giovedì , 12 dicembre 2019

Filippo Briganti

Nacque il 2 dicembre 1724 a Gallipoli da Tommaso e da Fortunata Mairo, una famiglia patrizia che aveva ricoperto incarichi giudiziari e amministrativi, dopo una educazione domestica sotto la guida di Giustino Mastroleo di Alliste, partì per lo Studio di Napoli il giorno in cui compì diciott’anni.

Attratto dalla milizia, allontanandosene poi su preghiera del padre si  laureò in legge nel 1745.

Di ritorno a Gallipoli, si sposò nel 1748 e, mortagli la moglie nel 1760, una seconda volta nel 1762, senza figli nell’uno e nell’altro matrimonio.

Nel 1751 ricoprì la carica elettiva di giudice della Regia corte, che si vide rinnovata l’anno seguente e poi nel 1767, 1775, 1780, 1787, 1793 e 1794.

Entrò a far parte dei decurioni che, alla metà del secolo, dirigevano “il parlamento di Gallipoli”, “fra loro quasi tutti congiunti, fino a esservi due fratelli conviventi, e ristretti al solo ceto dei benestanti e persone facoltose”, come ci assicura un’anonima fonte coeva, certo ostile all’oligarchia della città, ma tutt’altro che inesatta.

Nel 1758 venne tentata una prima riforma dell’amministrazione cittadina (“40 benestanti, dottori in legge, medicina, notai, 40 mercadanti, 40 artieri, marinai e contadini”), ma essa si arenò di fronte all’opposizione dei patrizi, i quali rivendicavano un carattere nobiliare alle loro famiglie e si rifiutavano di mescolarsi con gli “onesti borghesi”, pur discendendo essi stessi non di rado da chi aveva esercitato la mercatura e continuando talvolta a vivere ancora di traffici. Troppo pochi e di origine spesso straniera erano i mercanti per strappar loro il controllo del “ricco peculio pubblico”, tanto più che il regio governatore sembrava fare tutto quanto era in proprio potere per favorire lo status quo. Nel 1762 un piccolo incidente insorto tra il vescovo Ignazio Savastano e i patrizi (che elessero il B. come uno dei loro quattro delegati) riaprì le dispute.

Un tumulto si scatenò il 1º ott. 1762 contro i partigiani della riforma, i quali chiedevano la revisione dei conti cittadini. Il tribunale era dominato dai decurioni in carica, cosicché i loro avversari, dapprima rifugiatisi in chiesa, vennero arrestati e trattenuti in carcere a Lecce.

Il 23 maggio 1763 il B. era eletto sindaco (la durata della carica andava dal primo settembre alla fine d’agosto dell’anno seguente) in un momento reso particolarmente difficile dalle lotte cittadine e soprattutto dalla carestia che già incombeva. Riuscì, coadiuvato pure dal fratello Domenico, allora eletto giudice, in vivace concorrenza con gli incettatori che venivano da Napoli, con le comunità viciniori che si impadronivano dei trasporti di grano, con “la fame che divorava tutti i luoghi vicini di questa provincia”, a contrarre tempestivi acquisti di grano, a diminuire la gabella della farina “in vantaggio di tutti gli ordini della città e in effettivo sollievo dei poveri”. Contribuì così a evitare a Gallipoli il tragico destino di massima parte dei centri dell’Italia meridionale nel 1764. Il 15 maggio 1765 era stabilita a Napoli una riforma dell’amministrazione cittadina, che sarebbe stata composta di 15 decurioni del “primo ceto de’ nobili, compresi i dottori di legge ed i benestanti”, di 15 del “secondo ceto de’ civili”, mercanti, medici, notai e giudici e di 15 del “terzo ceto del popolo”, artigiani, padroni di bastimenti, “in esclusione de’ bassi marinari”. Benché più moderato dello statuto del 1758, questo nuovo regolamento pareva intaccare tuttavia il monopolio patrizio e venne accolto, almeno da alcuni partigiani della riforma, come una liberazione “dalla schiavitù d’Egitto”, perché dava qualche autonomia e potere al secondo e terzo ceto. L’annona, il catasto, l’ospedale, i tribunali restavano tuttavia nelle mani dei patrizi. Le resistenze e le difficoltà nell’applicazione non mancarono, come ebbe a sperimentare il fratello del B., Domenico, eletto sindaco per l’anno 1766-1767 (verso la fine del suo sindacato si pose acutamente il problema dell’appalto della panificazione cittadina, di grande interesse per la “gente popolare, che perloppiù fa il consumo del detto pane dell’annona”). Il B. passò allora ad amministrare l’ospedale della città, riformandone gli abusi, “a riguardo dell’amministrazione delle rendite, come alla cura e condotta degli infermi”. Quando, il 9 marzo 1767, il B. venne fatto giudice, ebbe 27 voti favorevoli e 6 contrari, in una elezione vivacemente contesa. Negli anni seguenti proseguirono le dispute fra i tre ceti. Il B. continuò a prendervi parte (cfr. ad esempio il suo intervento il 24 nov. 1775 e la sua Memoria per lo primo ceto della città di Gallipoli del 1777, oggi perduta).

L’esperienza così compiuta nelle lotte cittadine fu di grande importanza nella formazione delle idee politiche tanto del B. quanto di suo fratello Domenico. Guardarono a Venezia come all’esempio più illustre di un autonomo regime patrizio, solo capace, secondo loro, di controllare le riforme economiche e giuridiche che essi sentivano necessarie. Ma a Gallipoli, contrariamente a quanto accadeva nella Repubblica di S. Marco, l’autorità decisiva non stava nelle loro mani, bensì a Napoli, nei tribunali e nella reggia della capitale. Le dispute cittadine si orientavano inevitabilmente sulla volontà di conquistare il favore e l’appoggio del potere centrale o dei suoi rappresentanti locali. La monarchia appariva così come garante della autorità dei patrizi e strumento indispensabile di trasformazione e di riforma. Il giure fu il terreno sul quale, ai loro occhi, doveva avvenire questo incontro e compromesso. Iniziativa provinciale e cittadina e vagheggiamento di un assolutismo illuminato si trovarono così alla base del loro pensiero e della loro azione, condividendo questo loro orientamento con i più significativi rappresentanti della Puglia del secondo Settecento, Giuseppe Palmieri e Giovanni Presta (questi nel 1764, l’anno in cui il B. fu sindaco, era uno dei due medici municipali della città). Solo il potere centrale appariva in grado di portare quelle migliorie tecniche, di creare quelle infrastrutture che avrebbero positivamente risposto alla vivace polemica dei mercanti e degli “zelanti cittadini” di Gallipoli. Di là passava, per essere esportato in tutt’Europa e soprattutto nel Nord, gran parte dell’olio prodotto nel Mezzogiorno. Eppure la città mancava di un porto adatto, numerose erano le difficoltà, frequenti i naufragi. Nel novembre del 1771 il B. scrisse in proposito una Memoria dove si ricordava che negli ultimi tempi erano più di ottanta le navi giunte annualmente a Gallipoli a caricare olio, e che era tempo ormai di reperire i fondi per la costruzione di un indispensabile porto. Proponeva, a questo scopo, di spezzare i privilegi fiscali degli ecclesiastici e dei nobili proprietari di oliveti, di imporre un’equa tassa sui mercanti e di mobilitare le somme inutilizzate dei luoghi pii. Nel 1785 riprese a occuparsi della tonnara di Gallipoli, che era stata al centro della sua attenzione già nel 1764, quando era stato sindaco, e a difenderla contro il conte di Conversano, duca di Nardò, il quale aveva stabilito su un tratto di costa attiguo a Gallipoli una propria tonnara.

La riforma del giure restava al centro delle preoccupazioni del Briganti. In due grossi volumi manoscritti (oggi perduti) aveva elaborato un Saggio filosofico digiurisprudenza universale da cui nacquero un Saggio sullarte oratoria del foro, fortunato libretto che venne ancora ristampato nel 1825 (seguendo l’esempio dell'”aureo trattato” di Aurelio Di Gennaro, egli partiva dalla polemica contro la “morale accomodante”, contro l’eccessivo numero dei processi, per sostenere la necessità della critica rispetto alla giurisprudenza romana e bizantina e ancora più contro la “giurisprudenza nazionale sorta nei secoli ferrei della barbarie”), un opuscolo Della questione giudiziaria,appendice al capo I, § XI del Saggio su larte oratoriadel foro e Risposta all’apologista della tortura (in cui riprendeva e allargava con allusioni a Genovesi ed a Beccaria la polemica di suo padre contro “la scuola sanguinaria del foro”, contro “le anime incadaverite nell’abitudine del male”) e soprattutto il suo Esame analitico del sistema legale, datato nel 1777 e apparso in realtà nel 1779, per esser poi ristampato a Napoli nel 1819 e ancora a Venezia nel 1822.

 Partendo da Locke, “l’istoriografo dell’umana intelligenza”, da Condillac “gran metafisico”, si allontanava dal metodo aprioristico, del diritto naturale, così come dalle teoriche dell’istinto morale e muoveva verso una psicologia incentrata sull’attenzione, “primo mobile del sistema intellettuale”, e verso una visione analitica dell'”ordine progressivo della natura”, della umana perfettibilità. A questa filosofia corrisponde una visione della società fondata sulla proprietà (polemizza contro Morelly e contro ogni tradizione di legge agraria), sulla “disparità delle classi”, sulla fatale “esorbitante dovizia e estrema indigenza”, che potevano essere temperate o corrette soltanto dalla carità o da una vigorosa politica mercantifistica di espansione commerciale. Politicamente la sua ammirazione va ai governi liberi e repubblicani, dove pure esiste l’ineguaglianza, dove “tutti fan parte della costituzione. non tutti dell’amministrazione”. Grande estimatore di Montesquieu, polemizza lungamente contro il Contrat social di Rousseau, ma non accetta l'”anglicismo”, il sistema costituzionale inglese, e ripone in conclusione le sue speranze nei “governi moderati”, in quelle monarchie illuminate (beninteso, “senza adottare il paradosso di Linguet che il despotismo asiatico sia preferibile alla libertà britannica”), augurandosi che l’assolutismo sia capace di accogliere le proposte di riforma di Beccaria (senza accettarne l’abolizione integrale della pena di morte), di assimilare l’esperienza politica d’un Mably e di formare un ampio programma d’intervento statale nell’economia, con lo scopo, cosa tutt’altro che facile, “di rendere attivo un popolo inerte”.

Con la data del 1780, apparso in realtà nel 1781, fece seguito un Esame economico del sistema civile, l’opera principale del B., ristampata negli “Scrittori classici italiani di economia politica” di Pietro Custodi.

Vivo e profondo era in lui il senso della civiltà del grano, dell’olio, del vino. Il riso gli sembrava legato al dispotismo orientale. La caccia e il nomadismo al mondo barbaro, che attraverso l’opera di Raynal e di De Pauw suscitava in lui grande interesse, ma senza compiacenza alcuna. Le sue simpatie andavano ai contadini della sua terra, verso la “classe operosa” che, “degradata dal pubblico disprezzo, estenuata dalle vessazioni private, costernata dalle altrui prepotenze ed avvilita dalla propria ignominia, abbandona finalmente la terra…”. Energico incentivo all’agricoltura era per lui il commercio internazionale (particolarmente importanti le sue pagine su Gallipoli ed il commercio dell’olio). Esaltava così la mercatura, “sempre avvezza all’aria serena della libertà”. Anche quest’opera culminava con un elogio delle monarchie moderne, di cui non bisognava, con Hume, troppo sottolineare la tendenza verso il dispotismo, unica forma politica, in realtà, entro la quale il “sistema civile” esistente avrebbe potuto approssimarsi “ad una perfetta prosperità”.

Malgrado l’astrattezza giuridica e scolastica di molte sue pagine, malgrado la presenza di non poca retorica classicistica, i due libri del B. ebbero largo successo. Ne parlarono le Novelle letterarie di Firenze del 1779 e del 1782. Il Giornale enciclopedico di Milano assicurava nel 1782 che “le intenzioni di questo zelante economista non potrebbero essere migliori”. Le Göttingische Anzeigen von gelehrten Sachen del 1783 parlavano con elogio della “Ordming” e della “Gründlichkeit” dell’autore. A Napoli un fervido incontro epistolare si stabilì tra il B. e Gaetano Filangieri. La Scienza della legislazione parve nel 1781 al patrizio gallipolino come un’aurora del “bel sereno di quella luce che in altre regioni ha schiariti i governi e fatto prosperare i popoli”, e nel 1783 come l’opera di “quella mano che ha osato strappar le bende alle schifose rughe d’una vecchia e barbogia legislazione”.

Gli avvenimenti di Gallipoli non eran tuttavia fatti per confortare nelle sue speranze il B., che delle faccende cittadine aveva sempre continuato ad occuparsi attentamente (vedi, ad esempio, l’intervento del 12 maggio 1776 per una riorganizzazione delle – carceri, onde renderle “più adatte alla giustizia distributiva”). Nel 1787, quando era sindaco il, nobile Vincenzo Tafuri ed egli era giudice, la lotta tra patrizi e mercanti scoppiò con rinnovata violenza. Nel 1791 venne eletto per la prima volta sindaco un negoziante, Buonaventura Occhilupo. I patrizi furono esclusi dal sindacato per tutti gli anni seguenti, fino alla rivoluzione del 1799. Gli odi crebbero contro “l’ambiziosa ciurma de’ negozianti”, contro “un pugno di gente avventizia, senza genealogia e senza tetto, animata o da eccessiva ambizione o da sfrenata cupidigia ed inebriata dai tristi vapori d’una malintesa libertà”, che intendeva “rovesciar da capo l’armonia di quella amministrazione organizzata con ordine mirabile e per molti anni eseguita coll’integrità e la rettitudine che definisce il carattere del buon governo”. I due fratelli Briganti, pur lontani da questi estremismi, continuarono a partecipare attivamente alle contese cittadine: nel dicembre del 1791 il B. e il barone Francesco Palmieri furono i rappresentanti del primo ceto in una delle numerose commissioni nominate per tentar di sbloccare la difficile situazione.

Domenico Briganti, in due discorsi, del 1789 e 1790, in occasione della morte di Carlo III e di Giuseppe II, ripropose con particolare solennità, di fronte al sindaco Vincenzo Tafuri, nell’Oratorio dei nobili della città, il suo programma e la sua superstite speranza nell’assolutismo illuminato. Ricordava come Carlo di Borbone avesse fatto a Napoli un grande sforzo per dar “leggi ad un popolo pervertito dalla coltivata ragione”, e come si fosse tenuto lontano dai “rigori d’un fisco armato e dalle vessazioni dell’orgoglio feudale”. Quanto all’imperatore Giuseppe II, egli aveva saputo liberare i contadini dalla “servitù della gleba”, e “spezzar le catene dell’avvilito bifolco”, così come aveva saputo imporre nei suoi domini una benefica “tolleranza civile”, riaffermare di fronte alla Chiesa la sovranità dello Stato e porsi un grandioso programma sociale: “Non vi saranno più poveri ne’ miei stati”. “Egli, sempre animato dall’amore del ben pubblico, abbatté con un colpo di autorità la squallida selva di vecchi statuti, dettati dalla barbarie… sostituendovi un codice restauratore del buon ordine e distruttivo delle insidiose imboscate del foro”. Un altro modello di assolutismo illuminato arrideva di lontano a Domenico, così come a suo fratello e ai loro amici Giovanni Presta (che chiamò Caterina II “la Pallade delle Russie”) e Luca Personé (che nel 1795 pubblicava a Napoli delle Riflessioni politiche sulla ricchezza della Russia)Domenico scrisse un Saggiostorico del secolo di Caterina II imperatrice di tutte le Russie, oggi perduto. Ma anche in lui questo vagheggiamento assolutistico è accompagnato sempre da una visione nettamente patrizia e cittadina. Un processo causato da un naufragio sulla costa della Terra d’Otranto gli fornì l’occasione di esprimere ancora una volta la sua ammirazione per Venezia, “senato di re e popolo di eroi”, “governo libero il quale seppe far testa agli insulti stranieri con invincibile costanza e prevenir le rivoluzioni intestine con vigilanza formidabile” (Memoria da presentarsi alla Serenissima repubblica veneta per lo naufragio de 27 novembre 1793 della nave di alto bordo detta La Sirena).Preoccupazioni e pensieri ben lontani dalla coeva Rivoluzione francese, di cui egli scrisse, allora, una Storia, da lui stesso bruciata, pare, nel 1799.

Il B. sembrò invece, nell’ultimo decennio del secolo, rifugiarsi soprattutto in esercizi poetici, umanistici, in una traduzione di L. Annio Floro e in numerosi atti di pietà.

Il 1799 precipitò a Gallipoli una situazione a lungo sospesa. “Ad imitazione del la capitale e di Lecce” il governo repubblicano venne proclamato a Gallipoli e fu innalzato l’albero della libertà. Ma il nuovo governo non durò che otto giorni. Il 17 febbr. 1799 era già rovesciato. Il giorno dopo, in un Parlamento straordinario, il B. e Nicola Muzi vennero eletti “assessori per il buon regolamento degli affari universali”. Ben presto la situazione peggiorò. Con difficoltà venne sventato un tentativo di saccheggio e di massacro progettato dall'”anarchista” Gennaro Filisio, celebre bandito, “gran capitan generale del popolo basso”. Gli elementi popolari, facchini, marinai, bottegai, ecc., scatenati dalla Santa fede, ebbero la città nelle loro mani. Il B. venne arrestato. Soltanto all’inizio d’ottobre Gallipoli venne posta, sono la minaccia d’un bombardamento dal mare, sotto il controllo delle autorità costituite borboniche, che catturarono un centinaio di ribelli e liberarono dal carcere anche il Briganti. I maggiorenti ripresero rapidamente le redini della città. Ma, profondamente scosso dagli avvenimenti, il B. era al termine della sua carriera. Morì il 23 febbr. 1804.

Fonti e Bibl.: Le Opere postume del B. furono raccolte da G. B. De Tommasi e stampate in due volumi a Napoli nel 1818, con un molto retorico suo Elogio storico. Il primo studio accurato fu quello di C. Massa, F. B. e le sue dottrine economiche, Trani 1897. Poco o nulla aggiunge S. Ruggiero Mazzone, Un economista pugliese del Settecento: F. B., Bari 1964. Sul pensiero economico, T. Persico, Ilpensiero di F. B., in Atti dellAccademia Pontaniana, LVI (1926), pp. 5-20; G. Carano-Donvito, F. M. B. Esame economico del sistema civile, in Economisti di Puglia, Firenze 1956. Su Gallipoli nel Settecento: Struömberg, Baumoelhandel in Neapel,besonders in Gallipoli, in A. L. Schlözer, Briefwechsel meist histor. polit. Inhalts, parte V, quaderno 27, Göttingen 1779; B. Ravenna, Memorie istoriche della città di Gallipoli,Napoli 1836; V. Tafuri, Della nobiltà,delle sue leggi e dei suoi istituti nel già reame delle Due Sicilie,con particolar notizie intorno alle città di Napoli e di Gallipoli, Napoli 1869; F. Massa, Avvenimenti di Gallipoli dal 1798 al 1815, Gallipoli 1877; C. Massa, Ilprezzo e il commercio degli olii di oliva di Gallipoli e di Bari Trani 1897; Id., Venezia e Gallipoli. Notizie e documenti,Trani 1902; A. Lucarelli, La Puglia nel Risorgimento, II, La rivoluzione del 1799, Bari 1934; D. Derossi, Storia e vicende della tonnaradi Gallipoli, Gallipoli 1964.

I manoscritti conservati dalla famiglia Briganti almeno fino al 1897, e descritti da C. Massa, F. B., cit., sono oggi perduti. La Biblioteca civica di Galliboli conserva un manoscritto sulla formazione della Voce degli olii mosti (n. 3330). Nell’Archivio di Stato di Lecce si trovano tra le Scritture delle università e feudi della provincia di Lecce le carte municipali di Gallipoli. Indispensabile per ricostruire l’attività politica dei Briganti è il n. 8, Parlamenti universali e conclusioni decurionali. Gallipoli1763-1801. Numerosi altri documenti nei mazzi 36/11, 36/12, 36/14, ecc. Nell’Archivio di Stato di Napoli, cfr., tra le carte della Regia Camera della Sommaria, Iconti della Sommaria (1524-1807), recentemente inventariati a stampa da D. Musto, Roma 1969. Le lettere di F. B. a G. Filangieri si trovano nella Biblioteca del Museo civico G. Filangieri di Napoli, Mazzo 28, n. 5. Tra i manoscritti della Biblioteca Nazionale di Napoli, nel carteggio di D. Diodati, si trova una lettera di F. B., da Gallipoli, dell’8 nov. 1788, su problemi monetari e numismatici. A Firenze, nella Biblioteca Moreniana, sotto la segnatura Frullani 40, vol. IV, si trova una lettera di Astore a M. Lastri, del 20 ag. 1790, in cui si parla a lungo della famiglia Briganti.

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