Lingua “vastasa” di Gino Schirosi

Nel vernacolo, lingua materna, naturale e spontanea, meglio si esprimono le capacità d’impatto con i temi più toccanti del nostro tempo.
La lingua parlata o scritta, in quanto strumento di comunicazione e di cultura, ha in sé una storia così lunga e complessa da sintetizzare l’intera storia di un popolo, di una civiltà, quale che sia il divario di tradizioni, razze e religioni. Ma soprattutto il dialetto, lingua locale non meno nobile, epigono dei volgari medievali eredi sopravissuti alla lingua latina, è il più soggetto a fenomeni progressivi di corruzione fonetica e mutazione lessicale. Non solo. È persino probabile, ancorché lento, un processo di decadenza sino al fatale declino dovuto inevitabilmente ad abbandono, ad oblio.
La lingua della nostra terra e del nostro passato è davvero destinata a perdersi, smemorata insieme con la storia patria, con le radici? Il rischio è che potrebbero estinguersi non tanto dal nostro vocabolario quanto dal bagaglio della nostra cultura popolare voci storiche, ormai rare o desuete, tramandate dagli avi, un’eredità di cui dovremmo essere fieri senza il minimo di vergogna o di ingiustificato snobismo, sinonimo di gretta ignoranza. Quasi fosse superiore o elitaria la lingua italiana, al di là del suo valore e della sua importanza nelle relazioni ufficiali e burocratiche anche internazionali!
Spetta anzitutto ai poeti in vernacolo salvare il dialetto, mantenerlo vivo e presente specie tra i giovani della “civiltà” del benessere e del consumismo, educati dai “media” ad inseguire l’apparire più che l’essere, per tante ragioni i meno abituati a parlarlo, a utilizzarlo. In ogni modo, grande merito va a quanti si espongono in operazioni di revival linguistico, risultato di meditazioni immediate, come uno scavo affettivo più che nostalgico nello scrigno della memoria dove sono gelosamente custoditi sentimenti, ideali e valori eterni, che accompagnano l’uomo e la sua storia da secoli. Nel vernacolo, lingua materna, naturale e spontanea, meglio si esprimono le capacità d’impatto con i temi più toccanti del nostro tempo: il vissuto quotidiano, gli affetti, le tradizioni popolari, i drammi e i problemi sociali, la fede con le sue finalità morali e spirituali intrinseche, scaturite dall’inevitabile sentimentalismo lirico e dall’amore innato che un poeta dialettale nutre naturalmente per la sua terra natìa e per la sua gente, la cui storia rappresenta la sua stessa identità, la sua anima. La lingua (come glôssa) è parte anatomica importante dell’organo fonatorio deputato, quale strumento vocale, a modificare nel cavo orale tutti i suoni possibili prodotti dalle corde vocali, occludendo e modulando l’esplosione sonora con articolazioni variabili: tra i denti (suono dentale), tra le labbra (labiale), alla gola (gutturale), al palato (palatale), alla base della corona gengivale interna superiore (dentale cacuminale: a Gallipoli e relativo circondario ddh, altrove ddhr o ddr o dd). Solo con la combinazione dei suoni nasce nel discorso la parola (palabra in spagnolo, dal latino parabo×la e dal greco parabòle, ossia “confronto”, qual è la comunicazione scritta e orale oltre che l’allegoria insita nell’insegnamento morale di non pochi passi evangelici). Ma la lingua in senso lato, il linguaggio e la parola servono a manifestare idee, pensieri e moti dell’animo, a comunicare, a dialogare, come nella sua immediatezza fa il dialetto (dal greco dialéghein, appunto dialogare). Con l’invenzione della scrittura e poi dell’alfabeto fonetico ad opera dei Fenici, il suono, nato o prodotto in natura, viene fissato con un segno distintivo, convenzionale, simbolico, per divenire messaggio intelligibile e significativo da essere diffuso attraverso gli scambi tra genti lontane tra loro diverse. Così si è costruita la storia di ogni popolo, di ogni nazione, l’evoluzione di ogni idioma locale, regionale e nazionale. La storia dell’umanità è pure la storia di esperienze linguistiche e influenze lessicali le più dissimili, di interconnessioni che hanno generato variazioni e modifiche nel tessuto culturale dei popoli. Il dialetto è tuttavia la lingua maggiormente esposta al rischio di mutazioni inevitabili col conseguente allontanamento dalla tradizione latina, parametro costante di riferimento, e dal volgare toscano, lingua letteraria per eccellenza, la più fedele al latino per essere, solo all’indomani dell’Unità, elevata ufficialmente al rango di lingua nazionale. Indubbiamente, non senza l’apporto fondamentale del divino poema. Nel De Vulgari eloquentia, dopo approfondita analisi, Dante conclude la sua inchiesta da cui prende avvio la storia della questione della lingua italiana: tra i parlari della penisola italica il migliore è il fiorentino e, subito dopo, tra i meridionali insieme col siciliano colto della corte federiciana (noto nella fase già toscaneggiata), si distingue il pugliese salentino per la sua affinità con la scuola poetica siciliana. Solo in coda alla singolare graduatoria compaiono il pugliese murgese e il romano, idioma della capitale che tuttavia non ha dato origine alla lingua di un’intera nazione (come invece in Francia e in Inghilterra). Senza campanilismo, non è azzardato affermare che tra i dialetti di Terra d’Otranto il gallipolino è forse la lingua che ha di meno subìto processi d’imbarbarimento, conservandosi quanto possibilmente fedele alla lezione linguistica e lessicale del passato e soprattutto del latino da cui direttamente discende il toscano. Nel volgare di Gallipoli esistono determinati esiti fonetici pure corrotti all’interno di misurate regole fondamentali che ancora si conservano e vanno conservate insieme con tutte le norme relative alla morfosintassi e alla ortografia, indispensabili per sprovincializzare il dialetto e renderlo non solo leggibile e comprensibile da Bolzano a Trapani, ma pure fruibile a quanti non lo usano correntemente o non lo tengono in pratica e in conto.
Nonostante l’uso comune e ricorrente, linguisticamente erroneo, ancora tollerato e persino avallato da tesi imprudentemente semplicistiche di taluni sprovveduti o disinformati, i casi più particolari e consueti da rispettare, necessariamente nello scritto, sono: – ga/go=ca/co (gallina > caddhina, goccia > còccia); – ge/gi= esito ancor più marcatamente palatale (gelso > zezzu, vigilia > viscìlia); – d=t non sempre scontato (dolore > tulore, domenica > tumènaca); – o=u specie a fine parola (lupu, manu); – l=r spesso in metatesi (palora, rìsula, cròlia); – ll=ddh cacuminale (Caddhìpuli, Caddhiste, cuddhura); – sc=sibilante impura (àsŠcia) o palatale (ràscia); – gli=j (famìja, fìju); – z per lo più sonora come zanzara: z´ùccuru, màz´ara, puz´u (polso), da distinguersi dalla sorda specie se doppia: zèppula, zumpare, puzzu (pozzo); – bb=gg (mannàggia < male ne abbia, caggiula < gabbia, caggianu < gabbiano); – pi (da pl lt.)=chi (plate×a > piazza > chiazza, plenus > pieno > chinu); – pi (lt.)=cci (sep¦×a > sèccia=seppia, ap¦×um > làcciu=sedano, sap¦×o > sàcciu=so); – vocale iniziale elisa e apostrofo (‘ncora, ‘mparare, ‘ffucare, ‘mbìtia); – costanza di apofonia con passaggio in alpha d’origine dorica (giannìpuru, malone, ciacora, cialona, ciacala, ciapuddha, ciarasa, ‘ntaressu, raspettu, scianaru, sciannaru, sparanza, spantura, vantura, dafriscare, rafiatare, ssamijare, sciattare, ecc.); – assenza di dittongazioni o strane alterazioni sonantiche e consonantiche (come si notano nel leccese: cuerpu, luecu, muertu, puèspuru, puercu, fuecu, puertu, pueru, suennu, àutru, auzare, bàutu, fuesi, càusci, càusi, Mamminu, sennu, striu, riu, nèsciu, mègghiu, pègghiu, uardare, rande, ranu, rasta, rressu, rutta, nie, ecchi, ègghiu, ògghiu, famìgghia, fìgghiu, ecc.); – raddoppio della consonante iniziale (cci bboi ccu bbìsciu=cosa vuoi che io veda); – preferenza della subordinazione esplicita (ulìa ccu bbau, ccu bbegnu, ccu ssàcciu = vorrei andare, venire, sapere); – preferibile accentazione di vocaboli non piani onde ovviare a possibili equivoci e facilitare lettura e comprensione specie per i non avvezzi all’uso del dialetto. Operando un breve excursus linguistico attraverso alcuni significativi esempi nel Salento (buenu a Lecce, munnu a Maglie e circondario, pajare a Nardò, stia ad Alezio e contado, l’amici mia a Parabita-Matino, mie, mmie, tie, sule, sira, ura, parite, pisce, rite nel resto del Salento e specie nel Capo di Leuca, a fronte degli esiti gallipolini: bbonu, mundu, pacare, stava, l’amici mei, me, te, sole, sera, ora, parete, pesce, rete), si può evidenziare la tendenza del parlare gallipolino a rispettare possibilmente il volgare toscano e quindi la lingua italiana, dal latino discendenti. Nel dialetto di Gallipoli, peraltro, numerosi sono i termini italiani, in quanto è uso dire correntemente, come in parte accade altrove: mare, terra, luna, aria, luce, acqua, notte, casa, porta, chiave, pane, pasta, latte, carne, sale, pepe, lingua, ventre, anca, fame, arte, ponte, nave, vela, campagna, pastore, cane, animale, rosa, spina, canna, fava, vigna, ecc. (ma àrburu de fica, de mila, de pira, de ulìa…); e ancora: amore, anima, nascita, vita, morte, fine, mese, legge, giudice, signore, fede, messa, ostia, comunione, misericordia, litania, candela, festa, sposa, campana, tomba, pace, ecc. (con qualche corruzione: scatti ‘mpace, donna bisòdia, cannone, pistola, santarmònium, sicutera, recumeterna, dominusubbiscu, misererenobbi, amme…); inoltre “pioggia” non esiste se non come acqua de celu (così in tutte le regioni italiane); capu e nive sono più latini; stoccafisso poi è dall’anglosassone stockfish, pesce seccato, ma è più giusto, perché letterale, il nostro stoccapesce; infine voci come “madre” e “padre”, insieme con una ricca griglia di parole relative alla famiglia, si distinguono per accompagnarsi con l’enclitica possessiva declinabile solo al singolare: màuma-màmmata-màmmasa, sìrama-ta-sa, màdrima, matrìama, patrìuma, fìjama, fìjuma, fràuma, sòruma, nònnuma, nònnama, zìuma, zìama, napòtama, crussupìnama, crussupìnuma, caniàtuma, caniàtama, nòrama, scènnuma, sòcrama, sòcruma, mujèrama, marìtuma, parèntama, nùnnuma, nùnnama, cummàrama, cumpàrama, suscèttama, suscèttuma, cumpàgnuma, ecc. Si tralascia e si rinvia invece ad altra sede e occasione la parentesi di tutta l’ittionomastica (del linguaggio marinaresco) e si può solo aggiungere che non sono mancati influssi da lingue straniere come: spagnolo pràja, francese pòscia, arabo scapece, anglo-germanico varra (gioco infantile). Del latino sono particolari: ‘cciommu (“ecce homo”, disse Pilato alla folla presentando Cristo flagellato), segnummeste (segnum est, è segno, significa, cioè), sanametoccu (sana me de hoc malo, mentre ci si tocca la parte anatomica che si vuole proteggere e salvare da qualche male), busulàriu (stato di agitazione da post sudarium), ppòpputu (chi abita post oppidum, lontano dalla città, nel contado), caremma (l’orrido fantolino che simboleggia la quaresima, da quadragesima). La tradizione greca infine è particolarmente interessante a conferma dell’influenza che la città ionica, a differenza di Nardò e Lecce (immediatamente latinizzate), ha subìto nella sua antica storia (la colonizzazione dorica tarantina nel 367 a.C., dopo l’oscura fase messapica, la lunga dominazione bizantina, lo stanziamento dei cenobi basiliani a seguito della persecuzione iconoclastica dopo l’800). E il fenomeno è comune ad una vasta area geografica che insiste nella direttrice Gallipoli-Galatina-Otranto con al centro la Grecìa Salentina. Quanto ai grecismi, questo, in sintesi, un rapido e brevissimo campione, alquanto emblematico e significativo: àpulu, beddhusinu, calafatu, calime, candaula, canza, carassa, carpìa, cascione, castima (-are), catapet, catapràsumu, centra, chìraca, crasta, cùfiu, cumba, cuneddha, làvana, levarsìa, lòffiu, mattra, màzara, naca, nachiru, òsumu, pèntuma, pòspuru, pràsumu, prèvete, putrìmisi, rappa (-are), rumatu, salassìa, scalisciare, sciacuddhu, scùfia, sima (-are), sita, sparatrappa, spàrgane (-eddhe), spàsumu, spràsumu, stizzu, strafica, stricare (-aturu), stumpone, suscitta, tampagnu, tarrassu, trigni, trizza, tròzzula, ttuppare, tuzzare (-aturu), vastasi. Sicché sembra ovvia qualche riflessione al riguardo, relativamente a detti, motti e proverbi coinvolgenti alcuni dei suddetti etimi, non più frequenti tra le giovani generazioni ma in verità non così rari nel linguaggio comune e popolare. La “crasta” è un vaso da fiori, di forma panciuta, solitamente di terra cotta: corrisponde al greco gastér (ventre, pancia) e poi passa in: nap. grasta (coccio), tar. grasta, sal. crasˆta, cal. gastra o grasta, sic. grasta. Famoso il detto “cantare la crasta” (“imprecare contro qualcuno”), che ha origine da un antico canto popolare meridionale, e siciliano in specie. Viene in mente il finale della nota novella Lisabetta da Messina di Boccaccio. Quando i due fratelli mercanti si accorsero della relazione amorosa della sorella Lisabetta col domestico, a insaputa della ragazza e a tradimento lo eliminarono brutalmente e lo seppellirono in aperta campagna. La scomparsa dell’innamorato la portò all’afflizione, ma in sogno il giovane le rivelò l’accaduto indicandole il luogo preciso della sepoltura. Lei, in gran segreto, si recò sul posto, scoprì il delitto e riportò a casa la testa recisa del cadavere. La nascose dentro il vaso di basilico e tutta la giornata era intenta ad annaffiare la pianta con le sue lacrime. Ma i fratelli insospettiti, trovata furtivamente la testa della vittima sepolta nel vaso, lo fecero sparire con tutto il contenuto. A quel punto Lisabetta, disperata, accentuò il suo tormento e il suo dolore. In cerca spasmodica del vaso di basilico che le era stato sottratto (furare = rubare) e continuamente fuori di sé, andava gridando dalla finestra contro chi si era macchiato dell’atroce misfatto: «Chi fu lo malo cristiano che mi furò la grasta?». Ma non è altro che un’antica ballata medioevale raccolta prima dal Pitrè e dal Rapisarda e poi dallo stesso Carducci nelle sue rivisitazioni della poesia popolare antica. Quanto al motto “Beddhusinu t’ogni manestra”, il detto si riferisce a persona sempre e comunque presente in qualsiasi situazione, questione, affare, circostanza. Si tratta ovviamente del prezzemolo, che non è scontato debba entrare a condire tutte le pietanze di ogni ricetta culinaria. È detto petrosino in sic., cal. e nap., ma deriva dal gr. petrosélinon (sorta di sedano che attecchisce tra le pietre). Dai Greci era usato per coronare i vincitori dei giochi istmici o delle Nemee (Pd., Diod. 16,79; Luc., 49,9) ed era utilizzato anche per corone sepolcrali. Interessanti alcuni proverbi: selìnou deìtai, ha bisogno di prezzemolo, ossia è in fin di vita, come si legge in Plut. Tim. 26, M. 676 e Artem. 77; oppure oud’en selìnou in Arist. Vesp. 480 (nemmeno al prezzemolo, ovvero al principio di qualcosa, in quanto si piantava all’ingresso dei giardini). Un altro detto popolare è “Malatitta ddha naca ca te nnazzacau” = sia maledetta quella culla che ti dondolò, ti cullò, quindi la tua nascita e la tua razza (dal gr. md. nàka, gr. ant. nàke = vello di pecora, a mo’ di culla, sospeso, tal quale tutt’oggi conoscono alcuni paesi come Manduria; sic., cal., luc. naca; pugl. sett. e tar. nache; ma, dopo la linea Salerno-Lucera, s’incontra cuna-cunna-cònnula-culla). L’etimo “pèntuma”, genericamente scoglio (“precipizio” in sardo), appartiene al triangolo Gallipoli-Galatina-Nardò; ma è pèntima nel triangolo Lecce-Casarano-Otranto, mentre altre sono le accezioni nel Salento: pèntema, pèntama, pèndema. Se l’origine della voce per Rohlfs è prelatina (“rupe”), per Devoto invece è mediterranea (“pendìo su laghi vulcanici”). Indubbiamente la radice resta greca e appartiene ad una griglia semantica di cui fa parte pénthos (dolore), donde pénthimos (lugubre, doloroso), da comparare col gr. ant. pénthema e gr. mod. pénthima (lutto e dolore), etimi ricorrenti in Eschilo ed Euripide. Il passaggio finale al significato gergale si deve al fatto che lo scoglio suscita senso di impressione, pericolo, una sensazione d’angoscia non solo di fronte ad un fortunale ma anche per l’assillante e lamentoso sciabordio delle onde sulla scogliera (lu rùsciu de lu mare). La voce indeclinabile “vastasi”, infine, equivale al più antico bastasi (o bastagi, b>v), facchino, lavoratore portuale, scaricatore di porto (< gr. Bastàzo, trasporto sulle spalle un carico). Talora assume valore dispregiativo (vastasi de chiazza) per divenire vastasone, mascalzone, maleducato. Questa categoria è stata particolarmente importante nell’economia gallipolina sino al primo ‘900, al tempo dei traffici dell’olio lampante, esportato nel nord Italia e in Europa esclusivamente per illuminazione. L’argomento si connette con i Giudei-ebrei residenti in Gallipoli fino al 1540 (espulsi con decreto reale dalla contrada Giudecca, presso il Seno del Canneto). A tal proposito si ricorda che alcuni individui (detti sciutei de la bara, che sta per ipocriti e traditori), vestiti di tunica a lunghe bande verticali policrome, abiti tipicamente ebraici, reggevano per penitenza o espiazione, il giorno della Passione, l’Urna del Cristo morto. Era la processione della confraternita di Santa Maria della Purità appartenente ai portuali o scaricatori di porto, appunto vastasi, classe sociale non più trainante delle sorti economiche della città ionica per le tristi condizioni in cui oggi, purtroppo, versa in particolare il suo porto commerciale.

Vocabolario dialetto gallipolino

vocabolario_dialetto_gallipolino
Il dialetto gallipolino (o gallipolitano) è una variante del dialetto salentino che presenta al suo interno chiare influenze del dialetto calabrese e siciliano derivante dal continuo passaggio dei vari popoli, per via del commercio in mare a gallipoli, nella corso della storia della città.

Purtroppo col passare del tempo il dialetto stà andando via via scomparendo, per strada è vero che si sente parlare il dialetto, specie nelle persone di una certa età, ma quelle parole, termini, modi di dire che hanno fatto la storia della nostra città sono stati sostituiti da parole alterate o addirittura storpiate che purtroppo stanno cambiando il nostro modo di esprimerci.

La nuova generazione non fa altro che italianizzare le parole.

Di seguito abbiamo cercato di elencare tutti i termini in nostro possesso e vi invitiamo ad aiutarci ad arricchire questo nostro “vocabolario” con altri termini che i vostri nonni conservano nel loro ricordo.


{tab=A}

a galla: ‘nsuma

a proposito: paramente, a propositu

abbondanteaggiòja, assiòja

abbracciare: ‘mbrazzare

abbrustolire: bbrustulire

abilitàabbilitate

abitinu: abitino

abitoàbbutu

abitudine: catenza

abortire: mburtire

acerbousciu, acerbu

aceto: citu

accanto: coste

accendere: ddumare

accendino: machinetta

accidentiaìgna

accontoaccontu

aciditàaciatume

acidoàciutu

acinoaciunu

acquaioloacquarulu, acqualuru

acquanive‘bburrina, nivarra

aereoplanoapparecchiu, aeroplanu

affannoàrsama, àsama

affianco: coste

affilare: ‘mbulare

aglioaju

agnellinopecurieddhu, agnellinu

agnelloàunu, agnellu

agoacura, acu

agostoustu, acostu

aiuto: jutu

al tramontoamaria

albaarba, arbata

alba e mare calmoarbàta liscia

alberoarburu, arbulu, alburu

albicoccavernacocca

alezio: picciotti

algaalaca

alicealece

alitoàffutu

allistecaddhiste

alloro: làuru

alta mareachiumarda

altezzaartitutine

altitudineartitutine

alto: ertu

altroaddhu

alzareargire, azzare, ‘zzare

amaro: maru

ammalare: mmalazzare

amoamu, amura

ampioàpulu

andare: scire

andata: sciuta

anello: nieddhu

anestesianubbiu

angeloangiulu

angoloripata, angulu, cantòne

anestesia: nubbiu

aniceanisi

animaarma

animale: annimale

annuvolare: trubbare

anticipoaccuntu

antico: ‘nticu

apeapu 

apertaspampanata, perta

aperto: pertu

appiglio: manija

apribileapritiule

aprile: bbrile

aprirestampagnare

apriscatolaapribuatta

arancia grossa amara: marangia

arancioburtucaddhu, aranciu, burtucallu

aratro piccoloaratinu

arbusto verdearmieculu

arcataarcova

arengaaringa

arlecchinoallerchinu

armadiostipòne

arrabbiatura: rraotu

arrossato‘mbruschiatu, arrossatu

arrotino: mbulafòrfici

asseassu

assoasu

artearte

artigianoartieri

ascellaala

asciugamanostusciafacce, ‘sciucamani

asciutto: ssuttu

asinociucciu, mulu, ciuco

asmaàrsama, àsama

asparago: spàracu

assaiaggiòja, assiòja

astuziaabbilitate

attoattu

atto pratico: cunquibbisi

autistasciaffieri

avereavire, ‘bbire, tanire

avvelenare: mbelinare

avvenirenantivanire

avvocatoaùcatu, avvocatu


{tab=B}

baciarevasàre

bacinella di latta o di plasticavacìle

baciovasu, baciu

baffo: mustazzu, baffu

bagliore: ddarlampu

bagnarevagnare, mmuddhare

balbuziente: ‘ntartaja

balcone con inferriata: barcunata

bambino: ninni, piccinnu

bambino discolo: calera

bambolapupa, bambula

banca: bbancu

bandierapandera

bara: chiaùtu, cataliettu

barca: varca

banco: bbancu

bandiera: pandera

barachiaùtu, cataliettu

barba: varva

barchettauzzu, varchiceddha

basso: vasciu

bastoncino: zzippu

battesimo: battezzu, vattisciu

battezzarevattisciare

baulecàscia

bava: vava

bavettajentulazzu

beato: jata

becchino: precamorti

beccopizzu, beccu

bellezzabaddhizzi

bello: beddhu

benda: carza

benignobilegnu, benignu

bere: vivìre

bernoccolo: òzzu

bianco: jancu

bidone di latta: ‘nzirru

bietola: ‘nghèta

biglietto: bijettu

bilanciavaddhanza

biondofiuscu, biondu

bisbiglio: ciriju, bisbiju

biscottopastarella, biscottu

bisogno: ‘bbasognu

bocca: ucca

boccaccio: capata, buccacciu

boccale di terracotta: calu

boccata: uccàta

boccone: morsu, uccòne

bollente: ‘bbujente

bollire: bbujire, farvire

bontà: buntate

borsaursa

botte: utte

bottega: putìa

bottiglia: bbuttija

bottiglione: bbuttijone

bottonebuttone, furmeddha

braccio: razzu

bravuraabbilitate

briciola: mundrica

brillare‘ddarlampare

brividobrivitu, rizzucu

broccolo: mùgnulu

brodagliaacquagnognara, ciofrèca

brodo: brotu

bruciarebrusciare

brufolocranieddhu, brufulu

bucafoggia

bucobucu, carassa, partusu, caòrtu, foggia

bue: scencu, jove

buffoneallerchinu

bugiaaocchiu, buscia, menzunìa

buono: bbonu

burrasca: bburraschia

buttare: mànare

{tab=C}

cadere: catìre

caffettiera:‘ngiucculatiera

cafone: ‘nzallu

calce: cagge

calesse: pirocciu

caldo: càutu

callo: caddhu

calma: quetitutine, raggettu, carmarìa

caloriferi: termosifoni

calvo: culozzo

calzino: cazzettu

cambiare: cangiare

cambio: cangiu

camera: càmbara

camerieri: cambarieri

camicetta scollata: camicetta scullata, paschina

camicia: camisa

caminetto: focalire

camminata: caminata, passiata

camomilla: capumilla, furieddhu

campagnolo: campagnolu, furese

campanello: campanieddhu

campanile: campanaru

cancro: càncuru

candeggina: canditina

canestro: canestru, canìsciu

canneto: cannitu

cannocchiale: cannucchiale, ‘nchialone

caparra: accuntu

capelli: capiddhi, trigni

capezzolo: capicchiu

capo: capu, capura

cappello: cappieddhu

cappero: chiàppuru

cappio: chiaccu, chiappu

cappotto: cappottu, pastranu

capra: crapa

capriola: culitrùmbula

carabinieri: carbunieri

caramella di menta: caramella te menta, mantastra

carbone: craòne

cardellino: cardillu

carcere: carciuru

carciofo: carciofu, scarcioppulu

cardellino: cardellinu, cardillu

carità: caritate

carnevale: carniale

carota: pastanaca

carruba: còrnula

caso mai: cimacisà

caspita: aìgna

cassetto: cassettu, tiraturu

castello: castellu, castieddhu

catena: catìna

cavalletta: trùddhucu

cavallo: cavaddhu

cavolfiore: caluffiuru, càulu

cavoli: cràuli

cefalo: ggefunu

celeste: gialeste, cialeste

cenno: attu

cercare: ciarcàre

cerchio: circhiu

cerotto: cerottu, sparatrappa

cervello: matuddha, ciarvieddhu, cirieddhu

cespuglio: cespugliu, sapàle

cesso: cacaturu

cestino: cestinu, panàru

cetriolo: ciatrùlu, cucombere

cherichetto: chierichettu, papiceddhu

che cosa: ccite

chi: ci, cite

chiedere: ciarcàre

chissà: àcchia, ci

chiamare qualcuno: aè. aò

chiarore: chiaranzana

chiave: aprituru

chicco: aciunu

chiesa: chesia

chiodi di garofano: pepe carrofulu

chiodo: chiòu

chiunque: cinca

cicoria: ciacora

cicoria selvatica: zzangòne, ciacureddhe

cieco: cecu, ciacatu, ‘nguercio, ‘mbirciu

ciglia: cija

ciliegia: ciaràsa

cinema: cimana

cinta: curìscia

cioccolatino: cioccolatinu, ‘ngiucculatina

cipolla: ciapuddha

cipolla selvatica: spunzàle

cipollotto selvatico: pampascione

circondata: circundata, ‘nturnisciata

città: citate

ciuccio: ciuccettu, succhellu, sucamièllu

civetta: cuccuàscia

clarinetto: clarinettu, cralinu

clistere: ‘nterucrisumu

coccinella: angialieddhu te cloria

coda: cuta

codardo: cacarone

cognato: canìatu

colazione: marandare

colino: culinu, passinu

colla: coddha

collanina: filettinu

collare: cuddharu

collepasso: culupazzu

collo: coddhu

colombo: ruccu, culumbu, palumbu

coltello: curtieddhu

combattere: battajare

comitiva: chenga

commerciante: marcante

comò: cummò, cantaranu

comodino: comodinu, culunnetta

compassione: cumpassione, cumpiatate

comprare: ccattare

comunione:cuminione

con: cu

condimento: cconzu

condire: ccunzare

confetto: confettu, cacàu

confratello incappucciato: mau

congreca: cungreca

conoscere: canuscire

conservare: azzare, ‘zzare

consiglio: cunsiju

conta: mamma

contadino: ppottutu

conveniente: marcatu

convento: cumentu

conversazione: cunversazione, cumbertazione

convincere: cunvincere, capaciatare

convulsione: cumbertazzione

coperchio: cuperchiu, tampagnu

coperta: cuperta

coperta di lana: manta, buttita

coppia: cocchia

corallo: curallu, curaddhu

corda: ‘zzuca

corde: calome

corredo nuziale: dota, tota

corte: curte

corto: curtu

cosa: cci

coscienza: cuscienza

così: cusìne

costole: arche te piettu, costule

costume da bagno: custume te bagnu, camusu, cazzonetti

cotone: cuttòne

crampo: crampu, roncu

cranio: còcculu

credenza: cretenza, tebbutu

crescere alto: criscire ertu, spicare

cucchiaio: cucchiara

cucire: cusìre

cucito: cusùtu

cuffia: scùfia

cugino: crussupinu

culla: naca

cullare: nnazzacare

cuoio: còrciu

cuore: core

curioso: curiosu, curiusitusu

cuscino: cuscinu, capatàle


{tab=D}

d’argento: ‘nnargiantatu, t’argentu

da quella parte: a ddha vanda

damigiana: tammiggiana

danno: tannu

dazio: tàzziu

debito: tèbbutu

delfinotruffinu, delfinu

delinquente: mmalecarne

denti: sanni, tienti

dentro: intra

deperita: ettaca

desiderio: spilu, tesiteriu

destino: tastinu, destinu

destrezza: abbilitate

devoto: deòtu

di là: a ddhai

diarrea: frùsciu, tiarrea, cacareddhe, culuttera, sciorte

diavolo: cìfuru, tiaulu

difensore: defansore

difetto: nefia, difettu

digerire: ddeciarire

digiuno: ddasciunu

dio: ddiu

dipingere: pìngere, pittare

discesa: scisa

disco: tischiu, discu

disegno: tasignu, disegnu

dispari: sparu

dispetto: strìtiu, tispettu

disturbo: tasturbu, tisturbu

ditale: tisciatàle

dito: tìsciutu

divano: canapè, divanu

diventare: ddevantare

divertimento: divacu, divertimentu

dolciume: liccardia, cosa tuce

dormire: turmire

dormiveglia: sonnumbiju, tormiveja

dolce: tuce

dolore: toja, tulore

domani: crai

domani sera: crassera

domattina: crammatina

domenica: tumenaca

dondolare: cutulare

dopo: topu

dopo domani: buscrai

dorso: cutursu

dote: tota

dottore: metucu, tottore

dove: addhu

dovunque: addhunca

drogheria: spezzeria, drocheria

dubbio: tùbbiu

dunque: cunquibbisi

duro: cutreu, tosta



{tab=E}

e allora?: embè

eccellenza‘cciallenza

eccolo: ilu

educazionecrianza , ‘tucazione

ehi: juh

elasticolàstica, elasticu

elemosina‘llimosina, caritate, quèstula

elencoarrangu, elencu

elettrodomesticoapparecchiu

emigrarestrarignare, emicrare

energia: calìme

epocaebbuca, epuca

erba: erva

eremitaramìtu

ergereargire, azzare, ‘zzare

errore: scerru

escaciu, isca

estauriente

esempioparacona, esempiu

etàjatate

etichettamataffiu


 

{tab=F}

faccende di casa: sarvizzie

faccia: facce

fagiolo: pasùlu

faina: fujna

falò di s. antonio abate: focareddha

falso: fariseu, fazzu

fame: famòtica

famiglia: famija

fango: moja, fangu

fare: facìre

farmacista: spezziale

fastidio: fastitiu

fatto: fattu

favola: fabbula

fazzoletto: maccaturu

febbraio: fabbraru

febbre: freve

fegato: fetucu

felice: falìce

felline: feddhine

femmina: femmana

ferro: fierru

fesso: macu

fessura: caràssa

fetta: feddha

fiamma: ampa

fiammata: ampa te focu

fiammifero: ‘nsurfarieddhu, pospuru

fidanzare: ‘nfitare, fitanzare

fidanzato/a: zzitu/a

fiera: fera, marcatu

figlio: fiju

film: firmi

finchè: fincuttàntu, mentruttàntu

finestra: fanescia

finestrino: purtiddhu, finestrinu

fino: finu, fincu

fino ad allora: fincuttàndu, mentruttàndu

finocchio: fanucchiu

fiocco: ‘nnocca, fioccu

fior di farina: fiore

fiore: fiuru

fiore di camomilla: furieddhu

fiorito: prantarusu, fioritu

focaccia: pitta

foglia: foja, fronda

foglio: foju

fogna: chiàvaca

fondo: fundu

forbice: forfice

forchetta: furcina

forfora: canìula

formaggio: casu, formaggiu

formica: furmicula

fornaio: furnaru

forse: sarà, ttrorà, ttrùa, sacchiarà

foruncolo: frunchiu

forza: calime

fòsciana: tuffu (o fiocina)

fotografia: litrattu, fotocrafia

fra quattro giorni: buscriddhuzzi

fra tre giorni: buscriddi

frac: pichéssa

frantoio: trappitu, drappitu, frantoju

fratello: frate

freddo: friddu, scelu

freddura: friddura, gelatura

frenesia: artètaca

fresco: friscu

fretta: pressa

fronda: fujazza

frusta: ujìna

frutto del gelso: zzezzu

fucile: schioppu, fuggile

fuggi fuggi generale: fusci-fusci

fuggire: fuscìre

fungo: fungiu

fuoco: focu

fuori: fore

furbo: maippu, furbu

furto: latruniju, furtu


{tab=G}

gabbia: caggiula, cabbia

gabbiano: caggianu, gabbianu

gallina: caddhina

gallipoli: caddhipuli

gallipolini: caddhipulini

gallo: caddhuzzu

gamba: anca

gambalunga: anchilongu

gambastorta: anchitortu

gambe larghe arcuate: anchicambara

gancio: croccu, ganciu

garofano: carrofulu

gatto: musciu, cattu

geco: salanitru

gelato: gialatu

gelo: scelu

geloso: cialùsu, gelosu

gelsomino: gersuminu

gemelli: ggiammelli

genero: scènneru

gengiva: sangìa

gennaio: sciannaru

gettare: manàre

ghiaccio: jacciu

giglio: gigliu

gilé: spensere

ginepro: giannipuru, ginepru

giocattolo: sciocarieddhu, giocattulu

gioco: sciòcu

giornata: sciurnata

giorno: dia, giurnu

giorno dispari: uttisciana, giurnu sparu

giovane: carusu

giovanotto di strada: cagnulastru

giovedì: sciuvatia

giovenca: sciumenta

girare: utàre

girata: utàta

giù: abbasciu

giugno: giugnu

giunco: sciùncu

glassa: nnaspuru

gloria: cloria

goccia: coccia

gola: canna

gobba: sciùmbu

goloso: cannarutu, cannuzzutu

gomito: utu, gomitu

gomitolo: ‘nghiombere, gomitulu

gonfiare: unchiare, confiare

gonfio: ‘bbessinchiatu, confiu

gonna: vandu

gradino: pazzùlu

graffiato: caranfatu, scaranfatu

granchio: caùru

grande: àpulu

grandezza: majestate, crandezza

grandine: cràndana

grano: cranu

grappolo: cargioppu

grasso: siu, crassu

gratis: francu

grattugia manuale: crattacasa

gravida: prena

graticola: ardicula

gravidanza: pranizzi, cravitanza

grazia: crazzia

grembiule: vantìle, crembiale

grido: critu

griglia: ardicula

grillo: crillu

grosso: baconchi, crossu, ‘lloffiu, monchiu

grotta: crutta

guaio: tannu

gufo: cuccuviu

gusto: custu


{tab=H}


{tab=I}

ictus: corpu

idea: pansàta

iella: spurchia

il centro: mienzu

il mezzo: mienzu

imbrogliomafagna, ‘mbroja

imbuto: ‘mbutu

impostapurtella

in piedi: all’erta

incantato‘ncantatu

incantesimo‘ncantesimu, ‘ncantamentu

incartare: ‘ncartare

incenso‘ggensu, incensu

inciampare: ttuppare

incinta: prena

incollare: ‘ncuddhare

incudine: ‘ncutana

indigestione‘ngaju, ‘ndicestione

indovinare‘mbastire, ‘ndovinare

indovinello‘nduvinieddhu, ‘ndovinellu

infernoinfara, ‘nfernale

influenza: custipu

inglese‘ngrese

ingressoandrone, ingressu

inguinecianàja

innocentecurciulu, ‘nnucente

insieme: sozzu

insipidodessapitu, ‘nzìputu

insulto: ‘nsurtu

insultare‘ccimantare, strafuttire

intavolare: ‘ntaulare

interiora: ‘ntrama

intestino: ‘ntastinu

intonaco: cazzafitta

intoppo: ttuppu

invece: ‘mbece

inventare: ‘mbentare

invernovarnata, ‘mbiernu

invidia: ‘mbitia

invitare: ‘mbitare

invito: ‘mbitu

io: jeu, meve

irrequitezzaartètaca



{tab=J}


{tab=K}


{tab=L}

ddhai

là dentro: ddha intra

labirintoreburintu, labirintu

lamentorùcculu, lamentu, àpulu

lampada: bbasciù

lancellaanceddha

largolargu, àpulu

lastra di pietra: chianca

lastricoastrucu

lattinaramera

lavativo‘llevatiu, lavativu

lavoretto extra: manaspòriu

lavoro: fatìa

leggerolèggiu, leggeru

legna da ardereàschia

legumiraumi

lei: iddha

lentiggine: canija

lenzuolacascione, lanzulu

letteralettre

letto matrimonialearcova

addhai

libro: libbru

liquiriziaspeculizia

liquore fatto in casarosòliu, liquore fattu a casa

listaarrangu

livido‘nnirvacatura

lotteria‘rriffa

lucertolastrafica, lucertula

lucidare‘llimpiare, lucitare

luglio: luju

lui: iddhu

lunedì: lunatia

lutto: trìulu

{tab=M}

maccheroncini fatti in casa: minchiarieddhi

macellaio: uccèri

macelleria: ucceria

maestà: majestate

maestro: mèsciu

magari: macàri

maggio: màsciu

magia: mascìa

maglia: maja

maglia di lana: camisola, maja te lana

maglione: colfu

magro: mazzu

maiale: porcu

malattia: ‘nfermitate, ‘mmalatia

malinconia: malancunia

malocchio: mmacaria

mammella: minna

mancare: cannare

mancia: màngia

manciata: francata

mancino: ‘mberzu

mandarino: marandulinu, mandarinu

mandorla: mèndula

manica: mànaca

maniche corte: bbucchini

manico: mànaca

manicotto: manùlu, manicottu

maniera: manèra

maniglia: manija

mantello: mantu, mantellu

marcia: fraciata

mareggiata: mariggiata

marinaio: maranaru, marinaiu, malanaru

marmellata di mele cotogne: cutugnata

marmo: màrmuru

martedì: martatìa

martello: martieddhu

marzo: marzu

maschera: màscara

maschio: màsculu

mascelle: vangali

masticare: raumare, musticare

materasso: mmatarazzu

matita: làpisi, labbisi

matrigna: matrìa

matrimonio: sposaliziu, matrimoniu

mattina presto: matutinu, matina ‘mprima

mattutino: matutinu

me: meve

medaglia: miraja, metaja

medico: mètucu

meglio: meju

mela: mila

mela cotogna: cutugnu

melagrana: sita

meningite: marangite

menomale: bbenumale

mento: cangarieddhu

menù: arrangu

meraviglia: maravija

mercante: marcante

mercoledì: mercutia

mercato: chiazza, marcatu

merletto: pizzillu, merlettu

merluzzo: mbarluzzu

mese: masàta

mestiere: arte

mestolo: cuppinu

metà: menzu

mezzogiorno: menzatia

mia madre: màuma

miele: mele

migliaia: mijare

miglioramento: mijurìa , miglioramentu

minestra: manèscia

mio: meu

miracolo: maràculu

miscuglio:mbiscatiju

modo: manèra

moglie: mujere

molare: canga

molle: càddhucu, moddhe

mollica: muddhica

molto: mutu

morbillo: , pintamurviddhu, morbillu

mordere: muzzacare

mostrare: musciare

mucchio: muntòne

mura: muraja

muratore: frabbacatore

mutande: cazzi t’intra

{tab=N}

nascondinoscundùtula, nascondinu

nascosto: scusu

nasonaschia, nasu

navebastimentu, papore

neanche: mancu

nebbia: nija

necessitàbasognu

negarenacàre, denacare

negramaro: niurumaru

nemmeno: mancu

neonato: ninni, criatura

neppure: mancu

nero‘mpeciacatu, niuru (o sporcu)

nervo: niervu

nervoso‘ddammaggiu, nervosu

nessuno: , ciujeddhi, nuddhu

neve: nive

nido: nitu

nipote: napòte

no: none

nocciolina: nuceddha

nocciolo: nòzzulu

noi: nui

non: nù

nodo: nnutu

nomina‘ndumanata

nominarementuare

nonninanni

nostro: nosciu

notaionutaru, nutaju

notizia: nova

novitànova

nuca: cuteddha

nudo: nutu

numero: nùmuru

nuora: nora

nuovo: nou

nuvolanuveja

nuvoloso: trùbbu


{tab=O}

odoreàffutu

offerta: òbbulu

offeso: maru

oggi: osci

olio: oju

oliva: ulìa

olmo: urmu

ombelicovaddhicu, ombelicu

ombra: umbra

ombrello: ‘mbrella, umbrella, ombrellu

onda: unda

orco delle favole: nanniorcu

orecchino a cerchio: circhiòne, circhiùni

orecchioniricchiasciuni

orfanello: orfanieddhu

orienteauriente

origanorienu, orìcanu

orma: patàta

orologiotarloce, orologgiu

ortica di mareardica

orzaiolo: curasciùlu

orzo: òrgiu

ospedale: spitàle

oste: tavarnaru

ostacolo: cumbru

ostetrica‘mmammàna

ovatta: ‘mbace, cambace, uvatta

ovunqueaddhunca


{tab=P}

paceraggettu

padellacazzalora, patella, tajeddha

padella rotonda bordo alto: cazzalora

padrinonunnu

paesepaise

paga: paca

paglia: paja

pagliaccioallerchinu

pallacocula, palla

palpare: ttantare

panca: scannu

panificio: furnu

papàtata, sire

papaveropapàuru, papaveru

papera: pàpara

parabitaparàvata

paralitico‘ggiuncu, paraliticu

parolapalora

partorirefijare, scravàre, parturire

pasqua: pasca

pasquetta: pascone

passatempo‘mbarreddha, passatiempu

passo passocadapete, passu-passu

pasticcio: fricciu

pasticciotto‘bbuccunottu, pasticciottu

pavimento grezzoastrucu, pavimentu grezzu

patatapatita

pavimentazione con basuli: basulatu

pazienza: fazzadiu

pazzia: paccia

pazzo: pacciu

peggio: pèsciu

pellecojuru

pennello: pinnieddhu

pentola alta e stretta: quataròttu

peperoncino piccante: tiaulìcchiu

peperone: peparussu

per: pè, ppè

pera: pira

perbaccoaìgna

perchè: parcè, parcète

perditapardenza

periziaabbilitate

perlaperna

persona: cristianu

persona alta: ‘ntramalònga, picalòma

persona scorretta e malvagia: fatente

pesantepisoccu, pisante

pescabracocu

pesce azzurroàcura

pescecanecialestru

pettegolezzo: malàngu

pettinepèttane, pettinessa

pettirossoruezzu, pettirossu

petto: piettu

piangere: chiangìre

piano: chianu

piano piano: piu piu

piano terraportabbia, pianu terra

piano-piano: cadapete

piantacrasta, chiànta

pianto: chiàntu

picchiare: mazziare, mazzisciàre

piccioneruccu

piccolo: picciccu

piccola goccia: nziddhu

piccola stradacarrareddha, straticeddha

piede: pete

pienocumbru, chinu

pietàpiatate

pietra: petra

pigracamàscia, ‘ncrisciusa

pioggiaacqua te celu

piombo: chiumbu

piovigginare: nziddhacare

pipistrello: cattapignula

pisello: pisieddhu

pitturatinta

piuma: pinna

piumonebuttata

poco: picca

pollaiocaddhinaru, pollaju

polmone: curmòne

polpetta: purpetta

polpo: purpu

polso: pùzzu

polvereproule

pomata‘nguentu, pumàta

pomeriggiomarisciu, espara

pomodoro: cumitoru

porro: spunzàle

postolocu, postu

posto immaginarioacatonia

pozzopùzzu

pranzo di consolazione: cùnsule

prendere‘nguantare, ‘zzaccare

prepotentecapuzziellu

presa in giro: chiabbu

presepe: bbrasepiu

prestopartiempu, ‘mprima

prete: prèvete

prezzemolo: beddhusinu, petrusinu

primogenitoprimatìu, primugenitu

profondo: bbrafundu

profumobrafumu, profumu, ‘ndore

proprio: propiu

prosciuttobrasuttu, prosciuttu

proverbioprujerbiu, pruverbiu

pruritopizzucu, pruritu

pubblicopubbrucu, pubblicu

pugno: bbiunu

pulcino: puricinu

puledropuddhitru, puledru

pulitolindu, pulitu

punizione: castìu

punta: pizzu

puntinochiòu, puntinu

pupazzo: pupu

pure: puru

puzzare: fatìre


{tab=Q}

qua: cquai

qualche: farci

qualcosa: farciccosa

qualcuno: farcincunu, quarchetunu

qualunque cosa: ccinca

quaresimacariggesima

quello: quiddhu

questo: quistu

qui: cquai

quintalecantàru


{tab=R}

rabbia: raggia

raccogliere: ‘ncucchiare, raccujire

racconto: cuntu, fattarieddhu

raddrizzare: ‘ntisare

radio: aràtiu

raffreddare: ddafriddire

raffreddato: ‘mbaunazzatu, raffreddatu, custìpu

raffreddore: frussione, custipu

ragazzino: vagnòne

ranocchia: carniòncula

rasoio: rasùlu, rasoiu

ravanello: rafanièllu, tarèce

razza: strappina

regina: ricina

reliquia: tarliquia

remare: ovàre, rimare

respiro: àffutu, respiru

reumatismo: reuma, reumatismu

ricetta: lizzetta, rizzetta 

ricevuta: ricìu

richiamare qualcuno: aè, aò

ricordo: racordu

rimanenza: rrumasuja, fracaja

rimbambire: mminchialire

riparo: mantagnata, riparu

ripostiglio: cambarinu, ripostigliu

riservato: ccortu

riso: cranulisu, risu

risparmiare: sparagnare

risparmio: sparàgnu

rispettoso: crianzatu, rispattusu

rispondere: raspundere

risvolto: spotu

ritardo: tardanza, ritardu

rompiscatole: scassacazzi, scassaumbrelle, scassaminchie

rondine: lindineddha, rundineddha

rosario: patarnosci, rusariu

rosmarino: rosmarinu

rossore improvviso: ampa te calore

rotondo: tundu

rovesciare: mbertacare

rozzo: burzu, rozzu, matriàle

rucola: rùcula

ruffianu: lliccaculi

ruga: rappula

ruggine: ruggia

rugiada: acquatina, rugiata

rumore: ramòre

russare: croffulare

rutto: ddarluttu

{tab=S}

sabato: sabbutu

sacchetto di carta: scartucciu

saliva: sputazza

saltare scuola: ‘nnargiare, salare a scola

salto: scancu, ‘zzumpu

salute: sanatate

salvadanaio: furone, salvadanaiu

salvia: ruta

sardina: alece

sbadigliare: alisciare

sbadiglio: alu, sbadiju

sbagliare: cannare

sbaglio: scerru

sbirciare: ‘mbirciare, vitìre

sbrigare: manisciàre

scalino: pazzulu, scalinu

scappatella: fusciuta

scarafaggio: malòta

scarto: fracaja, scartu

scatolino: cascitieddhu, scatulinu

scavare: scarrare, scaurtare

scemo: macu, minchia

scherzare: cujunare

schiaffo: mappinu, sessula

schiaffo a mano aperta: cinquetiscete

schiena: cutursu

schifare: scannisciàre

scimmia: signa

sciroppo: sciaruppu

scivolare: scufuliscire

scodella: bollu

scogliera: scujera

scoglio: pentuma, scoju

scontrare: mburrare

scontrosità: aciatume

scontroso: urrùsu, scontrosu, àciutu

scorreggia: pirutu

scorza: spirpa

scusa: marciotula

scostante:  àciutu

se: ci

se per caso: cimacisà

seccante: siccante, pitulante

seccato: sprittuliddhu, siccatu

sedere: ssattare

sedia: seggia

segnale: ‘nsignale

segreto: sacretu, segretu

seno: minna

sentito: ‘ntisu

seppia: seccia

sepoltura: seburtura, sepultura

sereno: sarienu, serenu

serpente: scursone

serratura: ‘nsarràja

sfortuna: spurchia

sfottò: cujunella

sfuso: sprusu

sgridata: frusta

signora: matàma

sinfonia: zzunfunia

singhiozzo: sterucu, ‘ssanducchiu

sinistra: ‘mberza

sirena: mammasarena

siringa: sarenga

soglia: limbatale

solaio: uciarnaru

soldato: surdatu

soldi: turnisi, picciuli, schei

soleto: sulitu

solletico: riciddhucu, solleticu

sollevare: argire, azzare, ‘zzare

sonnifero: papagnu, sonniferu

sopra: susu

soprannome: ‘ngiuria

sottarazzu: sottobraccio

sottasusu: sottosopra

sotto: abbasciu, sotta

sparlare: sparbositare

spaventare: ‘ssarmare, spaurisciare ‘ssumbrare

spaventato: ‘mbetranutu, spaurisciatu

spazzola: scupetta

specchiarsi: mbirare

spettegolare: malangare

spiaggia: pràja

spiare: spirciare

spicchio d’aglio: spica, spicu

spilla: spingula

spiraglio: caràssa

spirito: malumbra, spirdu, arma

sporcare: ‘nchiavacare, spurcare, ‘nquatarare

sporcizia: lurdia

sporco: ‘nzivatu

sportello: purtella

sposare: ‘nzurare

spugna: sponza

squalo: cialestru

stanco: straccu

stanza: cambara

stanza grande: antrone

stecchino: cumbasturu, stecchinu

stella: steddha

sterile: cùfi

steso: spasu

stinco: cambìle

stivale: cambàle

stolto: macu

stoppino delle candele: cignu

strangolare: ‘nnicare, strangulare

strato: patu

stretto: strintu

strofinaccio: mappina, strofinacciu

stupidaggine: minchiata

stupore: maravija

stuzzichino: ‘ngulettu

su: susu

sua madre: màmmasa

sughero: suru

sugo: sucu

suo: sou

suocera: socra

suoneria: sonajera, soneria

susina: brunella

svegliare: respijare, ‘ddisciatare

sveltezza: abbilitate

svelto: listu, sveltu

svenimento: mancamentu

svitare: spanare

svuotare: scumbrare, spacantire



{tab=T}

tacchino: ‘cchillu

taglio: taju

tarallo: taraddhu

tallone: carcagnu

tanto: aggiòja, assiòja

tappare: uddhare

tartaruga marina: cialòna

tasca: pòscia

taschino: puscìnu, taschinu

taviano: tajanu

tavola: taula

tavole: lìune, taule

tavolo: bbanca

tazza: chìccara

te stesso: teve

telegrafo: talefrucu, telecrafu

tempo: tièmpu, ota, fiàta

tenaglia: tanàja

tenere: avire, ‘bbire, tanire

termosifoni: caluriferi

terrazzo: turre

terreno: tarrienu, terrenu

tesoro: tesoru, trisoru

tesoro nascosto: acchiatura

testa: capi

testa di pesce: càpura

testardo: ‘ncapunutu, testardu

timbro: bullu

timo: tumu

tirchio: carrucchiaru, tirchiu, spizzeca

tomba: nnicchiu

tonno: motulu

topo: sòrice

torre: turre

tortora: tùrtura

tovaglia: tuvàja

tovagliolo: sarviettu, tovagliolu

traditore: purgitiusu, tratitore

tramonto del sole: misa

trappola per topi: chiàncula

trasandato: manàtu

trasloco: carìsciu, traslocu

treccia: fietta, trizza

tregua: canza

triste: maru

tristezza: malancunia

troppo: aggiòja, assiòja

trottola: tròzzula

trovare: cchiare

tu: teve

tua madre: màmmata

tuffo: fòsciana

tuglie: tuje

tuo: tou

tuono: tronu

tuorlo: pipulu


{tab=U}

ubriacare: ‘mbriacare

uccello: auceddhu

uccidere: ccitìre

ugentouscentu, ugentu

ulcera: urgiula

unghia: ranfa

uno: nu

uomo: ommu

uomo nero: mamàu

uovo: ou

uragano: oricàne, ‘mmaletiempu

urna: urnia

uscire: ssire

uscita: ssuta

usuraio: cravattaru

uva: ua


{tab=V}

vai via: vabbànde

valigia: bbalice

valvola: vargula

vampata: ampa

vampata di calore: fumasia

vasetto: buccacciu, vasettu

vaso di vetro: bucculu

vassoio: quantiera

vassoio largo e basso: spasa

vater: cacaturu, cessu

vattene: vabbànde

vecchiaia: becchezza

vedova: cattiva, veduva

vendemmia: vindegna, vindemmia

venditore di acqua: acquarulu

venditore di legna: aschiarulu

venerdì: vennardia

vento: jentu

vergogna: scornu, spargogna

verme delle mele: canneddha

vescovo: punsignore, vescuvu

veste: àbbutu

veterinario: betrinariu, veterinariu

vetro: lastra, vitru

viaggio: jaggiu

vicino: cucchiu, vicinu

vigile urbano: cuardia

vigilia: viscilia

vin cottu: cottu

voce: oce

voglia: ‘ngula, spilu

voi: ui

volare: ulare

volo: ulu

volpe: urpe

volta: fiàta

volu: ulu

vomitare: fummacare

vomito: fommucu, vomitu

vostro: òsciu


{tab=W}

wafer: bovolone


{tab=X}


{tab=Y}


{tab=Z}

zamperanfe

zampognacimbarra

zanzara: zzanzale

zavorra: màzzara

zoccolo: zzòcculu

zoppo: zzoppu

zucca: cucuzza

zucchero: ‘nzuccuru

zuppa: suppa

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Introduzione

Nasce, finalmente, il sito di cultura a Gallipoli.

L’idea è quella di raggiungere uno sviluppo importante nel tessuto sociale gallipolino.

Bundari nome di battaglia di questa rubrica, sarà la voce del dialetto, della gente, perché possa manifestare liberamente la sua opinione e lo faccia sui vari argomenti. Può essere l’occasione irripetibile per confrontarsi, per andare indietro nel tempo, per riesumare le vecchie abitudini e consuetudini, perché, purtroppo, stanno via via scomparendo.

Ecco quindi, un programma che si prefigge di essere ascoltato, anche dalle istituzioni, che, rivaluti il dialetto in tutte le sue forme ed espressioni. Per non essere emarginato e per “contare di più”.

Questo sito sarà uno strumento di diffusione del dialetto, lingua molto complicata e difficile, proprio per una sua caratteristica particolare, è oggetto di tantissime discussioni, interpretazioni e modi diversi di vedere. Il dialetto, quindi, strumento utile che rappresenta una mentalità, un pensiero, una cultura sempre più condizionzta dai Media e da Internet.

Il dialetto, a differenza della lingua nazionale, trasforma, in espressioni affetti, sentimenti , prelevati dalla tradizione e dalla cultura popolare.

Nel programma ci saranno, altresi, degli spazi: “io la vedo così”  dedicato a tutti coloro che vorranno dare il loro contributo, che vorranno far presente il loro modo di vedere, di scrivere di pensare, l’altro, denominato “Portobello”, dedicato alla solidarietà, dove gli oggetti, donati dai cittadini, di volta in volta, verranno messi all’asta e venduti al migliore offerente, e, il cui ricavato sarà devoluto in beneficienza (su indicazione del donatore). Per rendere più interessante questo progetto saranno graditi  interventi di personaggi importanti e critici della nostra Gallipoli, e, nel corso del programma  potranno intervenire e mettere le loro firme su articoli, interviste, racconti ed altro. Il programma si occuperà solo ed esclusivamente di cultura nelle sue molteplici forme più espressive. 

E’ mia convinzione che la cultura è sintomo di libertà, di creatività, di impegno umano, portatrice di messaggi spontanei ed incondizionati, di entusiasmo per le piccole cose, di un grande messaggio che occorre saper valorizzare ed alimentare. Qualcuno sarà scettico, riderà di questa iniziativa, farà la sua consueta critica, dirà ma che cosa credono di ottenere questi  la  dove hanno fallito persone più qualificate. Ma io sono convinto, in modo assoluto e determinato, che “Bundari“ soprannome di un personaggio dell’ottocento e del quale il commediografo Uccio Piro ne ha tratto una Commedia bellissima, troverà il consenso ed il gradimento dei lettori e potrà costituire nel tempo uno strumento indispensabile di comunicazione con la gente e per  conservare le tradizioni popolari. 

Dice il mio carissimo amico e maestro Uccio Piro, ma chi te lo fa fare, noi siamo  “castimati te Diu“, qui tutto fallisce, troverai  molte difficoltà, ma io “capu tosta“ andrò avanti come una labbiggiata, di quelle che sembrano voler schiantare il paese in una giornata di inverno gallipolino. In qualità di collaboratore addetto a questa rubrica mi sento orgoglioso di aver trovato consenso da parte di coloro che entusiasticamente condividono e condivideranno in futuro, affinchè questa iniziativa, abbia successo, e, che, con il loro contributo e con i loro interventi faranno crescere ed affermare questo irripetibile avvenimento. Sono convintissimo che nel prosieguo del programma  troveranno ulteriori stimoli ed entusiasmo per lavorare con serenità ed impegno e per fornire a tutti il meglio di loro stessi per una migliore e duratura crescita culturale, per ribadire senza retorica la nostra inconfondibile, tanto sbandierata, vituperata e strombazzata “GALLIPOLINITA’ “.

E’ anche una buona occasione per rinfrescarci la memoria.