I Chircher. Organari di Gallipoli del XVII e XVIII sec.

Quattordici organi storici custoditi nelle Chiese del borgo antico di Gallipoli sono la testimonianza di una tradizione musicale intensa e rigogliosa che ha reso Gallipoli osservatorio privilegiato dell’arte  musicale in Terra d’Otranto a partire sin dal XVI sec. Gallipoli, sede della Fidelissima Universitas che aveva aggregati i due casali di S.Maria della Lizza e di S.Nicola, ha visto nascere celebri organari e insigni musicisti, alcuni di fama europea come i fratelli Giuseppe e Francesco Tricarico.

Le più antiche e attendibili testimonianze documentarie relative alla tradizione musicale sacra di Gallipoli, e specificatamente a quella organi­stica, risalgono al 1590 e trovano fondamento in un episodio occorso all’incirca dieci anni prima, al tempo del vescovado di Alfonso Errera. Questi, infatti, prima di trasferirsi, a causa di insanabili dissidi con l’Università gallipolina, nella più tranquilla diocesi di Ariano, aveva lasciato al Capitolo della cattedrale intitolata a S.Agata, per com­pletare l’arredo sacro del coro già fatto costruire a sue spese, “80 ducati, che si vogliono pagare fandosi l’organo da Chiesa”. Dopo la donazione per parte di mons. Errera di 80 ducati quale contributo alla costruzione di un (nuovo?) organo più consono alle cre­scenti necessità della cattedrale (collocato poi dietro l’altare maggiore), non sembra casuale che durante la per­manenza in Gallipoli del vescovo successivo, mons. Sebastiano Quintero Ortis da Granata (1585-1593), la “Fidelissima Universitas” conceda a partire dal mese di febbraio del 1588 “per provisione di maestro di musi­ca”, ovvero “per musico di questa città, al m° Francesco Andronico, ducati vintiquattro per un anno tantum”.

La più antica fonte attestante la presenza in Gallipoli della famiglia Chircher (ovvero Chicheri, Chichiari, Chircheri, e Kyrcher come il cognome di origine tedesca ritorna nei documenti d’epoca), risale al 1630: nel febbraio di quell’anno, infatti,veniva battezzata nella cattedrale di S.Agata “Leonarda Antonia figlia legittima di Giovanni Chicheri todesco e di Ramondina Domidea di Melpignano. Negli anni successivi nascevano ancora due figli: Domenico e Antonio. Nulla si sa dell’attività del Chicheri, per cui l’origine tedesca non è sufficiciente a motivare una parentela con il celebre autore della Musurgia Universalis e dell’Antidotum tarantulae: il gesuita Athanasius Kircker. Rosato Chicheri, nato nel attorno al 1621 a Melpignano, fece parte a vent’anni della guarnigione gallipolina in qualità di “soldato di battaglia”. Gli altri figli di Giovanni, alla metà del secolo, tenevano in città una “decorosa industria di scarparo”. Eligio Chicheri fu l’unico figlio maschio nato nel 1655 da Rosato e lui ebbe l’onore e l’onere di aver avviato, con immediata fortuna, una “industria” del tutto nuova rispetto alle tradizioni familiari. Non è dato sapere dove Eligio abbia imparato l’arte di fabbricare e restaurare organi, ma si può supporre che lo abbia fatto nella rinomata bottega dei Montedoro di Poggiardo esistente in quel tempo. Nel 1687 Eligio acquista una “casa diruta” nei pressi della Chiesa dei Domenicani, su cui fece erigere nuovi edifici e soprattutto una “bottega lamiata”. Eligio Chircheri dunque aveva dimora e “bottega” in stesso loco. Dopo dieci anni entrò nelle grazie del clero locale tanto che il Capitolo di Gallipoli gli affida l’incarico di primo organista della Cattedrale. Fu questo un privilegio, poiché all’epoca quel ruolo spettava ad un musicista sacerdote mentre Eligio era un laico. Per tale ragione il vescovo Perez de la Lastra, ultimo vescovo spagnolo in Gallipoli, non condivideva questa posizione e costrinse, così, il Capitolo a tornare sulle sue decisioni. Intanto tra 1679 ed il 1698 all’organaro gallipolino erano nati ben 7 figli, tutti maschi: Pietro Antonio (batt. 20 ago. 1679), Leonardo Giovanni (30 ott. 1681), Sebastiano Gregorio (18 nov. 1685), Simone (16 sett. 1688), Orontio Francesco (12 feb. 1692), Pietro Jacobo (15 feb. 1696) e Tommaso Jacobo (18 dic. 1698).

Sebastiano intraprese  per tempo il cursus ecclesiale, mentre Simone, Pietro Jacobo, e, in misura minore, l’ultimogenito Tommaso seguirono le orme del padre Eligio che lo superarono per fama. I Chircher, nel corso della loro attività trentennale, si attennero a modelli conservatori, tanto architettonici quanto tecnico-fonici. Tenendo conto che nella costruzione di uno strumento risultano determinanti tanto la volontà del committente, quanto la necessità di armonizzare il prospetto dello strumento con l’arredo sacro della Chiesa, è possibile riconoscere che i modelli organari dei Chircher riciclano in modo originale la produzione organaria dell’area napoletana. Dell’intera produzione Chircheriana è possibile tuttavia distinguere due stili nell’ornamentazione, facenti capo alle due botteghe che i maestri aprirono a Gallipoli e, successivamente, a Cursi. Nella bottega di Gallipoli  i Chircher inserivano figurazioni grottesche sulle fiancate, festoni intagliati ad andamento scalare e stilizzate fascette reggi canne ittiformi o volutiformi. Gli strumenti del periodo successivo presentano invece raffigurazioni antropomorfe più aggraziate, con festoni morbidamente intagliati a incorniciare le cuspidi e trabeazione rialzata nel mezzo. Anche nella realizzazione del mantice e delle canne di facciata i Chircher sapevano operare soluzioni decorative di grande raffinatezza. Occasione del trasferimento a Cursi furono le nozze di Simone con Antonia Moro, figlia maggiore di un ricco possidente del posto, e quelle di Pietro con la cognata Anna Moro dopo che egli è rimasto vedovo di  Leonard’Antonia De Luca. Tali matrimoni presentano perciò tutte le caratteristiche di una promozione sociale: infatti a partire dagli anni ’30 Simone e Pietro cominciano ad investire somme rilevanti nell’acquisto di immobili non solo in Cursi, ma anche nei paesi vicini. I maestri gallipolini alla prima metà del settecento ed in questa parte della Terra d’Otranto detenevano una sorta di monopolio delle attività organarie, surclassando se non per qualità almeno per quantità di interventi le botteghe dei Montedoro di Poggiardo, dei Sanarica di Grottaglie e dei Giovannelli di Lecce, che trovarono maggior fortuna nella seconda metà del secolo quando iniziava il declino dei Chircher. Alla fine degli anni ’20 a Cursi si trasferì anche Tommaso, l’ultimogenito di Eligio, ma non sembra ricoprire un ruolo importante nella società dei fratelli maggiori tanto che nel 1737 decide di tirarsene fuori, poiché fin dal principio svolgeva mansioni marginali nelle “fatighe e sudori”.  Tommaso si accontenta di esplicare il ruolo di organista e organaro (rinnovando modestamente la capacità bivalente del padre Eligio) per l’ordinario della sola Cursi, sull’organo “a 9 registri” della Chiesa Madre.

La vendita nel 1742 della bottega di Gallipoli segnala un certo rallentamento nel ritmo produttivo. Nel 1747 Simone e Pietro prendono la decisione di dividersi alcuni “beni stabili comuni” arrivando poi ad una aperta rottura per motivi d’interesse, complicati ulteriormente dalle terze nozze di Pietro (rimasto ancora una volta vedovo!) con Margarita Gioffreda. L’ultimo organo uscito dalla bottega dei Chircher fu quello per la Chiesa di S.Giovanni Battista di Marigino (1755). Simone morì il 3 settembre del 1767 e Pietro il 4 luglio del 1770 senza che le controversie familiari si fossero sanate. Un triste epilogo che contribuì a indebolire una tradizione artigiana che aveva trovato prestigio grazie ad un regime societario condotto felicemente per quasi quattro decenni.

Il secondogenito di Simone, Giovanni Tommaso, ereditò lo “stiglio”, ovvero gli strumenti del mestiere, lasciando traccia di un modesto operato. Pietro dalla sue terze nozze ebbe il “suo unico ed amato figlio” Simone Donato, che peraltro lasciò “molto povero e impubere” ed orfano in tenera età. Pare fosse avviato alla professione da Giovanni Tommaso. Pietro aveva imposto a suo figlio un nome familiare forse auspicando una riconciliazione coi parenti, cosa a quanto pare avvenuta. Non si ritrovò però lo splendore di un tempo, per via anche della concorrenza di altre e più agguerrite maestranze, tanto locali che partenopee.

Organi Chircher li troviamo a Monopoli, chiesa S.Francesco (1710); Nardò chiesa S.Chiara (inizi XVIII sec.); Gallipoli, chiesa del Rosario (1720); Giuliano, chiesa S.Giovanni Crisostomo (1721); Patù, chiesa S.Michele Arcangelo (1723); Gallipoli, chiesa S.Francesco d’Assisi (1726); Scorrano, chiesa S.Barbara (1729); Martano, chiesa dell’Immacolata (prima metà del XVIII sec.); Otranto, Cattedrale (1730); Corigliano, chiesa S.Nicola (1738); Castrignano del capo, chiesa S.Michele Arcangelo (prima metà del XVIII sec.); Sogliano, chiesa S.Lorenzo (1751); Sanarica, chiesa Madonna delle Grazie (1752); Morigino, chiesa S.Giovanni Battista (1755).