovo Zerodano (secolo XV), successivamente nel ‘900 fù costruito un ostensorio nella parte superiore a forma di tempietto, visto che la parte superiore originale si trova a Galatina per punire i Gallipolini rimasti fedeli agli Aragonesi.

 

 

09argenterieL’Argenterie: Al SECONDO PIANO è esposta la ricca “argenteria”, la committenza, sia ecclesiastica che laica, si rivolgeva per la realizzazione dei preziosi arredi alle rinomate botteghe di argentieri napoletani, attive sin dal XV secolo, allorché la città partenopea era sotto l’influenza politica e culturale della Spagna. Dalla curia romana, a seguito dei dettami ideologici tracciati dal Concilio di Trento (1545/1563) fu pressante l’invito ai presuli a formare i tesori nelle cattedrali e nelle chiese degli ordini monastici. Nelle diocesi pugliesi la presenza di arredi sacri realizzati in metallo prezioso si ampliò durante il XVII secolo con manufatti di squisita fattura.

Le forme più utilizzate sono: busti e statue di santi, calici e patene, ostensori e reliquiari, candelieri e lampade concorrono a solennizzare le funzioni liturgiche e a creare, insieme al senso di fastosa magnificenza, quello di alto prestigio che la chiesa si riservava.

Il Patena è un piatto dal bordo largo, solitamente in oro e argento, utilizzato dal sacerdote per coprire il calice e per posare l’ostia durante la consacrazione.

Il Calice utilizzato sin dal Medioevo per la somministrazione del vino ai fedeli, verso la fine del XIII secolo, con la semplificazione del rito, assume simbolicamente il valore della consacrazione. Dalla semplice coppa si passa al più elegante calice, composto da coppa, fusto e piede. Sono ornati da pietre preziose, li troviamo sia in oro, argento e rame.

L’Ostensorio, introdotto nel XIII secolo, acquista maggiore importanza nel secolo successivo in seguito all’istituzione della festa del Corpus Domini.Arredo sacro destinato alla solenne esposizione del S.mo Sacramento, anche in occasioni delle processioni. Si compone di tre parti, una teca in cristallo destinata a custodire l’ostia, un fusto composito e il piede. La custodia può avere forma circolare ornata di raggera o “a tempietto”.

Il Pisside deriva dal greco piksis e indicava il vaso con coperchio o cofanetto in legno di bosso in cui venivano conservati gli unguenti. Nella liturgia cristiana è destinata alla conservazione dell’Eucaristia ed utilizzata dal sacerdote per trasportare e somministrare il Sacramento agli infermi. E’ formata da una coppa internamente dorata “a fuoco”, con coperchio sormontato da una croce, talvolta è dotata di piede.

La Croce in largo uso sin dalla prima cristianità, è il simbolo del supplizio di Cristo. La Croce d’altare, sostenuta da una base o piede o direttamente sospesa alla mensa, è collocata sull’altare tra coppie di candelieri. La croce astile, fissata su una lunga asta con nodo, viene utilizzata durante le processioni. La croce pettorale è portata al collo da vescovi, abati e canonici di vari capitoli.

La Pace, arredo liturgico,non più in uso, fù introdotto in Inghilterra nel XIII secolo. Simboleggiava lo scambio della pace ed era baciata dall’officiante dopo l’Agnius Dei durante le cerimonie solenni. Consisteva in una piccola tavola, impaginata in una struttura architettonica, decorata da immagini sacre e dotata sul retro di impugnatura.

Le Cartegloria, collocate originariamente sull’altare ma non più in uso, contenevano alcune parti della messa in latino, il Gloria, il Sanctus. Sempre in numero di tre, sono costituite da un’elaborata cornice che racchiude una teca sagomata, ovale o rettangolare.

La Navicella è destinata a conservare l’incenso da bruciare, presenta una caratteristica coppa a forma di barca ed è munita di cucchiaio e paletta.

Il Turibolo in uso fin dai tempi più antichi passo dai culti pagani alla litirgia cristiana. Chiamato anche incensiere, è un piccolo braciere in cui si posa l’incenso da bruciare. E’ composto da un vaso su piede, munito di coperchio traforato per favorire l’uscita dei fumi. Un sistema di catenelle consente l’ondulazione rituale.

Da segnalare sono tre monumentali cartegloria (Filippo Del Giudice, 1768), un calice in argento con pietre (Ignazio Athamaral, 1738) e un calice in argento e coralli (manifattura siciliana, inizi del sec. XVIII). Altre due sale sono dedicate al culto eucaristico e presentano tra gli altri oggetti un ostensorio-reliquiario (sec. XVI) e un imponente tronetto eucaristico (Francesco Avellino, 1733). Due grandi saloni contengono altrettante gallerie di ricchissimi paramenti sacri dei secc. XVIII e XIX, esempi del mecenatismo di vescovi munificentissimi come Oronzo Filomarini (1700/1740).

 

Paramenti Liturgici

A partire dalla seconda metà del XVI secolo si stabilizzano forme e colori, comuni a tutta la Chiesa latina, per i paramenti liturgici da indossare durante le varie celebrazioni e solennità cristiane. Il sacerdozio prevedeva quattro gerarchie: Suddiacono, Diacono, Sacerdote o Presbitero, Vescovo. Dopo il Concilio Vaticano II queste sono state ridotte a tre, escludendo il Suddiacono.

I colori e le forme dei paramenti sacri hanno contraddistinto le figure dei celebranti, i “tempi” liturgici e le solennità, che tutti i fedeli erano in grado di comprendere proprio grazie alle vesti cerimoniali.

Le forme:

La pianeta o casula è la veste indossata dal vescovo e dal sacerdote per celebrare la Messa. La forma più antica, tornata in uso dopo la riforma del Concilio Vaticano II, ha forma circolare e ricopre l’intera figura del celebrante. La tipologia più diffusa in passato era quella “romana”. Era simile allo scapolare, aperta sui lati e in corrispondenza della testa ed era decorata da un elemento verticale ed uno a forma di “tau”, la colonna e la croce.

Il piviale è un manto di forma semicircolare, lungo fino ai piedi, aperto sul davanti e fermato al petto da una fibula; sul retro è ornato dallo scudo, a memoria dell’antico cappuccio. E’ la veste indossata prevalentemente nelle processioni, benedizioni, lodi e vespri solenni. Il nome ha origine da pluviale, perché serviva a ripararsi dalla pioggia.

La tonacella era la veste destinata al suddiacono, mentre la dalmatica era riservata al diacono. Entrambe potevano essere indossate anche dal vescovo nelle messe solenni. In antico le vesti si diversificavano solo per la foggia delle maniche: più strette e lunghe quelle della tonacella, aperte ed allacciate con dei nastri quelle delle dalmatica.

I colori:

Il bianco o argento, collegata alla luce ed al candore, fu il primo colore ad essere utilizzato nelle vesti liturgiche. Simboleggia la purezza. Contraddistingue il Natale, l’Epifania, il Giovedi Santo, la Pasqua e le feste dedicate alla Madonna.

L’oro, o il giallo come variante “povera”, è considerato il colore divino per eccellenza per il suo immediato rimando alla luce di Dio. Indossato fin dai tempi antichi, l’oro può sostituire tutti gli altri colori, ad eccezione del viola, del rosaceo e del nero.

Il rosso, da sempre associato al sangue ed al fuoco, simboleggia la regalità e l’amore caritatevole. E’ indossato nella solennità della Pentecoste, la Domenica delle Palme, il Venerdì Santo, nella festa della esaltazione della Croce, nella festività degli Apostoli e della commemorazione dei martiri.

Il rosaceo, ottenuto unendo bianco e rosso, suggerisce la fusione di luce e amore. E’ il colore della gioia e della letizia e viene indossato solo due volte all’anno: la terza Domenica di Avvento e la quarta Domenica di Quaresima.

Il colore verde è usato nel cosiddetto “tempo ordinario”, cioè durante tutto l’anno ad eccezione dei periodi liturgici particolari.

Il viola è simbolo di penitenza e di mortificazione. Si indossa nei tempi penitenziali di Avvento e Quaresima. Fino alla riforma liturgica di Pio V si intercambiava con il nero, poi passato ad indicare il dolore e il lutto. Dopo il Concilio Vaticano II anche nelle celebrazioni funebri è consigliato il viola, in quanto il lutto è inteso come speranza di vita eterna.

Insieme a paramenti vi sono pure esposti alcuni esemplari di oreficeria vescovile, tra cui alcune croci pettorali in smeraldi e ametiste degli inizi del sec. XVIII; fra gli ori e argenti si possono notare anche varie forme di mammelle lasciate da persone come ex voto per la grazia ricevuta dalla santa. In un altro salone sono allestiti un grandioso baldacchino vescovile in tessuto ricamato (inizi sec. XVIII), un maestoso trono vescovile in legno intagliato e indorato con relativi sgabelli (inizi del sec. XVIII), un’imponente croce d’altare in argento (Gabriele Sisinnio, 1830); una serie di manichini presentano gli abiti e le insegne vescovili in uso prima del Concilio Vaticano II, appartenenti al vescovo Pasquale Quaremba (1956/1982); completa l’allestimento l’intera serie degli stemmi dei 73 vescovi che hanno retto le sede di Gallipoli dalle origini fino all’unificazione con quella di Nardò.

 

Museo Diocesano – Via A. De Pace, 51

GIUGNO-SETTEMBRE

Dal martedì alla domenica e i giorni festivi dalle 10,00 alle 15,30 e dalle 18,00 alle 23,30
Lunedì chiuso.

OTTOBRE-MAGGIO

Dal martedì al giovedì dalle 9,30 alle 13,00.
Venerdì e sabato dalle 9,30 alle 13,00 e dalle 16,00 alle 19,00.
Domenica e giorni festivi dalle 16,00 alle 19,00.
Lunedì chiuso.

Per info e prenotazioni:

+39.338.13.63.063

info@assgallipolinostra.com

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