C’è un’ansa di cui il sen guarda il ponente,
dove, al tramonto o al sorgere del sole,
l’onde che per morire giungon lente
pare che umane esprimano parole.

Chi tal linguaggio alcuna volta sente,
che narra d’amorose e dolci fole,
avverte farsi libera la mente
dal cruccio, che arrecar tristezza suole.

Concesso è a ognuno divenir poeta
presso quest’ansa e intender l’infinito
mistero ch’armonizza in sé le cose.

Quivi svelansi alfin le più nascose
felicità cui anela il cuor, smarrito
per sentier senza sole e senza mèta.

(da Kallipolis – 1933)