Strade

strade
Quando uno guarda il nome assegnato ad una via o piazza si chiede da dove derivi quel nome, si trovano spesso nomi di personaggi della nostra storia, poeti, scrittori ecc.. Ma ci si può trovare anche qualche cognome noto della stessa città.

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Biblioteca comunale

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Fondata nel 1823 dal Canonico Carmine Fontò che rese pubblica la sua raccolta di volumi, in futuro si aggiunsero altre donazioni, più altri 5000 volumi provenienti dai Francescani, Domenicani, Paolotti e Cappuccini.

Via S. ANGELO, Gallipoli

Orario di apertura:

dal lunedì al venerdì: dalle ore 15,30 alle ore 17,30

mercoledì: dalle ore 10,00 alle ore 12,30

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Museo civico

museo_civicoNel 1872 il medico gallipolino Emanuele Barba (1819/1887) fondò un gabinetto naturalistico-zoologico donando al Comune di Gallipoli una ricca collezione di reperti biologici mineralogici e zoologici.
Il primo impianto fu presso il Seminario di Gallipoli dove era allocata anche la biblioteca comunale.
Fu solo nel 1895 che il Comune deliberò la costruzione del nuovo edificio da destinare a sede della Biblioteca comunale in cui troveranno posto anche le collezioni del Barba.
Sono di quegli anni appunto le acquisizioni dei sarcofagi e delle numerose iscrizioni messapiche rinvenute ad Alezio ma anche reperti archeologici provenienti da Sannicola Tuglie e Aradeo.
In effetti nel nuovo edificio costruito sulla demolizione del vecchio ospedale di Gallipoli in Via Antonietta De Pace fu sistemata al piano terreno la biblioteca comunale mentre al piano superiore ebbe sede il gabinetto zoologico voluto da Emanuele Barba. La connotazione attuale di Museo Civico comunale è dovuta invece alla successiva acquisizione da parte del Comune di numerose collezioni tra cui quella dei vestiti antichi, delle armi e delle ceramiche ma soprattutto per la caparbia volontà dell’on. Guido Franco, di Ettore Vernole e di Giulio Pagliano i quali avevano promosso ad iniziare da 1925 una vera campagna delle acquisizioni soprattutto di natura archeologica.

Per info, prenotazioni e visite guidate:

phone +39.0833.26.42.24

phone +39.347.52.29.123

global-search-icon[1] amartgallipoli@gmail.com

ORARI DI APERTURA: 10,00 / 13,00 – 17,00 / 20,00


I Ritratti dei Gallipolini illustri 

La connotazione in senso municipale del Museo di Gallipoli era stata naturalmente data con la permanente esposizione nella sala della biblioteca di alcuni dipinti di Gallipolini illustri, tra cui quello dello stesso Emanuele Barba commissionato al pittore Giuseppe Forcignanò che eseguì anche quelli di Bartolomeo Ravenna di Francesco D’Elia e di Francesco Valentini. Il ritratto invece di Antonietta De Pace eseguito a Napoli dal Pittore Sagliano fu donato al Museo da Beniamino Marciano. Tra i ritratti posseduti attualmente dal museo di Gallipoli si ricordano quelli di Giovanni Presta e di Giuseppe Chiriatti del XVIII secolo, la copia del ritratto del Ribera dipinto da Enrico Giannelli, l’autoritratto del pittore Giulio Pagliano e quello su tavola del can. Carmine Fontò che nel 1825 fondò la biblioteca comunale di Gallipoli mediante donazione al Comune della sua privata biblioteca ricca di oltre 800 volumi, che dopo l’unità d’Italia si integrò con i fondi delle biblioteche conventuali dei Francescani, Domenicani, Cappuccini e Minimi di Gallipoli.

Giovanni Presta 

Con il ritratto originale di Giovanni Presta il museo conserva anche la coppia di calamai posseduti dal noto agronomo gallipolino resosi famoso per gli studi sull’oliva e “sulla maniera di cavar l’olio”. Giovanni Presta fu anche letterato e di lui si conserva un’ode a Maria Teresa d’Austria che lo insignì e lo decorò proprio per i sui trattati sull’olio. Gallipoli fu piazza principale di esportazione dell’olio di oliva che, quotato alla borsa di Londra e di Napoli, veniva commercializzato dalle case mercantili degli Auverny, Starace, Palmentola Ravenna ecc. Il prezzo iniziale veniva determinato alla voce ogni anno dal Comune di Gallipoli come attestato dal registro della “Voce degli oli” posseduto dalla locale biblioteca comunale. La tipica maniera di imbarco degli oli dal porto di Gallipoli è illustrata dal grande quadro realizzato nel XVIII secolo, con le Pile regie di caricamento e la folla dei curatoli intenta ad assistere il gabelliere regio. Delle pile di caricamento si conservano i quattro rubinetti in bronzo e la Mina (recipiente della capacità di Kg. 15,59) di marmo datata 1764.

La collezione archeologica 

In principio la collezione archeologica era composta dalla raccolta donata da E. Barba, negli anni a seguire tale raccolta è stata incrementata fino ad arrivare a circa 500 reperti. I reperti in essa sono da classificare negli anni a.C. .

I reperti messapici
04sarcofago monolitico messapicoTra il materiale archeologico posseduto dal museo comunale vi è un sarcofago monolite interamente scavato nel carparo trovato ad Alezio nel 1925 unitamente ad una tomba a lastroni con iscrizioni messapiche. Numerosi i vasi ma anche i monili di epoca messapica ma anche romana e medioevale. Il popolo dei Messapi fu indigeno del territorio salentino prima ancora della migrazione coloniale ellenica. Nel VI secolo questo popolo aveva già completato l’operazione di adattamento e trasformazione dei modelli alfabetici alle esigenze fonologiche della lingua locale e praticava proprie usanze prima di essere assoggettato al dominio romano. Tipiche di questo periodo sono le trozzelle m essapiche (VII-IV sec. a.C.) , vasi modellati in creta dai caratteristici manici ansati definiti da una serie di trozze (da cui la denominazione) quasi a figurare lo scorrere della fune lungo le carrucole usate per attingere acqua dai pozzi. Interessanti anche i crateri a colonnette o ad orecchiette decorati con figure geometriche. Tipici di questo periodo anche i vasi del tipo Gnathia caratterizzati da motivi decorativi dipinti su fondo nero. Questi manufatti derivati dalla assidua frequentazione ellenica propongono forme quali l’oinochoe trilobata, il bicchiere kanthariforme, il cratere, il kilyx, la coppa carenata, ecc.

La Collezione Coppola
La collezione ha la consistenza di 17 opere in gran parte attribuibili al pittore gallipolino Giovan Andrea Coppola (1597-1656) che gli eredi dell’ing. Niccolò Coppola e discendenti dell’antica omonima famiglia patrizia hanno voluto donare al Comune di Gallipoli. Giovan Andrea Coppola è l’epigone più interessante della esperienza pittorica pugliese della prima metà del ‘600. Maturato nell’ambiente manieristico romano e fiorentino si accosta nel periodo della maturità all’ambiente napoletano e al classicismo del Domenichino e del Laffranco. Dipinge nel 1636 la Pentecoste in S. Romano a Lucca, nello stesso periodo in cui mons. Giovan Carlo Coppola suo parente dimora presso la corte medicea a Firenze e dove rappresenta nel 1637 Le nozze degli dei, melodramma dedicato a Ferdinando II e a Vittoria della Rovere in occasione del loro matrimonio. Nel 1642 è in patria dove esegue le Anime purganti ed in seguito la serie dei grandi dipinti della Cattedrale. Suoi dipinti sono in molte chiese del Salento ed in collezioni private, agli Uffizi di Firenze(dove si trova anche un Concerto dei Putti siglato G.C. e a lui forse attribuibile), alla galleria Heim di Londra e un suo disegno firmato è stato ritrovato a New York al Cooper-Hewitt Museum.

Il reparto delle armi
06armiInteressante è anche la collezione di armi antiche possedute dal museo con una ricca selezione di armi bianche e da fuoco dal XVII secolo. In evidenza: un berretto da campagna, spalline e daga del reparto gallipolino della Guardia Nazionale(1860) e la sciabola d’ordinanza della medaglia d’oro Francesco Petrelli. La selezione di armi bianche comprende una serie di sciabole dell’800 appartenute alla famiglia Patitari, una lama del XVIII secolo, baionette del XVIII-XIX secolo e alcuni bastoni animati. Tra le armi da fuoco è in evidenza un archibugio del XVIII secolo e fucili dell’800 nell’evoluzione dei sistemi di innesco e di caricamento (sistemi Vitali, Vetterli, Carcano ecc.). Malauguratamente non è più possibile ritrovare la pistola Bodeo della medaglia d’oro Francesco Petrelli rubata 15 anni fa unitamente ad altri cimeli storici.

I reperti biologici
In un reparto riservato del Museo è conservata una interessante collezione di feti conservati in alcool. Per molto tempo ed ancora oggi il museo di Gallipoli è noto appunto per questa strana collezione definità “delle deformità”. In effetti sono reperti biologici di studio che per troppo tempo purtroppo sono stati scambiati per una sorta di teatrino degli orrori trovandosi tra gli altri gemellini siamesi ed esemplari di parti sfortunati con feti focomelici, idrocefalici ed immaturi. Tra i reperti anche un agnellino a sei zampe e teschi umani rinvenuti nell’800 sull’Isola di Sant’Andrea.

La collezione di ceramiche
08aceramicheIl reparto ceramiche del museo gallipolino fu creato per volontà di Ettore Vernole noto storico e demologo gallipolino tra il 1925 ed il 1932 mediante l’acquisizione presso un rigattiere tugliese di una vasta collezione di manufatti ceramici del ‘700-‘800 provenienti da Napoli Laterza Nardò e Cutrofiano. Tra questi esemplari furono inserite le due belle formelle abruzzesi con i Santi Benedetto e Francesco di Paola già appartenuti alla Chiesa conventuale di S. Francesco d’Assisi.. Trovarono posto anche alcune formelle della vecchia numerazione civica stradale che talvolta è ancora possibile intravedere su alcune pareti calcinate del Centro storico gallipolino.


Le grandi tavole dipinte del ‘700
Il museo di Gallipoli ospita dal 1914 quattro grandi tavole dipinte dal pittore murese Liborio Riccio per la Confraternita della Purità tra il 1759 ed il 1760. Scoperte al disotto delle grandi tele che lo stesso pittore aveva dipinto nel 1771, furono trasferite nella grande sala del museo dove tuttora si possono ammirare, bemchè bisognevoli di urgenti restauri. Esse rappresentano scene dell’antico Testamento: Mosè fa scaturire l’acqua; David e Golia; Giuditta e Oloferne; Giaele e Sisara. In queste scene si esalta la forza della fede e delle vittorie ottenute dal popolo di Israele soprattutto per il coraggio e la determinazione dei suoi figli migliori.


Chi li ha visti?
Nel corso della sua storia il museo di Gallipoli molto si è impoverito di materiali sia per deterioramento (basti pensare all’originale collezione scientifica di Emanuele Barba andata in gran parte dispersa o alienata) ma anche per vari furti subiti. Tra questi famoso quello perpetrato negli anni ’70 quando furono trafugati di notte molti reperti archeologici di immenso valore, tra cui due bei grandi crateri appuli del V secolo a.C. a figure rosse. Provenivano dagli scavi di Alezio e posseduti dalla famiglia Tafuri. Considerato che tali oggetti non figurano nell’elenco delle opere d’arte trafugate che è possibile visionare via web, abbiamo voluto pubblicare le foto che appena due anni prima del furto aveva scattato l’Istituto archeologico di Germania. Chissà se un giorno non ricompariranno, magari in qualche ricco negozio di antiquariato? Quel giorno qualcuno forse ricorderà le nostre foto e forse vorrà segnalarlo a chi di dovere. Troppo ottimisti? Si, forse, ma a ben sperare qualche volta si colpisce nel segno.


I cadaveri in putrefazione
11cadaveriputrefazioneUna piccola cassa a ribalta superiore mostra la riproduzione in creta, che la fantasia popolare attribuisce al noto scultore gallipolino Vespasiano Genuino, di due cadaveri raffigurati in avanzato stato di decomposizione. Narra la leggenda che Vespasiano Genuino, frate del convento dei Francescani, volle un giorno discendere in un sepolcro della chiesa per osservare i cadaveri di una coppia di sposi, morta nello stesso giorno. Egli, narra sempre la leggenda, osservò e riprodusse in creta i due corpi, rilevando come quello femminile fosse soggetto, più rapidamente di quello maschile, alla putrefazione. La leggenda non manca neppure di chiosare che la donna, seppur apparentemente debole, generalmente portava più rapidamente alla morte l’uomo. … Saggezza popolare??? In realtà quella curiosa cassa era un tempo custodita presso la sacrestia della chiesa di S. Francesco quale strumento di meditazione circa la labilità della vita umana. Era insomma un Memento Mori, un ripasso meditativo del destino dell’uomo che, nonostante la fama, le ricchezze e gli onori, è pur sempre destinato a morire.


Il Pantarmonico
12pantarmonicoIl prototipo in scala di un pianoforte a 4 tastiere che purtroppo non è possibile ancora vedere esposto nel contesto del nuovo allestimento mussale fu ideato e costruito dal gallipolino Gaetano Briganti discendente della ben nota famiglia che diade a Gallipoli i giuristi Tommaso e Filippo Briganti. Egli fu ingegnere e musicista. E proprio nella veste di musicista ci ha lasciato numerosi spartiti musicali tra cui la Scena lirica rappresentata la prima volta nel 1879 in occasione dell’inaugurazione del Teatro Garibaldi. Il pantarmonico, questo il nome che diede il Briganti al suo prototipo, aveva la pretesa di sostituire una intere orchestra. A questa invenzione fu anche dedicato un opuscolo illustrativo della tecnica utilizzata e dei risultati conseguibili.


La collezione di abiti d’epoca
La collezione di abiti d’epoca del museo è data da una selezione tra i vestiti di gala in uso nel XVII e nel XVIII secolo. L’uomo vestiva con giacche, gilet e abiti fatti con stoffe preziose, velluto, seta, raso e taffetas ornate di ricami e pizzi; l’abbigliamento femminile invece era costituito da corpetti aderenti, maniche al gomito e tramite una gabbia la sottogonna veniva allargata per dar forma alle gonne. Una caratteristica di quel periodo delle persone di un certo ceto sociale erano i capelli, generalmente coperti da parrucche o imbiancati con della cipria.


La collezione di monete e medaglie
Nel museo troviamo una vasta raccolta di oltre 1000 monete e medaglie. Quando nel 1872 E. Barba fondò il museo vi era presente già una raccolta monetaria. Non avendo una documentazione, si presuppone che tali monete provengano dal territorio di Gallipoli e i suoi dintorni. Tra le monete più antiche ritroviamo esemplari di età romana repubblicana ed imperiale, dell’impero bizantino e di età medievale, delle zecche di Rubi, Brundisium, Orra, Tarentum, Uxentum, Thurium.

 
La collezione mineralogica e petrologica
La collezione mineralogica del museo comprende i minerali, quella petrologica é dedicata invece alle rocce e alle pietre di cava.
La maggior parte dei minerali è diffusa nella crosta terrestre, tra queste rocce troviamo il quarzo, la pirite, la calcite, l’opale, l’ametista, i lapislazzuli ed altri minerali.
La collezione petrologica invece è costituita da campioni di rocce locali quali la pietra Leccese, usata oggi anche per realizzare souvenir per i turisti, la pietra di Nardò e la pietra di Cursi; poi abbiamo altri campioni come il marmo, il granito, la bauxite, la pomice ed altri tipi di rocce.

Museo diocesano

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Istituito il 6 febbraio 1983 dal vescovo Aldo Garzia, è allestito nell’elegante palazzo settecentesco dell’ex Seminario vescovile di Gallipoli. A compiere l’idea, espressa nel 1624 da Mons. De Rueda, della costruzione di un Seminario diocesano fu il vescovo Serafino Brancone grazie alla devoluzione a tale scopo delle disposizioni testamentarie dettate dal sacerdote Biagio Sansonetti per la fondazione di un Istituto per le Scuole Pie in Gallipoli. Il 16 marzo 1752 si pose la prima pietra di costruzione ad opera di mastro Adriano Preite da Copertino cui si attribuiscono anche i disegni di progetto. L’opera risulta compiuta nel 1756 ed ufficialmente inaugurata nel 1760 da Mons. Ignazio Savastano che ne aveva affidato la direzione al fratello, il padre gesuita Francesco Saverio. Il fronte del seminario realizzato in carparo esibisce modanature e fregi della elegante finestratura barocca replicati negli stessi anni nel primo ordine del palazzo Doxi. All’interno conserva la semplice ed austera cappella dedicata alla Vergine Immacolata. Nel seminario ebbe sede per qualche tempo fino al 1898 il museo comunale di Gallipoli.Integralmente restaurato tra il 1999 e il 2004.
Si sviluppa su tre piani, con quindici sale di esposizione per complessivi 900 mq circa. Raccoglie 553 manufatti, comprendenti sculture, dipinti, argenteria e oreficeria liturgica, paramenti sacri e materiale archeologico, provenienti in massima parte dal tesoro della Cattedrale, ed anche dal palazzo vescovile e da diverse chiese della città. Tra le altre opere di straordinaria bellezza si possono ammirare preziosi calici, statue in cartapesta, paramenti sacri e oggetti in argento appartenenti ai secoli XVII e XVIII.

Museo Diocesano

Via A. De Pace, 51

Orario di apertura

10:00-12:30 / 16:00-18:30

LUNEDI’ CHIUSO

Per info e prenotazioni:

phone +39.338.13.63.063

global-search-icon[1]  info@assgallipolinostra.com


{slide=Storia Diocesi}

diocesiLa episcopale di Gallipoli è accertata dal VI secolo, quando il vescovo Domenico partecipa al Concilio Generale di Costantinopoli del 551. Nel IX secolo, con la riconquista bizantina, la diocesi di Gallipoli passa sotto l’orbita di Costantinopoli e diventa suffraganea della sede metropolita di Santa Severina in Calabria. Questo ha come conseguenza l’adozione del rito ortodosso, tollerato anche dopo l’arrivo dei Normanni, nella seconda metà del XI secolo, nel momento in cui si ristabilisce l’antica giurisdizione della chiesa romana. All’epoca la diocesi comprendeva gli attuali comuni di Gallipoli, Alezio, Sannicola, Nardò, Alliste, Aradeo, Casarano, Collemeto, Copertino, Felline, Galatone, Matino, Melissano, Neviano, Noha, Parabita, Racale, Seclì, Taviano e Tuglie.Tuttavia gia nel 1092, quando è accertata l’elevazione a diocesi abbaziale di Santa Maria a Nardò, la diocesi di Gallipoli sembra chiusa tra un piccolo entroterra e il mare, comprendendo i soli centri di Gallipoli, Sannicola, San Simone ed Alezio. Tra il 1268 ed 1269, in seguito all’assedio ed alla distruzione della città di Gallipoli ad opera di Carlo d’Angiò, il vescovo si trasferisce ad Alezio, dove la chiesa di Santa Maria della Lizza (de Alicia) funge da cattedrale. Tra le chiese ed i monasteri medioevali oggi ancora in piedi, avevano all’epoca un ruolo importante sul territorio il Monastero di San Marco e la Chiesa di San Pietro dei Samari. Nel 1387 l’antipapa Clemente VII ufficializza Nardò come sede episcopale, confermata dall’antipapa Giovanni XXIII nel 1413. Tra i personaggi che si sono avvicendati sulla cattedra di Gallipoli contribuendo ad un significativo arricchimento del patrimonio artistico vanno segnalati Consalvo de Rueda (1622-1650), che intorno al 1630 avvia i lavori di edificazione del Seminario e di ricostruzione della Cattedrale, dotandola di nuovi arredi; Montoya De Cardona (1659-1667), che rinnova il vescovado; ed ancora, Oronzo Filomarini (1670-1740), dei Duchi di Cutrofiano. Quest’ultimo, uomo di cultura e letterato, è il promotore di un grande programma di interventi nella Cattedrale, dove per la prima volta la pittura è protagonista della decorazione barocca al posto della scultura. Un ulteriore arricchimento del tesoro di Sant’Agata si deve al suo successore, Antonio Maria Pescatori (1741-1747). Dal 1986 le diocesi di Gallipoli e Nardò vengono unificate.

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{slide=I PIANI}

Al PIANO TERRA oltre ai servizi di accoglienza (biglietteria, bookshop) e alla direzione, vi sono: l’antico refettorio monumentale del seminario rivestito in legno intarsiato; nell’ampio atrio si può ammirare una grandiosa tela con cornice dorata del Gallipolino G.D.Catalano (1560c.-1624c.) raffigurante l’Immacolata e un capolavoro di Francesco De Mura dettato 1737 e proveniente dalla chiesa di Sant’Angelo, raffigurante l’Assunzione della Vergine. Due cippi funerari di epoca imperiale fanno memoria dell’antichità della città. Due tombe bizantine, rinvenute presso la Chiesa di S.Giuseppe “picciccu”, rappresentano le più antiche testimonianze monumentali cristiane del territorio. Una serie di campane rievocano l’arte dei fonditori gallipolini (Rosco, Patitari…), attestata fin dal sec. XV.

Il PRIMO PIANO raccoglie i manufatti illustrativi delle devozioni popolari del luogo. Nell’antica cappella del Seminario sono esposti i busti argentei dei patroni: S.Agata (1759) e S.Sebastiano (Filippo Del Giudice, 1770) e i preziosi reliquiari con reliquie dei medesimi santi, oltre alla reliquia della Santa Croce.

Al SECONDO PIANO del Museo è sviluppato il tema dei Sacramenti. Tra le opere più importanti si possono ammirare il Tronetto eucaristico, realizzato da Francesco Avellino nel 1733 in argento e rame di notevoli dimensioni e l’imponente baldacchino, appartenuto a Mons. Oronzo Filomarini, vescovo dal 1700 al 1741, al quale si devono molti dei tesori più preziosi presenti nel Museo e nella Cattedrale. Vi sono inoltre due grandi gallerie di paramenti sacri preziosi e la copia cinquecentesca della Sacra Sindone, una delle cinque esistenti.

Il museo dispone di una splendida TERRAZZA, dalla quale si può godere di un impareggiabile scorcio panoramico, abbracciando con lo sguardo il mare nella duplice direzione dei contrapposti venti di Scirocco e Tramontana. La terrazza è sede di un punto ristoro e di eventi musicali. Inoltre il museo dispone al piano terra, di una sala multimediale utilizzabile a richiesta per l’organizzazione di convegni o seminari aziendali.

Nei CORRIDOI sono esposti i ritratti dei vescovi di Gallipoli dal sec. XVII in poi, mentre alcuni pannelli didattici, distibuiti per tutto il percorso museale, forniscono le informazioni essenziali sui diversi manufatti e il loro uso liturgico collocandoli dentro la storia della diocesi.

Durante gli scavi per il restauro della chiesa di San Giuseppe Picciccu sono state trovate alcune pietre che rappresentano la più antica testimonianza documentale bizantina; vista l’importanza storica del reperto si è pensato di farlo diventare il logo (simbolo) dello stesso museo. Recandosi nella chiesa si può ammirare parte della tomba, attraverso un vetro all’ingresso, che si estende sotto la chiesa e le abitazioni vicine.

refettorioAl piano terra si può ammirare l’antico Refettorio in legno intarsiato restituito alla cittadinanza per essere ammirato, perché durante gli anni del vescovo Quaremba fù smontato per consentire un uso diverso della sala. Tutte le parti in legno furono trasportate nel monastero di S.Teresa mentre le basi dei tavoli in carparo furono usate per costruire la balconata dell’episcopio in giardino. Fù rimotato durante il restauro.



campaneNel corridoio del piano terra si possono ammirare le antiche campane, tra queste vi sono due campane fuse a Gallipoli presso la fonderia Rosco appartenenti al Santuario Maria Ss del Canneto.




Nell’ampio atrio al piano terra si possono ammirare due grandiose tele: l’Immacolata di G.D.Catalano (1560 ca – 1624ca) con cornice dorata le quali notizie su tale tela dicono che provenga dall’altare maggiore dell’Oratorio dei nobili, fondato tra il 1603 e il 1615, si dice anche che sul quadro nel 1788 intervenne il pittore Saverio Lillo alterando la fisionomia originale. L’altro capolavoro è il quadro di Francesco De Mura (1696 – 1782) del 1737 dal quale soffermandoci qualche secondo notiamo come l’angelo sulla sinistra è l’unico elemento che guarda fuori, quindi chiama lo spettatore, si nota anche come tale quadro sembra diviso in due diagonali: il gruppo degli apostoli e il gruppo degli angeli. La tela è in movimento, infatti presenta un grappo azzurro che cade dalla madonna. La luce evidenzia la realtà celeste in alto degli angeli e la penombra che gode della luce che viene dall’alto, si può pensare a due realtà separate, cielo e terra, ma non è così e lo si capisce vedendo il grappo verde nella parte centrale toccato da un apostolo e avvolto ad un gamba si un angelo., ad indicare che con l’incarnazione di Cristo da cui deriva il mistero dell’Ass della Madonna il divino si è reso toccabile in mezzo a noi e così da questo punto di vista si comprende di più la mano di un apostolo che indica con attenzione non il cielo ma la terra perché egli continua attraverso la chiesa la presenza fisica di Cristo; il braccio richiama una mano della crezione di Adamo nella Cappella Sistina.

Nel brano dell’Ascensione di Gesù gli apostoli guardano in cielo, poi un angelo li richiama dicendo di guardare in terra perché la chiesa nella storia è la sua continuazione fisiologica.

Gli apostoli sono dodici, ma Giuda si era già impiccato.

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{slide=I Santi patroni}

s.agataSant’Agata. Dal XII secolo il culto della vergine catanese viene introdotto anche a Gallipoli. La tradizione vuole che una mammella della Santa sia giunta sul lido gallipolino durante il viaggio di traslazione delle spoglie da Costantinopoli a Catania, nell’anno 1126. Da questo momento, Sant’Agata diviene patrona di Gallipoli e a lei viene titolata la cattedrale. L’attuale facciata, ricostruita in età barocca, conserva significativa testimonianza della stratificazione culturale, con le statue dei santi protettori della città, tra cui San Crisostomo e San Sebastiano. Il 5 febbraio, giorno di S.Agata, alla fine della liturgia, prima della benedizione finale è tradizione che il simulacro di S.Agata venga portato in spalla in processione lungo le navate della Cattedrale dai sacerdoti in quanto protettrice della diocesi; durante il percorso che parte dall’altare maggiore viene intonato il canto del Te Deum, giunti vicino all’altare di S.Agata viene cantata un’antica preghiera in latino che la tradizione vuole essere stata recitata dalla Santa durante la sua carcerazione, le prime parole della preghiera sono:”Stans Beata Agatha in medio carceris…..….”.

s.sebastianoSan Sebastiano. Raggiungendo alte cariche militari gli permisero di svolgere per molti anni un’azione efficace a sostegno dei cristiani in carcere tra cui i fratelli Marco e Marcellino. Attività per la quale fu sottoposto a giudizio degli imperatori che, vista la costanza nella professione cristiana, ne ordinarono la condanna a morte mediante il supplizio delle frecce. Miracolosamente salvo, fu nuovamente condannato e destinato a subire il martirio della flagellazione. Il suo corpo fu poi gettato in ina cloaca affinché i cristiani non lo recuperassero e onorassero. Il culto a Gallipoli è molto antico ed è tutt’oggi testimoniato da dipinti e sculture (in legno pietra e argento) che occupano i luoghi privilegiati della cattedrale.

Il 20 gennaio, giorno di S.Sebbastiano, alla fine della liturgia, prima della benedizione finale è tradizione che il simulacro di S.Sebbastiano viene portato in spalla in processione lungo le navate della Cattedrale dai vigili; durante il percorso che parte dall’altare maggiore viene intonato il canto del Te Deum, giunti vicino all’altare di S.Sebbastiano viene cantato il responsorio dedicato al Santo.

Santa Cristina. Il culto della Santa viene introdotto a Gallipoli in tempi recenti. Particolare venerazione le è riservata a partire dal 1867, quando la città viene risparmiata, per sua intercessione, da una grave epidemia di colera. Per questo la Santa Sede concede alla Confraternita di Santa Maria della Purità il privilegio di celebrarne l’ufficio sacro, sancendone in tal modo il culto.

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{slide=I Reliquiari}

reliquiariL’uso di conservare e venerare le reliquie è derivato dal culto dei martiri, proprio delle origini del cristianesimo. I reliquiari sono le custodie realizzate per proteggere, venerare e rendere manifesta la sacralità dei resti mortali dei santi o di oggetti a loro collegati, come pure tutto ciò che la tradizione ha riferito alla Vergine e al Cristo.

Tra le diverse tipologie sono maggiormente attestate quelle realizzate in oro o argento, spesso arricchite da pietre preziose che, nelle diverse varianti, vengono definite “a ostentorio” o “a tabella”. Particolarmente caratteristici sono i cosiddetti reliquiari “parlanti”, modellati in forme anatomiche che esplicitano in modo diretto il loro specifico contenuto. Ugualmente diffusi sono i tipi “a busto”, vicini alla sensibilità devozionale, dal momento che rendono tangibile l’immagine del titolare. Questi potevano essere realizzati non solo in metallo prezioso ma anche in legno policromo o ricoperto da doratura o argentatura. Conservano in genere la reliquia in una cavità posta sul petto e rappresentano il santo nel tipico atteggiamento benedicente o di protezione nei confronti della comunità. I reliquiari, conservati nelle sacrestie delle chiese, venivano esposti sui gradini degli altari in occasione di celebrazioni solenni tra candelieri accesi e vasi di fiori, o portati in scenografiche processioni durante particolari feste liturgiche.

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{slide=Le Tavole Dipinte}

tavoleIn una sala sono esposte due tavole dipinte, raffiguranti i miracoli di San Domenico (pittore salentino della seconda metà del XVII secolo) ed una statua di S.Giovanna d’Arco di Argesilao Flora (1863/1952), esponente di primo piano dell’arte della cartapesta leccese. La seconda sala presenta un’ampia selezione di reliquiari, alcuni in argento e altri in legno; da segnalare in particolare la statua-reliquiario in legno policromo raffigurante San Sebastiano (scultore salentino della metà del XVII secolo). Un’altra sala è dedicata alla devozione per la passione di Cristo, con una pregevole croce processionale del sec. XV e una statua dell’Addolorata di Argesilao Flora. In un’altra sala ancora, dedicata al culto mariano, è esposto un artistico quadro dell’Immacolata, in argento e rame dorato con lapislazzuli, dono del vescovo Danisi (argentiere non identificato, fine XVIII secolo), e una statua della Madonna di Sanarica, pregevole esempio di scultura in cartapesta del sec. XVIII.

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{slide=L’Argenterie}

argenterieAl SECONDO PIANO è esposta la ricca “argenteria”, la committenza, sia ecclesiastica che laica, si rivolgeva per la realizzazione dei preziosi arredi alle rinomate botteghe di argentieri napoletani, attive sin dal XV secolo, allorché la città partenopea era sotto l’influenza politica e culturale della Spagna. Dalla curia romana, a seguito dei dettami ideologici tracciati dal Concilio di Trento (1545/1563) fu pressante l’invito ai presuli a formare i tesori nelle cattedrali e nelle chiese degli ordini monastici. Nelle diocesi pugliesi la presenza di arredi sacri realizzati in metallo prezioso si ampliò durante il XVII secolo con manufatti di squisita fattura.

Le forme più utilizzate sono: busti e statue di santi, calici e patene, ostensori e reliquiari, candelieri e lampade concorrono a solennizzare le funzioni liturgiche e a creare, insieme al senso di fastosa magnificenza, quello di alto prestigio che la chiesa si riservava.

Il Patena è un piatto dal bordo largo, solitamente in oro e argento, utilizzato dal sacerdote per coprire il calice e per posare l’ostia durante la consacrazione.

Il Calice utilizzato sin dal Medioevo per la somministrazione del vino ai fedeli, verso la fine del XIII secolo, con la semplificazione del rito, assume simbolicamente il valore della consacrazione. Dalla semplice coppa si passa al più elegante calice, composto da coppa, fusto e piede. Sono ornati da pietre preziose, li troviamo sia in oro, argento e rame.

L’Ostensorio, introdotto nel XIII secolo, acquista maggiore importanza nel secolo successivo in seguito all’istituzione della festa del Corpus Domini.Arredo sacro destinato alla solenne esposizione del S.mo Sacramento, anche in occasioni delle processioni. Si compone di tre parti, una teca in cristallo destinata a custodire l’ostia, un fusto composito e il piede. La custodia può avere forma circolare ornata di raggera o “a tempietto”.

Il Pisside deriva dal greco piksis e indicava il vaso con coperchio o cofanetto in legno di bosso in cui venivano conservati gli unguenti. Nella liturgia cristiana è destinata alla conservazione dell’Eucaristia ed utilizzata dal sacerdote per trasportare e somministrare il Sacramento agli infermi. E’ formata da una coppa internamente dorata “a fuoco”, con coperchio sormontato da una croce, talvolta è dotata di piede.

La Croce in largo uso sin dalla prima cristianità, è il simbolo del supplizio di Cristo. La Croce d’altare, sostenuta da una base o piede o direttamente sospesa alla mensa, è collocata sull’altare tra coppie di candelieri. La croce astile, fissata su una lunga asta con nodo, viene utilizzata durante le processioni. La croce pettorale è portata al collo da vescovi, abati e canonici di vari capitoli.

La Pace, arredo liturgico,non più in uso, fù introdotto in Inghilterra nel XIII secolo. Simboleggiava lo scambio della pace ed era baciata dall’officiante dopo l’Agnius Dei durante le cerimonie solenni. Consisteva in una piccola tavola, impaginata in una struttura architettonica, decorata da immagini sacre e dotata sul retro di impugnatura.

Le Cartegloria, collocate originariamente sull’altare ma non più in uso, contenevano alcune parti della messa in latino, il Gloria, il Sanctus. Sempre in numero di tre, sono costituite da un’elaborata cornice che racchiude una teca sagomata, ovale o rettangolare.

La Navicella è destinata a conservare l’incenso da bruciare, presenta una caratteristica coppa a forma di barca ed è munita di cucchiaio e paletta.

Il Turibolo in uso fin dai tempi più antichi passo dai culti pagani alla litirgia cristiana. Chiamato anche incensiere, è un piccolo braciere in cui si posa l’incenso da bruciare. E’ composto da un vaso su piede, munito di coperchio traforato per favorire l’uscita dei fumi. Un sistema di catenelle consente l’ondulazione rituale.

Da segnalare sono tre monumentali cartegloria (Filippo Del Giudice, 1768), un calice in argento con pietre (Ignazio Athamaral, 1738) e un calice in argento e coralli (manifattura siciliana, inizi del sec. XVIII). Altre due sale sono dedicate al culto eucaristico e presentano tra gli altri oggetti un ostensorio-reliquiario (sec. XVI) e un imponente tronetto eucaristico (Francesco Avellino, 1733). Due grandi saloni contengono altrettante gallerie di ricchissimi paramenti sacri dei secc. XVIII e XIX, esempi del mecenatismo di vescovi munificentissimi come Oronzo Filomarini (1700/1740).

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{slide=Paramenti Liturgici}

paramenti 01A partire dalla seconda metà del XVI secolo si stabilizzano forme e colori, comuni a tutta la Chiesa latina, per i paramenti liturgici da indossare durante le varie celebrazioni e solennità cristiane. Il sacerdozio prevedeva quattro gerarchie: Suddiacono, Diacono, Sacerdote o Presbitero, Vescovo. Dopo il Concilio Vaticano II queste sono state ridotte a tre, escludendo il Suddiacono.

I colori e le forme dei paramenti sacri hanno contraddistinto le figure dei celebranti, i “tempi” liturgici e le solennità, che tutti i fedeli erano in grado di comprendere proprio grazie alle vesti cerimoniali.

Le forme:

La pianeta o casula è la veste indossata dal vescovo e dal sacerdote per celebrare la Messa. La forma più antica, tornata in uso dopo la riforma del Concilio Vaticano II, ha forma circolare e ricopre l’intera figura del celebrante. La tipologia più diffusa in passato era quella “romana”. Era simile allo scapolare, aperta sui lati e in corrispondenza della testa ed era decorata da un elemento verticale ed uno a forma di “tau”, la colonna e la croce.

Il piviale è un manto di forma semicircolare, lungo fino ai piedi, aperto sul davanti e fermato al petto da una fibula; sul retro è ornato dallo scudo, a memoria dell’antico cappuccio. E’ la veste indossata prevalentemente nelle processioni, benedizioni, lodi e vespri solenni. Il nome ha origine da pluviale, perché serviva a ripararsi dalla pioggia.

La tonacella era la veste destinata al suddiacono, mentre la dalmatica era riservata al diacono. Entrambe potevano essere indossate anche dal vescovo nelle messe solenni. In antico le vesti si diversificavano solo per la foggia delle maniche: più strette e lunghe quelle della tonacella, aperte ed allacciate con dei nastri quelle delle dalmatica.

I colori:

Il bianco o argento, collegata alla luce ed al candore, fu il primo colore ad essere utilizzato nelle vesti liturgiche. Simboleggia la purezza. Contraddistingue il Natale, l’Epifania, il Giovedi Santo, la Pasqua e le feste dedicate alla Madonna.

L’oro, o il giallo come variante “povera”, è considerato il colore divino per eccellenza per il suo immediato rimando alla luce di Dio. Indossato fin dai tempi antichi, l’oro può sostituire tutti gli altri colori, ad eccezione del viola, del rosaceo e del nero.

Il rosso, da sempre associato al sangue ed al fuoco, simboleggia la regalità e l’amore caritatevole. E’ indossato nella solennità della Pentecoste, la Domenica delle Palme, il Venerdì Santo, nella festa della esaltazione della Croce, nella festività degli Apostoli e della commemorazione dei martiri.

Il rosaceo, ottenuto unendo bianco e rosso, suggerisce la fusione di luce e amore. E’ il colore della gioia e della letizia e viene indossato solo due volte all’anno: la terza Domenica di Avvento e la quarta Domenica di Quaresima.

Il colore verde è usato nel cosiddetto “tempo ordinario”, cioè durante tutto l’anno ad eccezione dei periodi liturgici particolari.

Il viola è simbolo di penitenza e di mortificazione. Si indossa nei tempi penitenziali di Avvento e Quaresima. Fino alla riforma liturgica di Pio V si intercambiava con il nero, poi passato ad indicare il dolore e il lutto. Dopo il Concilio Vaticano II anche nelle celebrazioni funebri è consigliato il viola, in quanto il lutto è inteso come speranza di vita eterna.

Insieme a paramenti vi sono pure esposti alcuni esemplari di oreficeria vescovile, tra cui alcune croci pettorali in smeraldi e ametiste degli inizi del sec. XVIII; fra gli ori e argenti si possono notare anche varie forme di mammelle lasciate da persone come ex voto per la grazia ricevuta dalla santa. In un altro salone sono allestiti un grandioso baldacchino vescovile in tessuto ricamato (inizi sec. XVIII), un maestoso trono vescovile in legno intagliato e indorato con relativi sgabelli (inizi del sec. XVIII), un’imponente croce d’altare in argento (Gabriele Sisinnio, 1830); una serie di manichini presentano gli abiti e le insegne vescovili in uso prima del Concilio Vaticano II, appartenenti al vescovo Pasquale Quaremba (1956/1982); completa l’allestimento l’intera serie degli stemmi dei 73 vescovi che hanno retto le sede di Gallipoli dalle origini fino all’unificazione con quella di Nardò.

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{slide=La Sacra Sindone}

sindoneTutti, religiosi o laici che siano, avranno sentito parlare della Sacra Sindone, reliquia preziosissima per la chiesa in quanto in quel bianco lenzuolo vi è impressa l’immagine del Cristo morto e deposto dalla croce. Questa è stato oggetto, per secoli, di discussioni e di analisi approfondite da parte di scienziati che non hanno potuto fare altro che accertare la vericidità dell’oggetto in questione. Il prezioso reliquiario è conservato attualmente nel Duomo di Torino; quello che non tutti sanno è che anche nella nostra città esiste una copia identica della Sacra Sindone (secolo XVI), dalle dimensioni di cm 88×410, dono del vescovo Ortis alla città nell’anno Domini 1585. Questa copia, rispetto ad altre, assume un importanza maggiore in quanto è stata riprodotta per contatto con la Sindone originale. Questa reliquia, gelosamente custodita nel Museo Diocesano di Gallipoli, viene esposta in Cattedrale all’adorazione dei fedeli durante tutti i venerdi di Quaresima.

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{slide=L’Ostensorio Reliquiario}

ostensorioTra le reliquie non possiamo far a meno di parlare dell’ostensorio reliquiario più caro a noi, la base è ricavata dal reliquiario della mammella di S.Agata appartenente al vescovo Zerodano (secolo XV), successivamente nel ‘900 fù costruito un ostensorio nella parte superiore a forma di tempietto, visto che la parte superiore originale si trova a Galatina per punire i Gallipolini rimasti fedeli agli Aragonesi.

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Fontana greco romana

fontana_greco_romana
A 600 passi dal paese a levante c’era un luogo chiamato “Corici” che in greco vuole dire “Terma”. Si crede che ai tempi dei greci questo era il luogo di bagno per le ragazze. In questo luogo si scavarono da una parte cinque pozzi e dall’altra quattro che comunicavano tra loro con canali sottoterra. I primi pozzi portavano l’acqua in una grande vasca fabbricata verso il mare di tramontana, oggi distrutta, nel luogo che si chiamava “Fontana vecchia”; i secondi la portavano dentro l’acquedotto che portava l’acqua alla Fontana, che si trova vicino il ponte, per uso dei cristiani e degli animali. Li primi cinque pozzi è un bel pò che non funzionano perché i canali si sono tutti rovinati e l’acqua va a finire in mare. L’acqua che ora esce dalla Funtana, vine dai secondi pozzi ed è inferiore di quantità rispetto a prima. Temendo i guasti del mare, nel 1824, a spese del Comune, è stato fabbricato l’acquedotto nuovo, più verso terra e per crescere la portata dell’acqua ai primi quattro pozzi se ne sono aggiunti altri due quando si è buttata a terra la vecchia vasca. L’acqua della Fontana sono state state sempre considerate buone di sapore e di grande qualità.

Che opera d’arte!!! 
Gallipoli tiene, grazie a Dio, tanti monumenti e opere che testimonano quanto antica é la storia del paese. Il monumento che più lo raffigura è di sicuro la Fontana Greca che si trova situata nel largo del Canneto e circondata dal ponte, dal Castello, dalla chiesetta di S. Cristina e dalla chiesa del Canneto. Quando il turista si ferma davanti a quest’opera d’arte così antica e la guarda dice che è di sicuro greca perchè vede i bassorilievi, le cariatidi che, usate come colonne, finiscono con capitelli corinzi e sembra che mantengono l’architrave e i tre scompartimenti dove sono scolpiti fatti, personaggi e leggende della mitologia della Grecia antica. Questo si pensava tanto tempo fà. Gli ultimi studi invece dimostrano che forse è d’epoca rinascimentale.
La Fontana presenta due facciate:
una guarda a tramontana, meno antica e quasi niente di interessante;
l’altra guarda a scirocco ed è la più antica e impurtante.
Questo monumento si presenta di forma rettangolare ed é chiuso verso l’alto da un’architrave e da un freggio scolpito a fiori. In mezzo sono raffigurate alcune scene delle “dodici fatiche di Ercole” (quella quando si batte con il leone Nemeo o quella quando uccide l’idra di Lerna) che si vedono ancora anche se sono tutte rovinate. Sopra il freggio si posa una cornice che si pensa dovrebbe finire la fontana.

La parte rinascimentale 
Il timpano, i pinnacoli e gli altri ornamenti, appoggiati sopra la cornice e che formano quasi un triangolo, sono stati aggiunti in un’epoca diversa e non fanno parte della facciata di una volta. Difatti sono fabbricati con un altro tipo di pietra, il carparo, che si ricavava dalle tante “tajate” nel territorio di Gallipoli. In mezzo al timpano c’è raffigurato lo stemma del Casato Spagnolo (l’aquila reale) ai tempi di Filippo IV che era il Re di Spagna e di Napoli. Affianco si vedono 2 stemmi che raffigurano il gallo con la scritta “Fideliter Excubat”, simbolo del paese. L’orlo che chiude i due galli è scolpito a fiori. Tutto questo è di sicuro di epoca rinascimentale. Secondo la testimonianza di scrittori del luogo come Roccio, Franza e il Catalano, la Fontana era arricchita da sette bocche dalle quali fuoriusciva l’acqua: due erano quelle delle cariatidi di mezzo; una la bocca di Biblide, una la bocca di Dirce e una ciascuno delle vasche, alla base della Fontana. Queste bocche d’acqua sono funzionate fino alla metà del XVIII secolo quando c’era solamente la facciata che dava a scirocco.

La facciata di tramontana
Prima la strada che entrava al paese partiva vicino la chiesetta di S. Cristina e la Fontana teneva solamente la facciata che guardava a scirocco. Poi quando si fabbricò il ponte nuovo di pietra, la strata più trafficata diventò quella nuova del borgo e perciò, a spese del Comune, si aggiunse l’altra facciata che guarda a tramontana. All’epoca era sindaco Nicola Doxi Stracca. Questa facciata non tiene niente di artistico e non ha niente di cui parlare anche se gli ornamenti sono del 1700. Sopra si vedono gli stemmi e l’armi della Casa Reale dei Borboni ai tempi di Carlu III. In mezzo c’é lo stemma cittadino e una lapide di marmo che ricorda il fabbrico della facciata stessa. Sotto c’è una vasca dove si raccolgono le acque che uscivano da tre tubi di bronzo. L’acqua superflua, con un canale, andava a finire in un’altra vasca usata per l’abbeveraggio degli animali e da qui, con altri tubi, veniva incanalata prima alle fabbriche di botti dove si bagnavano i cerchi e poi finiva in mare. Si scolpì per l’occasione del fabbrico questa scritta: “Aqaedoctum et fontem hunc vetustate collapsum D. Nicola Doxi Stracca generalis syndicus ad publicam civium viatorumque commoditatem aere publico refeciendum curavit. Anno Domini mdcclxv”. (Questa fontana mal ridotta per la sua vetustà, don Nicola Doxi Stracca, general Sindaco, si preoccupò di restaurare a spese dell’Università, per comodità dei cittadini e dei viandanti. Nell’anno del Signore 1765).

La facciata di scirocco
Si sa che li Pagani consideravano le Fonti sacre. Perciò venivano parate da sculture, statue e bassorilievi a seconda del soggetto che si voleva dare alla Fonte stessa. Chi la pensò volle raffigurare su questa Fontana le favole di tre femmine pagane cambiate a Fonti della Pietà degli Dei e perciò secondo il mondo pagano, l’acqua doveva tenere la capacità di stimolare a chiunque la beveva le passioni dell’amore, della gelosia e della vergogna. Detto questo, passiamo a spiegare la parte più vecchia e intressante di questo Monumentu: la facciata che guarda a scirocco che é larga ventiquattro palmi e alta sedici, comu dice il Ravenna. Incominciando da sotto, si vedono quattro basi e in mezzo ci sono tre blocchi di pietra scolpiti a forma di vasca e mantenuti ognunu da tre “puttini”. Queste vasche erano destinate per raccogliere l’acqua che usciva dalle statue di sopra; acqua che veniva poi incanalata, con un sistema di tubi piccoli, dentro la vasca che c’é alla base della Fontana. Le quattro basi servono d’appoggio alle quattro grandi cariatidi (telamoni), due maschi e due femmine che finiscono a uso di colonna con un capitello corinzio; sembra che mantengono l’architrave, la cornice e il timpano e dividono la Fontana in tre parti uguali. Sopra le tre vasche che abbiamo detto ci sono raffigurati in bassorielievo le tre Metamorfosi di Dirce, Salmace e Biblide.

La Metamorfosi di Dirce
Secondo la Mitologia Greca, Dirce, moglie di Lico Re di Tebe, offese e tratto male il nipote Antiopie. I figli di questa, Anfione e Zeto, decisero di vendicarsi; la presero e la legarono alle corna di un toro imbestialito che la ridusse in fin di vita! Il Dio Bacco, mosso a compassione, la cambiò a fonte vicino a Tebe di Beozia. Sulla Fontana, guardando a mano inversa, si vede una femmina nuda con i capelli lunghi che scendono sulle spalle, stesa di fianco e poggiata che viene presa a colpi di corna da due tori. L’acqua di questa statua usciva dal seno e da altre parti del corpo. Più sopra c’è una figura di maschio nudo con un manto che gli scende dalle spalle, che raffigura il Dio Bacco. Sotto al profilo dell’architrave si legge la parola ”Zelotypiae” (gelosia) é la frase latina: “Antiopiae rabie mea stillant membra furorem zelotypum caveas qui bibit hanc phrenesim” (Tu che bevi a questa fonte, che dà la frenesia, guardati dal tumulto generato dalla gelosia). Queste scritte e quelle delle altre due Metamorfosi sono state aggiunte molto tempo dopo il fabbrico della fontana per spiegare cosa volevano dire le sculture.

La Metamorfosi di Salmace
In mezzo alla facciata c’è la favola di Salmace, una Ninfa Najade. Questa si era tanto innamorata del ragazzo Ermafrodito, figlio di Venere e di Mercurio, che un giorno, quando se lo abbraccio stretto stretto, supplicò gli Dei di essere per sempre unita a lui. Gli Dei sentirono la preghiera sua e perciò dei due corpi ne fecero uno solo. Sulla Fontana si vedono le figure di un maschio e una femmina nudi ed abbracciati che fanno l’amore. I due sono attorcigliati da una corda e i due capi della stessa li tiene in mano la Dea Venere che guarda contenta i due giovani. Sopra a sinistra si vede il Dio Cupido che tira la freccia dell’amore sui due innamorati. Sotto l’architrave c’é la scritta “Amoris” (Amore) e l’epigramma del poeta Ausonio: “Salmacis optato concreta est nympha marito/ foelix virgo sibi si scit inesse virum/at tu formose juvenis permiste puellae/ bis foelix unum si licet esse duos”. (La Ninfa Salmace ha visto formarsi un solo corpo per aver desiderato tanto il suo uomo. Felice la donna che riesce a portare dentro di se il pensiero del suo uomo. Ma doppiamente felice tu, o giovine, che sei unito in un sol corpo ad una graziosa fanciulla, se è permesso che due esseri diventino uno solo). Scrive Strabone che l’acqua della fonte di Salmace alla Caria rendeva l’uomo infemminato. Con questa scritta l’autore ha voluto farci capire che ci dobbiamo abbandonare ai piaceri dell’amore sempre con moderazione.

La Metamorfosi di Biblide
Guardando a destra si vede scolpita la favola di Biblide. Secondo il racconto di Ovidio, questa si innamorò persa del fratello Cauno. Questi per liberarsi della sorellae della sgradevole situazione, fu costretto ad abbandonare la casa e scapparsene nel bosco. Ma Biblide riusci a scoprire dove si nascondeva perché voleva a tutti costi fare l’amore con il fratello. Cauno la caccio con brutte parole e Biblide per la vergogna si consumò piangendo per sempre lacrime di fuoco. Gli Dei ebbero tanta compassione che la trasformarono in Fonte vicino al monte Chimera. Al bassorilievo Biblide stà distesa; con una mano si tiene un seno da dove esce l’acqua e con l’altra tiene stretto il mantello del fratello Cauno che cerca di scappare. Sulla testa di Cauno si legge: “Biblis amara vocor dulcem tu suge mammillam / pristin infoelix odia versat amore”. (Mi chiamo Biblide triste, succhia tu alla dolce mammella. Un amore infelice ti infonde i tormenti dell’antico mio castigo). Con questa favola chi ha scolpito la fontana voleva dire che la passione contro natura, comu l’incesto, stracambiano così tanto l’uomo che perde ogni limite lecito.


E’ greca?
Dice il Ravenna: “Non c’è nessun dubbio che la Fontana è stata fabbricata dai Greci perchè si vede l’arte e il gusto dell’architettura della Grecia Antica che fiorì a quei tempi. Per non parlare del lusso che questo popolo usava per addobbare le Fontane e le Terme, come ci dice la storia. Le figure indecenti scolpite sulla Fontana ci dimostrano che non è stata fabbricata da Cristiani. Agli scavi di Pompei l’indecenza delle figure sulle pareti delle case e dei luoghi pubblici ci fa capire quanto erano depravati i pagani molto diversi dei discepoli di Cristo. Perciò, se la Fontana c’era già ai tempi antichi nel luogo chiamato “Fontana vecchia”, è facile che queste sculture la ricoprivano e l’aggiustavano, poi con il passare degli anni si sono rovinate e dimenticate da qualche parte. Quando nel 1560 si portò la Fontana dove sta ora, si aggiunse alla nuova Fontana quella che rimaneva della vecchia (bassorilievi e cariatidi) e si scolpirono dopo le scritte latine che riguardano le favole delle tre Ninfe. Poi si fecero gli ornamenti di sopra, con pietra di carparo, che furono scolpiti, secondo Micetti, del famoso Milone”.


Altre congetture 
Parliamo ora della questione che tanti storici hanno trattato riguardo le origini e la fabbricazione della Fontana. Questi, tante volte senza nessuna prova certa, pensano che se la Fontana c’era già ai tempi pagani non è di certo quella che vediamo oggi perché nei vari secoli si è così tanto consumata che si è distrutta pure la pietra più dura e quando si è ripreso si é copiato le sculture che già c’erano senza però la prima e antica raffigurazione. C’è chi dice che per il fabbrico si presero cariatidi e bassorilievi da un’altra fontana, a un chilometro dal paese, nel luogo chiamato “Fontana vecchia” dove si era creato un porto naturale per il degenerarsi a causa del mare. C’è pure chi dice che per i venti e la salamastra la Fontana ha avuto bisogno, nel corso degli anni, dei restauri che hanno stracambiato l’antica raffigurazione e questo spiega anche le pietre diverse che si sono usate per il monumento. C’è chi pensa che non è del Cinquecento perché anche se era stata copiata da un’antico modello, non era possibile a quell’epoca fabbricare un monumento cusì indecente e di stile pagano. Difatti era l’epoca della “Controriforma” e Gallipoli, antica Diocesi, era paese tanto cattolico e la cosa era testimoniata sui monumenti sacri. Ma per noi Gallipolini o é Greca o è d’epoca rinascimentale come sembra dagli ultimi studi fatti, rimane sempre “la Fontana Greca”.


E’ stata mai spostata o no?
Alcuni storici pensano che la Fontana è stata sempre nel luogo dove è sta ora. Secondo altri invece è stata spostata da un’altra parte e in epoche diverse. Il Galateo, verso il 1500, non parla mai della Fontana ma del luogo detto “Fontana Vecchia” da dove partiva il vecchio acquedotto come si legge sul libbro “Memorie istoriche della città di Gallipoli” dello stesso Galateo. Secondo Micetti invece, dice sempre il Ravenna, visto che il mare l’aveva tutta consumata, la Fontana fu portata dal luogo “Fontana Vecchia” ad un luogo più vicino al paese, affianco alla chiesa di San Nicola al Porto e per l’occasione si prolungò l’acquedotto. Però prima del 1548 non si parla mai della Fontana in nessun libbro o testo. Quindi due sono le cose: o prima non esisteva e perciò è d’epoca rinascimentale o se c’era prima era ormai così tanto consumata e vecchia che non è stata mai presa in considerazione. Si incomincia a parlare della Fontana nel 1548 quando si parla di una Fontana nel luogo detto “Funtana vecchia” dove rimase fino al 1560. Poi, quando era sindaco Giovanni Pietro Abbatizio, si portò nel luogo dove si trova attualmente. Allora però, come abbiamo visto, teneva solo la facciata di scirocco perchè l’unica strada che portava al paese era sul lato di scirocco.


Quanto resisterà ancora? 
Fino ad esso abbiamo parlato della storia, purtroppo non è sempre tutto rose e fiori; quindi anche la Fontana col tempo rischia di logorarsi sempre più. Per noi Gallipolini la Fontana rappresenta una parte della nostra vita, come del resto il ponte, il castello, la cattedrale ecc. ecc., e per questo nel corso degli anni abbiamo fatto in modo che i nostri tesori fossero conosciuti in tutto il mondo per la loro bellezza, storia, usanze, il mare pulitu e il mangiare. Prima dell’ultimo restauro ci chiedevamo quanto ancora sarebbe resistita, negli ultimi anni è capitato che qualche pezzo cadesse a terra, una volta che un pezzo cade a terra si distrugge ed ormai è storia persa, da buoni Gallipolini non ci possiamo permettere questo perché la Fontana ci sta molto a cuore!!! Ora che la piazza Canneto si è aggiustata i turisti possono finalmente godere la vista di così tanta bellezza, non abbiamo dimenticato quando le macchine erano parcheggiate davanti, di dietro, affianco ecc. ecc. Concludendo vogliamo dire solo, che se per alcuni è solo un Monumento messo lì dalla storia, per noi Gallipolini invece è, è stata e rimarra sempre la cara, vecchia “Funtana Creca”.

Castello

castelloSul Castello di Gallipoli, Ettore Vergole dedicò un corposo volume edito a Roma, nel 1933, sotto l’egida dell’Istituto di Architettura militare del Museo del Genio, che aveva sede in Castel Sant’Angelo. In quel volume, dopo aver raccolto presso l’Archivio di Stato di Napoli interessanti ed inediti documenti e studiato quelli disponibili presso quello di Lecce e presso la nostra biblioteca comunale, lo studioso gallipolino volle ricostruire le vicende costruttive dell’antica rocca, di origine bizantina e che si affacciava, nel 1195, sulla piazza dei Naoneti, all’incontro con la strada Cuzubelli.

{tab=Storia e Origini}

Il Castello di Gallipoli – La sua storia
Una rocca che, sotto il regno di Federico II, aveva bisogno di riparazioni, a cui dovevano urgentemente provvedere con i cittadini di Gallipoli anche i Baroni della provincia. Dopo l’assedio angioino del 1268, nel castello si contarono 73 prigionieri che il Vernole ipotizzò fosse il numero dei soldati ivi acquartierati, fatti prigionieri assieme ai 34 baroni ribelli che, dopo la tragica morte di Corradino, avevano tentato l’ultima disperata resistenza. In qualche modo ristrutturato dagli Angioini, il Castello mantenne la sua tradizionale forma quadrilatera. Venne invece interessato da importanti lavori di consolidamento dopo l’assedio veneziano del 1484. Lavori che erano in corso da anni, nel 1497, e che avevano interessato anche le mura cittadine. Il Galateo nel 1513 annotava che in precedenza la città non era molto riparata dalle mura ma che finalmente la città era “assai ben munita, e da terra e da mare offre uno spettacolo superbo e minaccioso, nonché vaghissimo”.
A quegli anni data lo scavo “vicino alla cortina ultima del Castello, uno fosso dall’uno mare all’altro”. Si eseguiva in effetti un progetto complessivo di rafforzamento delle fortificazioni della città e del castello, seguendo i consigli dell’ingegnere militare Francesco di Giorgio Martini, che questi luoghi aveva ispezionato nel 1492, al seguito del Duca di Calabria. Tra il 1515 ed il 1543 vengono intrapresi radicali lavori di fortificazione del castello, la costruzione del Rivellino ed il completamento della volta del bastione poligonale . Con i rimaneggiamenti seicenteschi realizzati dagli spagnoli, che interessarono la costruzione di due nuovi bastioni, tra cui quello a pianta quadra (poi demolito a metà anni ’40 del ‘900) addossato al torrione della bandiera, si compie il lungo ciclo dei lavori che daranno al castello la conformazione e l’aspetto attuale.


{tab=Galleria}

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{tab=Disegni}

Il castello nei disegni del Vernole
Prima che si facessero i rilievi tecnici e grafici realizzati nel 2008 per conto del Comune di Gallipoli dal geometra Guido Della Rocca, i primi disegni relativi ai particolari architettonici e alla struttura in elevato furono prodotti dal nostro Ettore Vernole nel citato volume “Il castello di Gallipoli” del 1933. Se ne riproducono alcuni anche per una maggiore comprensione delle descrizioni che mese per mese in seguito si daranno.

Il castello nei disegni storici
Anche se non vasta, significativa è la documentazione delle piante del Castello di Gallipoli, di cui vi è rimasta traccia negli archivi storici. Tra questi disegni quello desumibile dalla “Pianta della Città e castello di Gallipoli” custodito nelle “Carte Montemar” dell’Archivio di Stato di Napoli e realizzato dall’ingegnere Giovine nel 1734, nonché la “Pianta del castello di Gallipoli tracciato a china acquerellata” (sec.XVIII) e conservata nell’archivio romano dell’Istituto Storico di Cultura dell’Arma del Genio. Ambedue sono state pubblicate nel corpo dell’atlante “La Provincia di Lecce” di Vincenzo Cazzato ed edito nel 1989 da Capone editore.


{tab=Il Rivellino}

Il Rivellino
Nell’architettura militare “Rivellino” è detta quella struttura bastionata ed avanzata rispetto alla struttura fortificata principale. Tale è il Rivellino di Gallipoli che si protende verso il territorio, chiudendosi a cuneo, dalla cortina nord-est del castello, con funzione di difesa avanzata sul territorio delle cortine del castello. Fu edificato tra il 1515 ed il 1522. Nel 1522, infatti, si eseguivano gli ultimi lavori “sotto la fabbrica se fa fora de lo Castello alla banda de mare sotto lo muro del reviellino”. Fu in seguito isolato con lo scavo   “vicino alla cortina ultima del Castello, (di) uno fosso dall’uno mare all’altro”. Si portava così a compimento il progetto complessivo di rafforzamento delle fortificazioni della città e del castello seguendo i consigli dell’ingegnere militare Francesco di Giorgio Martini, che questi luoghi aveva ispezionato, nel 1497, al seguito del figlio di re Ferdinando I, il Duca di Calabria e futuro re Alfonso II. Fino alla costruzione del nuovo ponte di accesso in città (1603-1607), il Rivellino proteggeva anche l’antico accesso, attraverso la strada regia che prospettava sui fronti della fontana e della chiesa del Canneto e scorrendo sui fianchi delle cortine, si innestava, attraverso un breve viadotto a dorso d’asino, al ponte levatoio della porta di città. Recuperato e ristrutturato al suo interno, alla fine degli anni ’40 del ‘900, il Rivellino divenne una arena cinematografica, che è rimasta attiva fino a qualche anno fa.


{tab=I Basttioni}

Il bastione ennagono
Questo bastione, che presenta all’esterno sette lati ed otto interni, concentrava quasi tutta la capacità offensiva del castello. Il suo interno, di diametro pari a circa 21 metri e con un cupolone alto al vertice di 12, ospitava una batteria di cannoni da marina piazzati in corrispondenza di sette cannoniere che irraggiavano, per 270 gradi, la capacità di fuoco e di controllo dello spazio antistante al castello, dal fosso del Rivellino all’incrocio con il bastione di San Luca e ad angolo fino a ridosso delle cortine civiche che si affacciano sul Canneto. .
La data di completamento (1543) di questa complessa e mastodontica opera, è incisa sull’incrocio di due dei nove spicchi della volta interna del bastione e fu segnalata la pirma volta dallo studioso Aldo De Bernart. Il Vernole ha ipotizzato che qui ci fosse stata il vecchio bastione bizantino a pianta pentagona, con accesso dal cortile interno del castello mediante ponte levatoio in legno.
Notò infatti che tutte le misure relative all’impostazione dell’arco, della larghezza della porta e del fornice di accesso, corrispondono al piede romano, che fu una misura utilizzata anche dai bizantini. Al di sopra di questo fornice di accesso sopravvive ancora la stanza di manovra del ponte levatoio, che praticamente isolava il bastione da tutta la struttura fortificata del Castello. Questo bastione ispezionato e descritto la prima volta nel 1933, fu utilizzato come rifugio antiaereo durante la seconda guerra mondiale e riaperto ufficialmente al pubblico nel 1974 a cura dell’Associazione Gallipoli nostra, in occasione dell’VIII Festival di Casa Nostra. Vi fu allestita una grande mostra d’arte e di artigianato salentino che interessò anche gli ambienti interni della cortina e del bastione della bandiera., con ingresso appositamente realizzato su palafitte in legno, sul fosso del Rivellino.

Il bastione di vedetta
E’ così denominato perché mantiene ancora sugli spalti una garitta di guardia e di avvistamento, sulle terrazze al di sotto delle quale aveva residenza il castellano e che divenne poi sede dell’Ufficio del Registro. E’ un bastione dalla forma e struttura simile a quello della bandiera, ma con un tamburo sopraelevato montato sul coronamento di mensole a quattro tori. Fu probabilmente interamente ristrutturato e allestito “a lo modierno”, tra il 1616 ed il 1623, con la creazione di una lunga serie di camminamenti a tre livelli che confluiscono in speciali casematte, con feritoie e postazioni di archibugieri puntate verso il ponte di accesso della città. L’ultimo livello si raccorda con l’angolo incapsulato dell’antico bastione quadro, di epoca medioevale. In questo ambente vi sono numerosi graffiti realizzati nell’intonaco raffiguranti volti umani e navi con vele spiegate. Tra questi interessantissimi graffiti, spiccano i resti di una iscrizione in caratteri latini con “compendi” e segni “tachigrafici”, forse del XV secolo. Il riferimento di questa iscrizione è al salmo 50: “Miserere mei Deus (secundum magnam) misericordiam (tuam)”. E’ visibile anche il trigramma bernardiniano IHS.

Il bastione della bandiera
È così denominato per essere stato da sempre il bastione su cui si faceva sventolare la bandiera reale, ed oggi quella tricolore nelle ricorrenze nazionali. Un esempio è dato nella veduta della città contenuta nelle “Memorie storiche della fedelissima città di Gallipoli” pubblicate dal Ravenna nel 1836, in cui compare, issata su di un alto pennone, la bandiera borbonica. A pianta tonda con scarpate, è definita architettonicamente con un cordolo a torello marcapiano tra primo e secondo livello. Il coronamento aggettante è montato su di una teoria di mensole a tre torelli che definisce gli spalti della terrazza, sui quali erano posizionate alcune postazioni dei cannoni. L’interno è definito da due ambienti circolari collegati da una scalinata, di epoca recente, che si raccorda all’angolo del probabile preesistente bastione medioevale a pianta quadra, simile a quello attualmente isolato sul fronte del castello ed evidenziato nel corso dei lavori di ristrutturazione del mercato coperto.
Sulla volta dell’ambiente terragno di questo bastione sopravvive la botola circolare attraverso cui, in caso di necessità, si potevano trasferire dal piano superiore a quello inferiore, e viceversa, artiglierie e munizionamento. Affiancati si intravedono poi i tre vani di alloggiamento delle artiglierie e delle postazioni degli archibugieri.
Successivamente alla costruzione del ponte di accesso alla città (1603-1607), addossata a questo bastione, fu innalzata un’altra struttura a pianta trapezoidale che praticamente lo imbussolò, facendo intravedere, dell’originale bastione, solo l’angolo a semicerchio sulla cortina che lo congiungeva al bastione di vedetta. I lavori risultano computi il 15 ottobre 1623, sotto la direzione del commissario alle fabbriche don Baldassarre de Gusman essendo castellano il capitano Andrea de Alarcon Y Mendoza.. Tale struttura, abbattuta nella prima metà degli anni quaranta del Novecento, è documentata da un gruzzoletto di foto e cartoline.

Il bastione crollato
Si è detto in precedenza che il Castello di Gallipoli fu impostato a pianta quadra con rinforzo degli angoli con quattro bastioni. Attualmente ne sopravvivono solo tre. Il bastione, infatti, di sud-ovest, simile probabilmente a quello di vedetta e che con questo chiudeva in linea la cortina di fronte agli spalti di città, risulta crollato nel 1755 a causa dei marosi sciroccali che ne avevano minato le fondamenta. Le rovine di questo bastione erano ancora visibili negli anni trenta del Novecento, quando vennero completamente livellate in mare e utilizzate per la costruzione della banchina che attualmente collega le mura della città al bastione poligonale. Da quelle macerie furono recuperati i blocchi che componevano il grande stemma reale, d’età spagnola, a giudicare dagli elementi stilistici della cornice, essendo praticamente illeggibili le armi araldiche che lo illustravano. È oggi ricoverato presso il locale museo civico, unitamente ad alcune iscrizioni lapidee cinquecentesche provenienti dall’abbattuto bastione di Santa Vennardia.


{tab=Porta Antica e Nuova}

L’antica porta
La struttura originaria del castello pur non essendo variata nel tempo nella sua impostazione ha subito profonde trasformazioni nello spessore delle muraglie esterne e nella forma dei bastioni. Quelli che attualmente si ammirano sono riconducibili ai rifacimenti Cinque-Secenteschi. L’abbattimento parziale delle strutture del Mercato coperto, originariamente ancorate sul fronte del castello lato città, ha posto in luce i resti della torre mediovale a pianta quadra che si sviluppa, inglobata nel torrione a pianta circolare della vedetta, fin sul lato della cortina nord prospiciente il mercato del pesce. All’interno è ancora visibile una parte dell’antica porta di accesso al castello, dalla città, con i residui di un bellissimo arco catalano di fronte al quale si chiudeva l’antico ponte levatoio in legno. Oltre la porta si apre un ampio vestibolo, successivamente ristrutturato con una volta a botte, al termine del quale si apre la porta di accesso al cortile interno, con un “arco alla Tudor” di cui parlò in un suo scritto Bacile di Castiglione, nel 1915.

La porta nuova
Con i lavori intrapresi dopo la costruzione del ponte secentesco e terminati presumibilmente attorno al 1623, come ci attesta una iscrizione un tempo murata nl corpo di guardia del castello e riportata da Bacile di Castiglione, fu abbandonato il vecchio ingresso al castello, sul fronte del bastione medioevale di nord-est, e fu costruito il nuovo portale in pietra, che si vede tuttora. Ce ne dà testimonianza un atto notarile di notar Gustapane di Lecce, dell’8 settembre 1622, in cui è indicato il costruttore, il gallipolino Luca Antonio Lachibari, che in una lettera allegata all’atto dà conto dei lavori eseguiti al castello sotto la direzione dell’ingegnere militare Giovanni Arnaldini, tra cui, appunto, “il portale di pietra con tutta la sua casa, il restiglio di legname, il ponte levaticcio, un astreco sopra la strada coverta”. La via d’ingresso al castello era stata realizzata con due arcate impostate su piloni in pietra, collegando così la muraglia di difesa della città con il ponte levatoio in legno, che si alzava a chiudere la porta. I residui di questa struttura è ora visibile al piano fossato del castello tra le arcate del Mercato coperto in fase di restauro.


{tab=La Cappella}

La cappella
Il Castello aveva una sua cappella in cui si officiava a cura di un cappellano. Anticamente era posta in fondo all’androne d’ingresso dal bastione quadro, oggi in parte incapsulato nel bastione di vedetta. Vi si scorgono ancora oggi i residui della fitta decorazione, tra cui un Sant’Andrea (?) il cui volte è visibile al di sotto degli intonaci stratificati nel corso del tempo. Con la costruzione del nuovo ponte e porta di accesso al castello, la cappella fu adattata in alcuni ambienti al centro della cortina che fronteggia la città e fu provvista di un nuovo portale, che si apre sulla sinistra dell’attuale androne d’ingresso. Nel 1622 la cappella fu “accomodata con porte nuove e finestre, si di pietre come di legnami naschiata bianca”. Fu ulteriormente ristrutturata nel ‘700, periodo al quale è da assegnare la superstite graziosa balaustrata in pietra che definiva la tribuna riservata al castellano e alla sua famiglia. Fu successivamente adibita a deposito dei tabacchi di monopolio. La cappella non aveva sepolture e tutti i militari morti nel Castello venivano seppelliti, se battezzati, nei sepolcri delle chiese cittadine.


{tab=I Castellani}

I Castellani
Nel Castello erano acquartierate le truppe militari che obbedivano esclusivamente al Castellano, di nomina regia. A lui era affidata la difesa del castello mentre al Sindaco era demandata la custodia delle mura e dei bastioni civici, al cui servizio erano destinate le polveri da sparo, custodite in una apposita casamatta nel palazzo della Regia Corte. I Castellani in gran parte si dimostrarono superbi e a volte violenti anche contro la città. Essi pretendevano franchigie fiscali sui beni di consumo e diritti sulla pesca nel mare attorno al Castello e sulla tonnara, con il pretesto che l’orizzonte su cui erano puntati i cannoni, doveva essere mantenuto libero. Anche i soldati del castello pretendevano di poter girare armati in città. Questioni tutte risolte a favore della città in conseguenza dei numerosi ricorsi inviati al Viceré di Napoli. Numerosi i Castellani registrati nei documenti del tempo e negli elenchi (assai parziali) compilati dal Roccio e dal Micetti, nostri concittadini vissuti nel XVII secolo che compilarono alcune memorie della città. Tra i castellani più noti sono da ricordare Consalvo de Carmona, il cui ritratto con quello della moglie Geronima Protonobilissimo ed il figlio Diego, è nella tela dell’altare di San Diego in San Francesco d’Assisi. Il Castellano Giuseppe Della Cueva fece costruire il cappellone del Malladrone con tutte le statue e fu sepolto nel sepolcro che egli stesso aveva fatto costruire per sé e per tutti i castellani di Gallipoli.. Un altro castellano noto alla storia cittadina è Sancio Roccio, da cui discese l’omonima famiglia che possedette, tra gli altri beni, e abitò il palazzo, oggi sede del Comune.


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Palazzi

palazziForse non tutti ne sono a conoscenza, ma nel cuore del centro storico di Gallipoli non vi sono solo chiese ma anche tantissimi palazzi e dimore, che sfortunatamente molti di essi sono diventati dei B6B.



Palazzo del Seminario

seminarioIl palazzo del Seminario fù fabbricato dal maestro Adriano Preite su un terreno dove c’erano le case di Biagio Sansonetti e Oronzo Martinez che per l’occasione furono distrutte. La prima pietra fù messa il 16 marzo del 1752 e i lavori finirono nell’aprile del 1756 con il montaggio del grande portone fatto a Napoli e dalle porte e finestre fatte dal monaco Francesco di Nardò dell’Ordine dei “Padri Riformati”. Il prospetto di stile barocco è tutto di carparo e si sviluppa su tre livelli arricchito da fregi ed elementi decorativi di diverse fattezze. Le finestre sono adornate da fregi e cornici. Questo stile architettonico fù usato dopo una decina d’anni per fabbricare il palazzo Doxi, che oggi si chiama Fontana, in via Micetti. Ora questo palazzo è sede del Museo Diocesano dove hanno trovato luogo le più belle opere d’arte sacra di tutta la Diocesi di Nardò-Gallipoli.


Palazzo Balsamo

Vicino alla spiaggia della purità vi é un prestigioso palazzo che conserva ancora i tratti delle antiche costruzioni, il portale di epoca catalano-durazzesco é l’emento più caratteristico del Palazzo Balsamo.


Palazzo Pirelli

Il Palazzo Pirelli è situato a pochi passi dalla Cattedrale, si mostra su Piazza Duomo e su Via De Pace e fronteggia l’ex Palazzo Ricci, oggi sede comunale. Ristrutturato in stile barocco, ha grande importanza il portale-balcone costruito successivamente, finestrature classiche, interessante il soffitto dell’ antico ingresso, oggi Farmacia Provenzano, con festonature e forrnelle lapidee con mascheroni e scene mitologiche (sec. XVI).


Palazzo Senape De Pace

Il Palazzo Senape De Pace eretto intorno al 1760.


Palazzo Venneri

Il Palazzo Venneri circa del XVIII secolo


Palazzo Tafuri

Il Palazzo Tafuri (metà del XVIII secolo)


Palazzo Granafei

Il Palazzo Granafei secolo XVI,


Palazzo Episcopale

Il Palazzo Episcopale

Torrioni

torrioni
La città di Gallipoli fu concepita già dall’VIII secolo dopo Cristo come presidio fortificato e le sue alte e possenti mura chiudevano il lungo periplo bastionato che terminava con la struttura fortificata del Castello e del Rivellino.


I dodici Torrioni della Muraglia

La cinta muraria di Gallipoli ed i suoi 12 Bastioni

01-gennaio-torrioni

Dodici erano i bastioni che ne cingevano le mura scarpate piantate sugli scogli a difesa della città dagli attacchi dal mare da parte di assalitori nemici.

Molti di essi si ergevano possenti al di sopra dell’assetto murario e sopravvissero fino alla fine dell’800 quando fu abbattuta la porta di ingresso il fortino di San Giorgio e il bastione di San Francesco. Le superstiti mura erano state appositamente acquistate dal Comune di Gallipoli con atto rogato dal notaio Domenico Mozzarella il 1 aprile 1879, nel quale si costituirono il Ricevitore del Registro Achille Ferrari in nome e per conto dell’amministrazione demaniale del Regno d’Italia e il sindaco dell’epoca dottore Michele Perrin. In quell’atto così furono analiticamente elencati i fabbricati ceduti dal demanio: Piccolo torrione di figura trapezia presso la cappella di S. Francesco di Paola; Batteria San Giorgio (piani due, vani tre); Piccola batteria San Benedetto (Piani due, vani due); Torrione detto di San Guglielmo; Batteria di S. Francesco (Piani due, vani quattro); Cortina del ceraro o piazza del Crocefisso; Batteria San Domenico (piani uno, vani quattro); Lunga cortina conosciuta col nome di muraglia di scirocco; Batteria Santa Vennardia.

Bastione di S. Francesco d’Assisi

02-febbraio-torrioni1La struttura fortificata più imponente fu quella di S. Francesco collocata di rimpetto alla omonima chiesa francescana. La sua struttura era complessa con un avancorpo proteso verso l’isola del Campo detto spuntone o Cavaliere di S. Francesco.

Soggetto alle furie del vento e dei marosi fu più volte ricostruito. Ristrutturato ed ampliato nel 1684 gli furono addossate le armi della Casa regnante spagnola, una statua lapidea di S. Fausto ed un lastrone inciso con una lunga iscrizione fatta dettare da don Pietro Montoia sotto il viceregno del marchese de Haro.

Ai tempi di mons. Pelegro Cybo, vescovo di Gallipoli vi era attaccata a questa fortezza la chiesa di Santa Maria dello Spuntone dove la tradizione popolare attesta la pratica superstiziosa del cosiddetto oracolo di Santa Monica. A questa cappella era addossata la vecchia cappella di Santa Maria ad Nivem costruita nel 1559 e distrutta nel primo ventennio dell’800.

Questa fortezza presentava ancora nei primi anni dell’800 gli avanzi del Cavaliere ed il baluardo che venne gradualmente demolito a partire dal 1819. Sul sedime del baluardo di San Francesco fu poi costruito alla fine dell’800 l’attuale palazzo che fu dei ferocino ed oggi è proprietà degli eredi Zanchi.


Bastione della Madonna degli Angeli o del ceraro

03-marzo-torrioniIl Ravenna lo denomina anche col nome di Torre del Governatore. Un documento del 1634 ci attesta che il suo nome era quello di Torrione del Quartararo. La denominazione di torre del governatore è dovuta all’impianto nel 1725 di un giardino pensile a spese del governatore della città conte Antonio Siropoli mentre assunse quella di fortino del Ceraro nel 1755 per la lavorazione che in esso si faceva della cera. Sopravvive la robusta sagoma della fortificazione a base pentagona rinforzata a nord da una struttura ad orecchione funzionale alla difesa del cavaliere di S. Francesco.

Baluardo di San Domenico o della Nunziata

04-aprile-torrioniA dire del Ravenna ebbe anche la denominazione di Santa Maria delle servine. Originariamente a pianta circolare fu ricostruito dopo il suo crollo avvenuto nel 1593. La sua ricostruzione fu ordinata dal Dal vicereè conte de mirando ed eseguita dai mastri Angelo Bischetimi, Bruno Allegranzio ed angelo spalletta. Assunse perciò l’attuale configurazione pentagona, fu munito di cannoniere anche per il tiro radente. Prese anche il nome degli Arsi vivi per una disgrazia accaduta il 5 agosto del 1595 all’interno di uno dei locali di quel bastione adibito a lavorazioni e deposito di polveri da sparo. A seguito di un fortuito incendio che provocò lo scoppio delle polveri persero la vita 13 lavoratori gallipolini. Passato nella proprietà del comune il Baluardo fu concesso alla fine dell’800 ad enfiteusi alla Società di produzione e costruzione. Su quel luogo fu impiantatà nel 1916 la scuola d’arte di Ageselao Flora tant’è che quel luogo fu popolarmente indicato come “Lu muru de lu Frora”. Oggi la proprietà è divisa tra la famiglia Cagnazzo e il noto ristorante Il Bastione.

Torre del Fosso

05-maggio-torrioniE’ questa una torre non più esistente ma chiaramente evincibile da un disegno cinquecentesco segnalato dal Vernole ed esistente presso il museo del Genio in Castel Sant’Angelo. A forma quadrilatera aveva la funzione di difesa della lunga muraglia appunto del fosso poi popolarmente denominata Muru de sciaroccu che collegava il bastione dell’annunziata a quello di Santa Vennardia. Il fosso era adibito un tempo a luogo di quarantena ed isolamento sanitario. Al di sotto del largo marciapiede che attualmente ripercorre l’antica cortina del fosso sopravvive ancora l’angusto e lungo collegamento sotterraneo tra i due bastioni e la piccola porta che si affaccia sul mare di ponente.

Baluardo delle Anime o di Santa Vennardia

06-giugno-torrioniAnticamente prese il nome di San Basilio ma dopo la costruzione dell’oratorio della SS.ma Trinità e delle Anime del Purgatorio che fu sostituito poi con quello, appunto, delle Anime. Nel 1544 questo bastione fu ulteriormente rafforzato per volontà del Governatore della Provincia Ferdinando Loffredo marchese di Trevico che vi appose, con il proprio stemma araldico, anche l’effigie lapidea di Santa Veneranda. Da qui la denominazione antica di Bastione di Santa Vennardia. Del marchese Ferdinando Loffredo sopravvivono ancora oggi, custodite nel locale museo civico, due iscrizioni incise su pietra leccese in onore delle virtù militari del marchese di Trevico e ad ammonimento di coloro i quali avessero osato tentare di espugnare questa solida fortezza.

Bastione di San Luca

07-luglio-torrioniVenne così chiamato per un’antica cappella esistente nelle sue vicinanze. Originariamente a base circolare fu poi ristrutturata nel 1622 ad opera di mastro Lachibari da Gallipoli che ne diede la forma quasi triangolare che ancora in parte sopravvive, nell’ultimo angolo dorsale della cinta muraria che si affaccia sul mare del Canneto, fronteggiando il castello. Nel corpo della muraglia fu ricavata a forza, negli anni trenta, una scalinata a doppia rampa che porta direttamente al mare, da cui si dilunga la lunga diga foranea delle “scale nove” costruita sul finire degli anni ’50.

Torre di Sant’Agata o delle Saponere

08-agosto-torrioniAnche questo bastione prese il nome da una chiesetta vicina intitolata appunto a Sant’Agata. Con la costruzione di alcune fabbriche di Sapone oggi localizzabili sulla stretta isoletta urbana di via Saponere ritenne il nome di bastione delle Saponere di cui ci dà memoria Bartolomeo Ravenna nelle sue memorie Istoriche del 1836. Le Fabbriche di Sapone sopravvissero fin dopo il 1857 anno in cui il catasto urbano di Gallipoli le censiva appunto tra il bastione di S. Francesco e quello di Sant’Agata. Il bastione fu in qualche modo utilizzato nel corso della prima guerra mondiale con la creazione di postazioni di vedetta di cui si scorgono verso il mare le superstiti feritoie.

Baluardo delle Ghizzane o di San Guglielmo, ovvero della Purità

09-settembre-torrioniAttestato fino al 1836, questo baluardo si ergeva lungo l’ansa muraria del seno della Purità in corrispondenza con l’antico palazzo dei Grumesi, che fu poi di Stajano. Ai suoi piedi si estendeva il greto sabbioso che oggi rappresenta la spiaggia più accorsata dai gallipolini. E attualmente immessa al di sotto del largo marciapiede che fronteggia la chiesa della Purità, da cui si sviluppa la doppia scarpata di discesa alla spiaggia realizzata attorno al 1875.

Baluardo di San Benedetto

10-ottobre-torrioniA pianta circolare con accostata la rampa, oggi interrata, di discesa verso il mare, rappresenta con il contiguo bastione di S. Giorgio la linea di congiunzione delle due anse speculari tra loro che caratterizzano la morfologia della città di Gallipoli, con il porto e il seno della Purità. Conserva ancora parte delle sue strutture interne e le ampie cannoniere progettate per radere col fuoco a pelo d’acqua contro possibi sbarchi via mare. Nel 1691 questo bastione era armato con una petrera di palle di pietra di libre 17 e da un cannone di di oltre sette quintali. Fu interessato questo bastione a lavori di rafforzamento e manutenzione nel 1684.

Baluardo di San Giorgio

11-novembre-torrioni1A base circolare e gemello di quello di San Benedetto si affacciava, prima della costruzione del porto, sullo scoglio della Sabbata che, come rammenta il Ravenna, era luogo all’uso di spettacoli. Prende il nome da una contigua cappella dedicata a San Giorgio, con dipinto eseguito attorno al primo quarantennio del seicento dal pittore gallipolino Giovan Andrea Coppola, oggi custodito nella Chiesa cattedrale di Sant’Agata. Raffigura San Giorgio a cavallo che trafigge con la lancia il drago. Si innalzava fino al 1880, maestoso al di sopra delle cortine murarie, ed è possibile riconoscerlo nel bel dipinto del Newbery, raffigurante la città con vista dalla Casa di sanità, ed in quello del maestro Tempesta, ambedue conservati nel museo di Gallipoli.

Bastione di San Francesco di Paola

12-dicembre-torrioni1Anticamente denominata dello Scorzòne prese, dopo la costruzione del monastero dei Minimi francescani, fu ridenominata di San Francesco di Paola. A pianta quadra è oggi inglobato nel terrapieno realizzato per creare la cala di discesa alle banchine del porto. Aveva la funzione di vedetta e fiancheggiamento al fortino di San Giorgio.



Bastione della Bombarda o di San Giuseppe

12-dicembre-torrioni2Di questo antico bastione resta poco più di un angolo sporgente sul porto e affacciatesi sulla rampa di S. Francesco di Paola. Aveva forma triangolare ed era armato come afferma il Vergole con piccole batterie di fuoco chiamate all’epoca “traditrici”

Corti, Portoni e Colonne

corti_strade_portonii
Passeggiando per le vie del centro storico di Gallipoli a volte si rischia di entrare, tra stradine e viuzze quasi come un labirinto, in vicoli ciechi, anche se alcuni di essi sono larghi quanto una piazzetta; queste vengono chiamati Corti.

Curte Angili – Curte Anime – Curte Cantalupi – Curte Cariddi – Curte Celsu – Curte De Amicis – Curte Dei Regi – Curte Fusaru – Curte Gallu – Curte Leccesi – Curte Manta – Curte Moline – Curte Montuosi – Curte Patre Maestru – Curte Puritate – Curte Rocci – Curte Sant’Antoniu – Curte te via Angili – Curte te via Crocefissu dei Molini

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Purtone te via Ferrai – Purtone te via Tonacelle – Purtone te via Tafuri

Purtone te vico S. Ronzu – Purtone trasi essi

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Colonne

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