venerdì , 15 novembre 2019
cardamilucio

Lucio Cardami

Nacque a Gallipoli da nobile famiglia salentina il 31 dic. 1410; il padre, Giacomo, morì il 1º febbr. 1448 quasi settantenne, la madre, Caterina Rocci, all’età di ventisei anni, il 13 nov. 1417. Sul finire del 1450 il C. si recò a Roma per il giubileo bandito da Niccolò V e nel dicembre del 1463 a Lecce, in qualità di “sindaco” della sua città, prestò giuramento di fedeltà nelle mani di Ferdinando I d’Aragona. Al seguito di Alfonso, duca di Calabria, nel 1481 partecipò alla guerra d’Otranto contro i Turchi. Scoppiata intanto nel 1482 la guerra di Ferrara, nella fase finale anche Gallipoli si trovò coinvolta, perché i Veneziani, per indebolire la difesa di Ferrara e colpire il suo alleato Ferdinando di Napoli, mandarono parecchie navi nel porto e assediarono la città il 17 maggio 1484. Nella difesa della rocca, impadronitisi ormai i Veneziani della città, si distinse il C., che il 18 corse pericolo di morte, colpito da una archibugiata.

Il C. sarebbe morto dopo il maggio del 1494.

Queste sono le uniche notizie biografiche che si ricavano dalle Memorie historiche de sò tempi(Diarii), in dialetto leccese, pubblicate sotto il nome del C. nella Istoria degli scrittori nati nel Regno di Napoli scritta da G. B. Tafuri (II, 2, Napoli s. d. [ma 1749], pp. 403-35; III, 1, ibid. 1750, pp. 469-527; ristampate da Michele Tafuri nel II vol. delle Opere di Angelo,Stefano,Bartolomeo,Bonaventura,G. Bernardino e Tommaso Tafuri di Nardò, Napoli 1851, pp. 538-81), dalle quali Tommaso Tafuri ritagliò una biografia, che fu premessa al testo nella stampa. Ma la Vita, nella quale troppo semplicisticamente il Tafuri, non fruendo di altra documentazione, deduce sia l’età sia la data di morte del C. (“octogenario maior”, dopo il maggio 1494), dal fatto che i Diarii si arrestano al 20 maggio 1494 con la registrazione della notizia che in quel giorno fu fatto cardinale Giovanni Luigi d’Aragona, non è immune da sviste grossolane. Secondo quanto in essa è detto infatti, il C. sarebbe nato “pridie Calendas Ianuarias anno a Virginis partu millesimo quadringentesimo decimo” (un anno prima), mentre il padre sarebbe morto “sexagesimo minor” (di dieci anni più giovane) e la madre “sexto Idus Novembris” (il 6 novembre). Sugli stessi Diariiperò, quali ci sono pervenuti, sono stati espressi fondatissimi dubbi di autenticità, proprio perché, tra l’altro, il nome del loro autore non figura in nessun atto, documento o cronaca coevi. Prima del 1507 nessun Cardami risulta essere vissuto a Gallipoli, mentre la famiglia Rocci, d’origine spagnola o gaetina, non si sarebbe trasferita nella città pugliese prima del 1496, quando un Sancio fu nominato castellano. Non figurando il C. quale sindaco di Gallipoli in nessun documento, si sarebbe potuto anche credere che fosse stato semplicemente ambasciatore, rappresentante della sua città a Lecce, se “sindaco” si chiamava anche chi era incaricato di tale ufficio; ma il suo nome non compare neppure nel Libro de’ Fidomaggi (pp. 35 s.: nell’Archivio di S. Pietro Maggiore di Napoli). Inoltre non è affatto vero che i Veneziani si impadronirono della rocca di Gallipoli con la forza, risultando da fonte più veritiera e imparziale (Cfr. Massa, pp. 18 s., 121 s.) che l’ebbero invece a patti.

L’opera attribuita al C., registrazione diaristica delle vicende naturali, dinastiche, politiche del Regno di Napoli (con rare aperture italiane e internazionali) dal maggio 1410 al maggio 1494, fu proposta insieme ad altre cronache da G. Bernardino Tafuri al Muratori perché la pubblicasse nei Rerum Italicarum Scriptores. Ma il Muratori dapprima ne assicurò la stampa, poi la escluse dalla raccolta, perché a suo parere difettosa. Dei Diarii ci sono pervenuti due manoscritti, il 56 del Fondo S. Martino della Bibl. nazionale di Napoli e il 59 del Fondo Tafuri Tozzoli della Bibl. provinciale di Avellino, senza dubbio imparentati fra loro; verosimilmente il codice di Avellino è copia del napoletano, che è il manoscritto da cui trascrivono, indicandone i fogli corrispondenti, G. B. Tafuri, quando cita l’opera del C. nelle Note al tratt. De situ Iapygiae di A. Galateo (in A. Calogerà, Raccolta d’opuscoli scientifici e filologici, VII, Venezia 1732, pp. 29-205 passim; poi in Opere cit., II, pp. 25-99), nelle Annotazioni critiche soprale Cronache di M. A. Coniger (ibid., VIII, ibid. 1733, pp. 103-261 passim; poi in Opere, II, pp. 457-523), nelle Correz., e supplementi alli XX libri dell’Istorie del Regno di Napoli del Costanzo (ibid., X, ibid. 1734, pp. 74-124 passim; in Opere, II, pp. 353-74) e in Dell’orig. e sito ed antich. della città di Nardò (ibid., XI, ibid. 1735, pp. 1-315 passim; poi in Opere, I, Napoli 1848, pp. 325-543), e G. B. Pollidori, suo maestro, nella De falsa defectione Neritinae civitatis (ibid., XIX, ibid. 1739, pp. 195-307 passim). I due manoscritti sono copie tarde (una ottocentesca di mano forse del De Simone, tratta dalla stampa epurata delle forme più tipicamente vernacolari, è conservata mutila nel codice miscellaneo XI della Bibl. provinciale di Lecce) immediatamente precedenti la stampa, dalla quale nella sostanziale identità della trama narrativa (ma non mancano riduzioni, amplificazioni e varianti), si allontanano per una struttura linguistica alquanto dissimile, forse più genuina, per cui il dubbio espresso, sulla base dell’inesattezza e della capziosità di alcune notizie e della poco attendibile storicità della lingua, dal De Simone, dal Capasso, dal Mercalli e dal Massa sulla autenticità dei Diarii editi, che sarebbero un falso di G. B. Tafuri, maestro di tali contraffazioni, appare giustificato e permette di affermare almeno che essi subirono interpolazioni.

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