domenica , 16 dicembre 2018
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Diocesi Nardò Gallipoli

Due città, una diocesi

La Diocesi di Nardò-Gallipoli è nata in virtù del Decreto della Congregazione dei Vescovi del 30 settembre 1986, con cui veniva sancita la piena unione di due antiche Chiese Particolari, collocate territorialmente sul versante ionico del Salento o “Terra d’Otranto”, e le cui vicende storiche talora si sono incrociate.

La nuova Diocesi di Nardò-Gallipoli

Dalla piena unificazione delle due Diocesi è nata una nuova entità che, pur costituendo un’unica Chiesa Particolare, ritiene una ricchezza ed una responsabilità il conservare la memoria delle proprie radici e armonizzare le peculiarità delle due comunità di origine, a vantaggio della missione che oggi la nuova Diocesi è chiamata ad attuare.

Nel nuovo assetto, pertanto, la sede della Diocesi è in Nardò; la Cattedrale, segno di unità, è quella neretina, mentre la chiesa di Gallipoli ha il rango di Concattedrale; patroni sono San Gregorio Armeno e Sant’Agata.

Il primo vescovo della nuova Diocesi è stato Mons. Aldo Garzia, al quale è subentrato nel 1995 Mons. Vittorio Fusco e nel 2000 Mons. Domenico Caliandro. Dal 16 luglio 2013 il vescovo è Mons. Fernando Filograna.

 

  • Stemma e motto episcopale 
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Stemma e motto episcopale

Lettura dello stemma

StemmavescovoAl centro  CRISTO RISORTO: Gesù ricorda a tutti: quando mi collocherete al vertice di tutte le attività della terra, compiendo il dovere di ogni momento ed essendo miei testimoni nelle cose grandi e piccole, allora attirerò tutto a me, e il mio regno in mezzo a voi sarà una realtà (Gv. 12,32).

A sinistra LA STELLA: A Gesù si va e si ritorna sempre per Maria. La mamma della terra guarda con maggiore predilezione il figlio più debole, il più ammalato, il meno intelligente, il povero. Noi siamo i suoi figli e dal suo trono celeste soccorre noi nelle grandi e elle piccole necessità. Maria è la stella, la via sicura per trovare Dio.

LE SPIGHE: L’umiltà di Gesù: a Betlem, a Nazaret, sul Calvario e nell’Ostia Santissima: si è nascosto nel pane. Si è umiliato fino a questo estremo per amore nostro. E’ rimasto nel tabernacolo per esser nostro alimento, per darci forza, per divinizzarci, per dare efficacia al nostro lavoro, al nostro sforzo. Ci ha fatti membra sue, membra unite ad altre membra, il suo corpo. Attraverso i sacramenti (7 spighe) sperimentiamo la spiritualizzazione deificante dello Spirito Santo che non solo ci configura a Cristo, nel Battesimo, ma ci cristifica per intero, ci associa alla pienezza di Cristo. Lo Spirito Santo attraverso i sacramenti continua ad assistere la Chiesa di Cristo in modo che sia sempre e in ogni cosa un segno innalzato in mezzo a tutte le nazioni, per annunciare agli uomini l’amore di Dio.

Il BLU dello sfondo: il mare della storia nel quale il Signore ci chiama ad operare. Spiegazione del motto Tutto è per il nostro bene: è un messaggio di serenità, di gioia, di pace quello che San Paolo ci offre nella Lettera ai Romani (cfr. Rm 8,28). Sono tre parole che dipingono il Figlio di Dio: il Signore ci ama come un padre e pertanto ogni avvenimento lieto o triste per un figlio di Dio è sempre favorevole, è sempre per il suo bene. Queste tre parole sono un atto di fede, di amore e di speranza: spingono ad amare la volontà di Dio e aiutano ad avere una visione soprannaturale della storia. San Paolo non dice che tutto è buono, ma che tutto è per il bene. Perché esiste il peccato, esiste il diavolo che semina la zizzania nel campo della Chiesa e del mondo. Ogni giorno si sperimenta il mistero del male! E sembra che Dio sia assente, non faccia nulla; invece esiste soprattutto il mistero dell’amore di Dio che vince il male con il bene, che ha distrutto il peccato e ha salvato l’uomo. Ha creato la libertà, ha voluto l’uomo libero perché potesse corrispondere al suo amore, e così ha rischiato di vedere usata male la libertà proprio da parte dei suoi figli. Ma per venire incontro all’uomo, ha dato la vita, è morto sulla croce e ha distrutto la morte e il peccato. La liturgia pasquale nell’Exultet canta ‘felice colpa che meritò un così grande Redentore!’. Il peccato di Adamo ha portato Dio a incarnarsi e redimerci con la sua croce, ha permesso all’uomo di essere elevato alla dignità di figlio di Dio, erede della gloria. Allora Omnia in bonum non è un’esclamazione di impotenza di fronte al male che si presenta come irrimediabile, non è una forma di difesa da parte del nostro pessimismo ma diventa un grido che ci impegna all’ottimismo, alla speranza, a lottare con tutte le forze perché Dio sa trarre il bene dal male. Il peso dei peccati e delle offese, tutte quelle mancanze di generosità che noi uomini a volte avvertiamo in modo drammatico e che non vorremmo mai aver fatto, grazie al dolore di amore, diventano fonte di gioia, di perseveranza e di fortezza. Il peccato non può mai concorrere al bene, perché il peccato distrugge e uccide, ma il peccato muove Dio a venirci incontro come va incontro al figlio prodigo. Se noi umilmente riconosciamo le nostre colpe e ci lasciamo abbracciare dalla sua misericordia, allora Dio sa trarre un grande bene anche dalle nostre miserie. Nella vita, poi, si incontrano tante difficoltà: ci sono contrarietà, umiliazioni, prove. San Pietro nella sua Prima Lettera ricorda che l’oro che è provato nel crogiolo (cf 1Pt 1,7): esse sono momenti che la Provvidenza divina permette affinché possiamo purificarci. Se vissute con amore, possiamo valorizzarle come strumenti di corredenzione; possiamo unirle alle sofferenze di Cristo per la salvezza dei fratelli. E questa è la grande rivoluzione del Cristianesimo: il dolore diventa un tesoro, la sofferenza fisica diventa feconda grazie all’amore. Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi? Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio!

La Diocesi di Gallipoli

L’antichità della Diocesi di Gallipoli è attestata almeno a partire dal 553, quando il suo vescovo Domenico risulta presente al Concilio Costantinopolitano II, benché la leggenda popolare ne abbia fatto risalire la fondazione addirittura a San Pancrazio, discepolo dell’Apostolo Pietro, che ne sarebbe stato vescovo prima di approdare a Taormina.

In forza del processo di bizantinizzazione del Salento, seguito alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, e del ripopolamento del territorio, attuato sistematicamente dagli imperatori d’Oriente con coloni di cultura greca provenienti dal Ponto sul finire del sec. IX, Gallipoli fu caratterizzata da una forte impronta bizantina, divenendo suffraganea della sede metropolitana di Santa Severina fino al 1067, quando passò sotto la sede di Otranto.

E’ credibile la tesi degli studiosi che ritengono che la “massa” di Gallipoli (vale a dire il territorio posto alle dipendenze di quel vescovo), di probabile origine giustinianea, fosse assai più estesa di quanto poi non risultò con l’avvento dei Normanni, quando fu ridotta ad un’enclave di quella che poi sarà la Diocesi di Nardò.

Un primo tentativo di passaggio di Gallipoli al rito latino avvenne intorno al 1115 con la nomina del vescovo Baldrico, ma già nel 1158 con Teodosio ritornò la gerarchia di rito greco. La medesima cosa si ripropose intorno al 1268, in occasione della conquista degli angioini, naufragata anche questa volta qualche anno più tardi, fino a che dal 1374 il rito latino non prese definitivamente il sopravvento.

Nel 1126, al posto dell’antica cattedrale intitolata a San Giovanni Crisostomo, ne fu edificata una nuova, dedicata a Sant’Agata, la cui reliquia della mammella giunse in quell’anno a Gallipoli. Tra il 1629 e il 1696 è stata innalzato il tempio attuale, straordinario esempio dell’arte barocca salentina, elevato a Basilica Minore nel 1948.

Ebbe il suo Seminario nel 1759, allocato in un artistica e monumentale costruzione, oggi divenuta sede della sezione di Gallipoli del Museo Diocesano

 

La Diocesi di Nardò

Non è improbabile che Nardò, città messapica di rilievo e poi municipio romano, possa aver avuto nella fase della cristianizzazione un proprio vescovo residenziale; nessun documento tuttavia lo attesta. Sicuramente non aveva un proprio vescovo al tempo del papa Gregorio Magno, che pure scrisse lettere ai diversi vescovi del Salento. Una presunta lettera di Paolo I del 761, attestante l’esistenza della diocesi neretina prima del sec. VIII, è destituita di ogni fondamento. Agli inizi del II millennio Nardò compare come sede di un monastero di monaci orientali, governato da priori, sorto presso la chiesa di Santa Maria de Nerito, dove officiava in contemporanea un collegio di canonici secolari, singolarità che ha fatto supporre nel sec. XIII che effettivamente la chiesa fosse stata in precedenza cattedrale. Non è improbabile che al monastero facesse capo tutto il vasto territorio che oggi costituisce il comune di Nardò e quello di Copertino.

Con l’avvento dei Normanni si determinò un riassetto di tutto il territorio oggetto di conquista, con la creazione delle contee, tra cui quella di Nardò, retta da Goffredo l’Inclito, conte anche di Conversano, Monopoli, Brindisi, Matera e Montepeloso. Probabilmente fu questo il momento in cui si definirono i confini di quella che poi diventerà la diocesi neretina, con la sottrazione di parte della massa gallipolitana, mentre un’altra parte dovette confluire nella diocesi di Ugento, costituita appunto nel medesimo periodo.

Nel 1090, dopo aver ricostruito la chiesa di S.Maria de Nerito, Goffredo ottenne dal papa Urbano II l’elevazione del monastero in abbazia “nullius” con regola benedettina, ponendola sotto l’immediata dipendenza del pontefice, con giurisdizione su tutto il territorio della contea. Le altre 14 abbazie, sparse sul territorio diocesano, per lo più evolutesi dagli insediamenti monastici italo-greci del tempo della colonizzazione bizantina (sec. IX), furono assoggettate all’autorità dell’abate di S.Maria de Nerito.

Il governo degli abati è durato poco più di tre secoli. Dopo un primo tentativo di istituzione della Diocesi di Nardò nel 1387 da parte dell’antipapa Clemente VII nel contesto dello scisma avignonese, andato fallito perché Bonifacio IX nel 1401 dichiarò nulli tutti gli atti di Clemente VII, l’11 gennaio 1413 Giovanni XXIII, papa dell’obbedienza pisana, elevò la chiesa di S.Maria de Nerito in Cattedrale e la Terra di Nardò in Città, nominando vescovo l’ultimo abate Giovanni De Epifanis. Superato lo scisma con l’elezione di Martino V, che confermò gli atti di Giovanni XXIII, la successione episcopale nella sede di Nardò continuò ininterrotta fino ai nostri giorni. Tra i suoi presuli annovera anche il celebre Fabio Chigi, vescovo dal 1635 al 1652, divenuto poi pontefice con il nome di Alessandro VII.

Della cattedrale, costruita dal conte Goffredo nel 1088, restano probabilmente solo scarse vestigia, mentre sono ampiamente attestati i rifacimenti successivi, soprattutto del sec. XIII e XIV. Dal momento della elevazione a sede vescovile ha mutato il titolo in quello di Maria SS.Assunta. Nel 1725 il vescovo Antonio Sanfelice ne riedificò integralmente la facciata su progetto del fratello Ferdinando, celebre architetto napoletano.

Un sostanziale intervento di ripristino, realizzato tra il 1892 e il 1899, ha cancellato tutte le superfetazioni prodotte nei sec. XV-XVIII, riportando il tempio alla sua faciesmedievale. Nel 1897 è stato dichiarato monumento nazionale e nel 1980 elevato al rango di Basilica minore.

Dopo una lunga gestazione, durata circa sessant’anni, nel 1674 ha visto la luce il Seminario diocesano, la cui attività ha continuato ininterrottamente fino al presente, anche se dal 1964 è cambiata la sede, risultando quella antica ormai non più adeguata.

 

SANTI PATRONI DELLA DIOCESI

santagataSant’Agata (San Giovanni Galermo o, secondo altre fonti, Palermo, 8 settembre 229 / 235 – Catania, 5 febbraio 251) è stata, secondo la tradizione cattolica, una giovane vissuta nel III secolo, durante il proconsolato di Quinziano. Dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa viene venerata come santa, vergine e martire. 

Secondo la leggenda la santa nacque in una famiglia siciliana ricca e nobile, nell’anno 235, indicata come di origine palermitana, ma da altre fonti catanese. Agata, assieme a santa Cristina, santa Ninfa e sant’Oliva, è una delle quattro sante protettrici della Città Felicissima ossia Palermo, caput regni et sedis regis della Sicilia (Santa Rosalia nascerà nel XII secolo). 

I documenti narrativi del martirio di Agata indicano però in tre punti che, sebbene possa essersi rifugiata a Palermo alla Guilla, la Santa è nata a Catania: il primo punto è quello relativo all’inizio del processo, secondo il testo fornito dalla redazione latina. Tale redazione esordisce rilevando nel vers. 1 che Agata fu martirizzata a Catania; nel vers. 24 la stessa redazione latina riferisce che Quinziano interpella Agata invitandola a dire di che condizione fosse, e nel vers. 25 riferisce che Agata rispose a Quinziano dicendo: “Io non solo sono libera di nascita, ma provengo anche da nobile famiglia, come lo attesta tutta la mia parentela”: con queste parole Agata dichiara che tutta la sua parentela era presente e residente a Catania, oltre a esservi residente lei stessa e a essere nativa proprio di lì. Il secondo punto è quello relativo all’apparizione dell’Angelo che, nel momento in cui il cadavere di Sant’Agata viene seppellito, depone dentro il suo sepolcro una lapide di marmo in cui era scolpito che Agata era “anima santa, onore di Dio e liberazione della sua Patria”: a tale proposito i versetti 102-104 rilevano che, per dimostrare la verità di quanto espresso in quella lapide e cioè che Agata era la liberazione della sua Patria, Dio, a un anno appena dalla sua morte, fa arrestare la lava dell’Etna, che stava invadendo Catania. II terzo punto è quello relativo al fatto che il testo della redazione greca, riportato nel manoscritto del Senato di Messina, espressamente recita che “Catania è la patria della magnanima S. Agata”: tale testo è di assoluto valore storico perché risale all’epoca in cui a Catania ancora non era stato eretto alcun tempio ad Agata.

Secondo la tradizione cattolica Sant’Agata si consacrò a Dio all’età di 15 anni circa, quando fece questa richiesta al Vescovo di Cataniache accolse il suo desiderio e le impose il velo rosso portato dalle vergini consacrate. Però studi storico-giuridici approfonditi rivelano, al momento della sua morte, un’età non inferiore ai 21 anni: non prima di questa età, infatti, una ragazza poteva essere consacrata diaconessa come effettivamente era Agata, cosa documentata dalla tradizione orale catanese, dai documenti scritti narranti il suo martirio e dalle raffigurazioni iconografiche ravennate, con particolare riferimento alla tunica bianca e al pallio rosso; possiamo quindi a ragione immaginare che, sebbene si fosse consacrata a Dio a 15 anni grazie al consenso speciale del Vescovo, non fosse più una ragazzina al momento del martirio, ma piuttosto una donna con ruolo attivo nella sua comunità cristiana: una diaconessa aveva infatti il compito, fra gli altri, di istruire i nuovi catecumeni alla fede cristiana (catechesi) e preparare i più giovani al battesimo, alla prima comunione e alla cresima. Ciò porterebbe a retrodatare di almeno sei anni la data di nascita, che tradizionalmente si colloca all’8 settembre 235, poiché si riteneva fosse morta a 15 anni il 5 febbraio 251.

Nel periodo fra la fine del 250 e l’inizio del 251 il proconsole Quinziano, giunto alla sede di Catania anche con l’intento di far rispettare l’editto dell’imperatore Decio, che chiedeva a tutti i cristiani di abiurare pubblicamente la loro fede, mise in atto una persecuzione feroce. La tradizione riferisce che Agata fuggì con la famiglia a Palermo, alla Guilla, ma Quinziano li scovò e li fece tornare a Catania. Il punto che la giovane catanese attraversò per uscire da Palermo e tornare alla sua patria, oggi è detto Porta Sant’Agata. Quando la vide di presenza, Quinziano s’invaghì della giovinetta e, saputo della consacrazione, le ordinò, senza successo, di ripudiare la sua fede e adorare gli dèi pagani. Si può ipotizzare, coesistente a ciò, anche un quadro più complesso: ovvero, dietro la condanna di Agata, la più esposta nella sua benestante famiglia, poteva esserci l’intento della confisca di tutti i loro beni. Di certo, era un contesto storico estremamente drammatico per i cristiani: Papa Fabiano era morto, ucciso, da più di un anno, la sede era vacante, e il successore Cornelio sarebbe stato eletto ben 14 mesi dopo il suo martirio.

Al rifiuto deciso di Agata, il proconsole l’affidò per un mese alla custodia rieducativa della cortigiana Afrodisia e delle sue figlie, persone molto corrotte. È probabile che Afrodisia fosse una sacerdotessa di Venere o Cerere, e pertanto dedita alla prostituzione sacra. Il fine di tale affidamento era la corruzione morale di Agata, attraverso una continua pressione psicologica, fatta di allettamenti e minacce, per sottometterla alle voglie di Quinziano, arrivando a tentare di trascinare la giovane catanese nei ritrovi dionisiaci e relative orge, allora molto diffuse a Catania. Ma Agata, in quei giorni, a questi attacchi perversi che le venivano sferrati, contrappose l’assoluta fede in Dio; e pertanto uscì da quella lotta vittoriosa e sicuramente più forte di prima, tanto da scoraggiare le sue stesse tentatrici, le quali rinunciarono all’impegno assunto, riconsegnando Agata a Quinziano.

Rivelatosi inutile il tentativo di corromperne i principi, Quinziano diede avvio a un processo e convocò Agata al palazzo pretorio. Memorabili sono i dialoghi tra il proconsole e la santa che la tradizione conserva, dialoghi da cui si evince senza dubbio come Agata fosse edotta in dialettica e retorica.

Breve fu il passaggio dal processo al carcere e alle violenze con l’intento di piegare la giovinetta. Inizialmente venne fustigata e sottoposta al violento strappo delle mammelle, mediante delle tenaglie. La tradizione indica che nella notte venne visitata dal Primo Papa, San Pietro, che la rassicurò e ne risanò le ferite. Infine venne sottoposta al supplizio dei carboni ardenti. La notte seguente all’ultima violenza, il 5 febbraio 251, Agata spirò nella sua cella.

sangregorioSan Gregorio Illuminatore (Armenia, 257 circa – 332 circa) è stato un vescovo cristiano orientale e santo armeno, apostolo degli armeni, fondatore e santo patrono della Chiesa apostolica armena. È venerato come santo anche dalla Chiesa cattolica, dalla Chiesa copta e dalla Chiesa ortodossa, che lo ricorda il 30 settembre. Apparteneva alla dinastia reale degli Arsacidi, per parte di padre, un parto di nome Anak che assassinò il sovrano armeno Cosroe I.

Sua madre era un’armena di nome Okohe e gli agiografi attribuiscono che la prima influenza cristiana ricevuta da San Gregorio al luogo della nascita, avvenuta vicino ad un monumento eretto in onore di san Giuda Taddeo. Rifugiatasi in Cappadocia per sfuggire alla persecuzione dei sovrani arsacidi, la famiglia si stabilì a Cesarea, dove Gregorio venne educato da un nobile convertito al cristianesimo, di nome Eutalio.

Giunto alla maggiore età, dopo essersi sposato con Mariam, figlia di un nobile dell’Armenia Minore, dalla quale ebbe due figli, Vrtanes e Aristakes, Gregorio cercò di introdurre la religione cristiana nel suo paese natale. All’epoca del suo ritorno nella terra natale, l’Armenia aveva come sovrano Tiridate III d’Armenia, figlio di quel Chosroe I che suo padre aveva ucciso.

Tiridate, educato a considerare i cristiani come disturbatori della società e della religione, Tiridate perseguì i primi missionari cristiani in Armenia, e in particolar modo l’efficace campagna del predicatore Gregorio, che aveva fatto molti proseliti. Egli ordinò perciò d’imprigionare Gregorio nella fortezza-prigione di Khor Virap, nella città di Artashat, dove il predicatore rimase per ben tredici anni.

La leggenda cristiana vuole che a seguito delle sue persecuzioni contro i cristiani, il re armeno venisse colto da una terribile malattia, dalla quale nessun medico di corte riusciva a curarlo. Quando la sorella del re ebbe un sogno che le parlò dei poteri miracolosi del predicatore imprigionato nelle segrete, il re (sempre secondo la leggenda cristiana) rifiutò inizialmente la proposta, ma alla fine cedette e venne guarito prontamente per intercessione di Gregorio.

A quel tempo Gregorio, che era un semplice monaco, andò a Cesarea per ricevere dal metropolita Leonzio la consacrazione di Katholikos e Patriarca d’Armenia, diventando così la figura primaria della nuova comunità religiosa cristiana. In tutta l’Armenia vennero costruite chiese, conventi e scuole cristiane con la benedizione e l’aiuto economico del sovrano. La più importante di queste città fu Echmiadzin, che divenne il fulcro della cristianità armena.

Gregorio continuò la sua campagna di evangelizzazione per diversi anni, rischiando spesso la vita a causa delle continue minacce dei vari signori locali ancora fedeli alla religione pagana, ma alla fine si ritirò sulle montagne di Akilisene, dove continuò a vivere come un asceta. Affidò l’amministrazione della comunità cristiana a suo figlio Aristakes che era stato consacrato sin dal 318, in qualità di vescovo d’Armenia, Aristakes partecipò nel 325 al Concilio di Nicea, proclamato dall’imperatore Costantino I per discutere e fissare alcuni importanti punti della fede cristiana.

Nello stesso anno, Gregorio morì in solitudine sul monte Sepouh. Suo figlio Aristakes venne ucciso successivamente nel 333 a Sofene da Archelao, un funzionario al servizio di Roma, al suo posto, in qualità di III Katholikos fu eletto suo fratello Vrtanes che coprì l’incarico dal 333 al 341. Entrambi vennero canonizzati santi dalla Chiesa apostolica armena

Cronotassi dei Vescovi della Diocesi di Gallipoli

  • Benedetto †[30]
  • Domenico † (menzionato nel 551)
  • Giovanni I † (prima del 593 – circa novembre 595 deceduto)
  • Sabino o Sabiniano † (menzionato nel 599)
  • Giovanni II † (menzionato nel 649)
  • Mechisedech? † (menzionato nel 787)
  • Paolo I † (menzionato nel 1081 circa)
  • Baldrico † (menzionato nel 1105)
  • Teodoro † (1158 – 1173)
  • Pietro Galeta † (? – 1177)
    • Corrado † (menzionato nel 1179) (amministratore apostolico)
  • Coconda? † (al tempo di papa Celestino III)
  • Anonimo † (menzionato nel 1215)
  • Gregorio † (1271 – 1325 deceduto)
    • Goffredo † (1325 – 1327) (vescovo eletto)
  • Milezio, O.S.B.I. † (30 ottobre 1329 – 1330)
  • Paolo II, O.S.B.I. † (15 ottobre 1331 – ?)
  • Pietro † (menzionato nel 1348)
  • Domenico † (? deceduto)
  • Ugolino † (12 ottobre 1379 – ? deceduto)
  • Giovanni di Nardò, O.F.M. † (1º giugno 1383 – 24 gennaio 1396 nominato vescovo di Lacedonia)[31]
  • Guglielmo di Nardò, O.F.M. † (24 gennaio 1396 – ? deceduto)
  • Guglielmo De Fonte † (1412 – 1420)[32]
  • Angelo Corpo Santo, O.P. † (13 agosto 1421 – ? deceduto)
  • Donato da Brindisi, O.F.M. † (4 febbraio 1424 – 1443 deceduto)
  • Antonio de Neotero, O.F.M. † (20 marzo 1443 – 23 luglio 1445 nominato vescovo di Mottola)
  • Pietro † (30 luglio 1445 – ? deceduto)
  • Antonio de Joannetto, O.F.M. † (8 ottobre 1451 – ?)[33]
  • Ludovico Spinelli † (17 aprile 1458 – 1487)[34]
  • Alfonso Spinelli † (? – 1493 deceduto)
  • Francesco † (1494 – ?)
  • Alessio Celadoni † (12 dicembre 1494 – 7 giugno 1508 nominato vescovo di Molfetta)
  • Enrico d’Aragona † (6 agosto 1508 – 24 agosto 1509 deceduto)
  • Jerónimo Muñoz, O.S.B.I. † (17 ottobre 1524 – 1529 dimesso)
  • Federico Petrucci † (27 agosto 1529 – 1536 deceduto)
  • Pellegrino Cibo de Turcilla † (4 agosto 1536 – 1540 deceduto)
  • Giovanni Francesco Cibo † (1540 – 1575 deceduto)
  • Alfonso Herrera, O.S.A. † (30 luglio 1576 – 25 febbraio 1585 nominato vescovo di Ariano Irpino)
  • Sebastián Quintero Ortiz † (7 febbraio 1586 – 1595 dimesso)
  • Vincenzo Capece, C.R. † (8 gennaio 1596 – 6 dicembre 1620 deceduto)
  • Gundisalvo De Ruenda † (23 maggio 1622 – 1651 deceduto)
  • Andrea Massa † (25 settembre 1651 – 30 dicembre 1654 o 30 gennaio 1655 deceduto)
    • Andrea Martinez de Azevedo † (1655 – 1655 deceduto) (vescovo eletto)
  • Giovanni Montoja de Cardona † (9 giugno 1659 – 9 marzo 1667 deceduto)
  • Antonio Geremia de Bufalo, O.F.M. † (14 maggio 1668 – 25 settembre 1677 deceduto)
  • Antonio Perez della Lastra † (6 febbraio 1679 – 14 gennaio 1700 deceduto)
  • Oronzo Filomarini, C.R. † (28 maggio 1700 – 5 marzo 1741 dimesso)
  • Antonio Maria Pescatori, (titolo personale di ArcivescovoO.F.M.Cap. † (6 marzo 1741 – 14 gennaio 1747 deceduto)
  • Serafino Brancane, O.S.B. † (10 aprile 1747 – 27 gennaio 1759 deceduto)
  • Ignazio Savastano † (28 maggio 1759 – 6 settembre 1769 deceduto)
  • Agostino Gervasio, O.S.A. † (29 gennaio 1770 – 17 novembre 1784 dimesso)[35]
    • Sede vacante (1784-1792)
  • Giovanni Giuseppe Dalla Croce, O.A.D. † (27 febbraio 1792 – 13 dicembre 1820 deceduto)
  • Giuseppe Maria Botticelli † (19 aprile 1822 – 23 giugno 1828 nominato vescovo di Lacedonia)
  • Francesco Antonio Visocchi † (2 luglio 1832 – 20 aprile 1833 deceduto)
  • Giuseppe Maria Giove, O.F.M. † (19 dicembre 1834 – 24 giugno 1848 deceduto)
  • Leonardo Moccia † (11 dicembre 1848 – 17 aprile 1852 deceduto)
  • Antonio La Scala † (27 settembre 1852 – 27 settembre 1858 nominato vescovo di San Severo)
  • Valerio Laspro † (23 marzo 1860 – 6 maggio 1872 nominato vescovo di Lecce)
  • Aniceto FerranteC.O. † (21 marzo 1873 – 1878 dimesso)[36]
  • Gesualdo Nicola Loschirico, O.F.M.Cap. † (12 maggio 1879 – 27 febbraio 1880 nominato arcivescovo di Acerenza e Matera)
  • Enrico Carfagnini, O.F.M. † (27 febbraio 1880 – 24 marzo 1898 nominato arcivescovo titolare di Cio)
  • Gaetano Müller † (20 agosto 1898 – 7 febbraio 1935 deceduto)
  • Nicola Margiotta † (16 dicembre 1935 – 25 settembre 1953 nominato arcivescovo di Brindisi)
  • Biagio d’Agostino † (14 maggio 1954 – 24 febbraio 1956 nominato vescovo di Vallo della Lucania)
  • Pasquale Quaremba † (20 giugno 1956 – 15 giugno 1982 ritirato)
  • Aldo Garzia † (15 giugno 1982 – 30 settembre 1986 nominato vescovo di Nardò-Gallipoli)

 

Mons-Fernando-FilogranaVescovo

S.E.R. Mons. Fernando FILOGRANA
Vescovo della Diocesi di Nardò – Gallipoli
nato a Lequile il 26.09.1952

Ordinato Sacerdote il 29.06.1978

Ordinato Vescovo della Diocesi di Nardò – Gallipoli il 14.09.2013
Piazza Pio XI, 24 – 73048 NARDO’ (LE)
Email: vescovo@diocesinardogallipoli.it

DATI BIOGRAFICI 

Mons. Fernando Tarcisio FILOGRANA

Figlio di Vito e Scardino Maria

Nato a Lequile (LE) il 26 settembre 1952

Ordinato sacerdote il 29 giugno 1977

Alunno del Seminario minore di Lecce e di quello Regionale di Taranto, è entrato dopo la maturità classica nel Pontificio Seminario Romano Maggiore, frequentando la Facoltà di Filosofia e la Facoltà di Teologia presso la Pontificia Università Lateranense. Successivamente ha conseguito la Licenza in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana in Roma.

Durante il suo ministero presbiterale ha ricoperto i seguenti uffici:

1977 – 1978 Animatore presso il Pontificio Seminario Romano Maggiore
1978 – 1979 Notaio del Tribunale Ecclesiastico diocesano
1978 – 1983 Padre Spirituale del Seminario minore diocesano di Lecce
1979 – 1983 Vice Cancelliere della Curia Arcivescovile di Lecce
1983 – 1996 Rettore del Seminario minore diocesano di Lecce
1984 – 1996 Canonico della Chiesa Cattedrale
1985 – 2006 Direttore del Centro diocesano vocazioni
1996 – 2007 Arciprete della Parrocchia Maria SS. Assunta in Trepuzzi (LE)
1998 – 2013 Membro del Collegio dei Consultori
1999 – 2005 Vicario episcopale per il Clero e il diaconato permanente
1999 – 2013 Canonico della Chiesa Cattedrale
2005 Incaricato per la pastorale organica
2007 – 2010 Pro-Vicario generale dell’Arcidiocesi di Lecce
2007 – 2013 Parroco della Parrocchia San Giovanni Maria Vianney in Lecce
2010 – 2013 Vicario Generale dell’Arcidiocesi di Lecce
Nel 1990 gli viene conferita l’onorificenza pontificia di Cappellano di Sua Santità e nel 2008 quella di Prelato d’Onore di Sua Santità.

La Conferenza Episcopale Pugliese lo nomina Membro della Commissione regionale per il clero e la vita consacrata, incarico ricoperto dal 2000 al 2013.
Ha insegnato Teologia Fondamentale all’Istituto Superiore di Scienze religiose di Lecce. Scrive sul giornale diocesano “L’Ora del Salento” ed è Postulatore della Causa di Canonizzazione del Servo di Dio Mons. Ugo De Blasi.

Mons. Vescovo  riceve presso la Curia Vescovile di Nardò:

Lunedì – Martedì – Mercoledì dalle ore 9:00 alle ore 13:00
Piazza Pio XI , 73048 Nardò (Lecce) – Tel. 0833. 871 052  Fax 0833. 874 651

Nei mesi di Luglio e Agosto  il Vescovo
riceve Lunedì – Martedì – Mercoledì dalle ore 9 alle ore 12 e su appuntamento.

 

La Diocesi di Nardò-Gallipoli

Curia Vescovile – Piazza Pio XI, 24

73048 Nardò (Le)

Telefono: (+39) 0833.871659

Fax: (+39) 0833.874651

Email: vescovo@diocesinardogallipoli.it

www.diocesinardogallipoli.org

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