Carnevale a Gallipoli

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Il Carnevale di Gallipoli è uno degli eventi più importanti che hanno luogo nella città. La prima edizione viene ricordata nel lontano 1954, ed il crescente successo, va attribuito a famiglie come quelle di Scarpina, Greco, Perrone e Carretta che hanno dedicato tempo ed amore nell’arte della cartapesta, trasformando il Carnevale di Gallipoli da semplice evento cittadino a uno dei più importanti eventi carnevaleschi del Salento. Lungo la strada principale di Gallipoli (Corso Roma) si raccolgono un numero sempre crescente di persone per assistere alle sfilate dei carri allegoricio-grotteschi e dei numerosi gruppi mascherati; si lanciano coriandoli e stelle filanti. La maschera tipica di Gallipoli è lu Titoro”.

LU TITORU:

Il titoro in realta è una maschera che rappresenta la morte (il funerale) del Carnevale. Tradizione vuole che Teodoro fosse un giovane gallipolino, che, tornato dal militare, chiese alla madre un piatto di polpette, il suo piatto preferito. La madre accontentò il figlio, ma questi, nella foga di mangiare le polpette, si strangolò con una di esse. Nelle sfilate del carnevale passa la bara e tutti piangono la sua perdita.

Nel gruppo mascherato viene rappresentato il giovane morto, steso in un carretto addobbato come un carro funebre, e tutt’intorno la madre e uomini vestiti da prefiche (chiangi morti) che tra un pianto e l’altro mangiano polpette e bevono vino.

Periodo Natalizio

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Nel periodo del Natale si usa suonare la Pastorale gallipolina per le vie della città, una sonorità che dovrebbe ricordare quello che i pastori suonarono a Gesù bambino.La sera prima dopo aver mangiato si mette il bambinello nel presepe poi si va a messa. L’indomani i bambini mettono la letterina sotto il piatto.

Natale

“..E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi…”, in questa piccola frase estrapolata dal Prologo del Vangelo di Giovanni vi è racchiuso tutto il Mistero del Santo Natale: la stessa Parola di Dio, per mezzo della quale ogni cosa è stata creata, ha assunto la condizione umana ed è entrata dirompente nella storia di questa nostra umanità sofferente. Il Figlio di Dio,innamorato pazzo dell’uomo, da Onnipotente ed Eterno quale era  si è fatto  piccolo e fragile, da ricco si è fatto umile e povero, fino a nascere in una povera grotta, privato anche dell’essenziale. Il Natale di Gesù ci ricorda come quella notte santa il Divin Bambino non gioiva ma soffriva il freddo,la fame, l’angustia e le privazioni; Natale quindi è anche dramma, sacrificio di un Dio che si è spogliato di tutto per venire al mondo, il Natale testimonia l’umiltà, la debolezza e la fragilità, la scomodità alla comodità, il freddo al tepore delle case, il digiuno all’opulenza dei banchetti. Il Natale è un dramma di una famiglia che per amore si è rifugiata nelle stalle piene di sporcizie ed escrementi, per amore ha  sofferto freddo e fame, per amore ha  dovuto subire persecuzioni dei potenti fino a fuggire allontanandosi dai propri affetti. Natale testimonia l’Amore, quell’ Amore che il più delle volte costa caro, impone sacrificio fino a nascere in condizioni miserevoli e morire sul duro legno della croce, e tutto questo per ridare a noi tutti la dignità di essere nuovamente considerati Figli dello stesso Padre, riconciliati con lui. Il Natale da sempre è anche sinonimo di valori come l’amore e l’unità vissuti in ambito familiare, e quindi ogni nucleo familiare trascorre la festa del Santo Natale in compagnia dei propri parenti. La sera della Vigilia vengono preparati deliziosi piatti della tradizione (fra cui le immancabili pittole), poi, finita le cena, ci si reca in Chiesa per partecipare alla Veglia di preghiera e alla Santa Messa di mezzanotte e al termine della quale si torna a casa, ci si scambia gli auguri e si depone Gesù Bambino nella grotta del presepe, per mano del più piccino, mentre tutti gli altri convenuti recitano le preghiere di circostanza accompagnate dal canto “Tu scendi dalle stelle”. Dopo aver adempiuto a queste consuetudine religiose, grandi e piccini si siedono a tavola per trascorrere qualche ora in allegria con vari giochi di società o con il gioco delle carte, mentre i più grandi nel frattempo degustano qualche buon dolcino accompagnato da un buon bicchierino di anice.

a cura di Cosimo Spinola


Il presepe

Un tempo per fare il presepe si usavano: il sughero ancora impregnato dell’odore del mare servito per far galleggiare la rete da pesca la sabbia raccolta sulla riva del mare i rami di pino arcuati sotto il peso di pigne arance, mandarini, taralli “nnasparati”. Poi si usavano pupi, rigorosamente di terracotta. Da i Re Magi che non erano tre ma quattro (lu Re Tromba, lu Re Carusu, lu Re Vecchiu e lu Re Moru), forse in ossequio ai “quattru pizzi” della terra da cui era logico che tutti accorressero a rendere omaggio al Signore.Poi c’era sempre un personaggio con la testa rivolta a guardare il cielo, lu macu te la steddha, da leggersi come emblema di una stoltezza che ignora la verità anche quando le è vicino. Meno frequente ma non rara infine, la presenza di pupi che riproducevano la strage degli Innocenti, con neonati in fasce dalle teste mozzate ed un boia armato di scimitarra

Santo Stefano

Stefano è stato il primo discepolo ad essere martirizzato dai pagani, e proprio per questo la sua memoria liturgica viene celebrata subito dopo quella del Santo Natale di Nostro Signore Gesù Cristo, re dei martiri. Dagli Atti degli Apostoli apprendiamo come Stefano sia stato arrestato dopo La Pentecoste, torturato fino ad essere ucciso per mezzo di una cruenta lapidazione. In lui si realizza in modo esemplare la figura del martire come imitatore di Cristo; Egli contempla la gloria del risorto, ne testimonia la divinità, gli affida il suo spirito, perdona ai suoi uccisori. Saulo, testimone di questo martirio, ne raccoglierà l’eredità spirituale divenendo l’Apostolo delle genti. 

a cura di Cosimo Spinola

La notte di San Silvestro 

La notte dell’ultimo dell’anno vi è la consuetudine, ben radicata specie nelle regioni meridionali, di salutare il nuovo anno con spari di fuochi d’artificio e petardi, ma nella nostra cittadina di Gallipoli vi è una piccola variante: per le stradine, infatti, vengono allestiti dei “Pupi” in cartapesta, imbottiti di mortaretti, che saranno bruciati a mezzanotte in punto. Come è facile intuire il Pupo, rappresentato di norma sempre da un povero vecchio stanco e caduco, rappresenta l’anno vecchio che allo scoccare della mezzanotte sarà bruciato dai presenti, lasciandosi così alle spalle le difficoltà e le ansie dell’anno appena trascorso ed aprendosi così alla speranza di un nuovo anno migliore di quello precedente. Sino a pochi decenni fa il Pupo non era creato con la cartapesta ma con la paglia: era infatti un fantoccio di paglia, rivestito con un vestito elegante, accompagnato da bombetta e bastone e aveva ai piedi un piccolo bambolotto, che rappresentava l’anno nuovo che  sarebbe divenuto il nuovo protagonista della storia di questo nostro mondo, dopo la morte del “collega” più anziano.

a cura di Cosimo Spinola

Il “pupo di capodanno”

Un rito gallipolino di buon auspicio per il nuovo anno è quello che vuole il tradizionale “Pupu”, un pupazzo di cartapesta riempito di petardi (tricchi-tracchi) e batterie, che rappresenta un vecchio con la gobba (l’anno vecchio che se ne va) vestito di cappotto, cappello a cilindro e sciarpa ed accanto un bambolotto sorridente (l’anno nuovo). In mano ha una vecchia valigia dove ognuno ha riposto ansie, problemi, dolori ed affanni che finalmente getta nel fuoco con la speranza che l’anno nuovo sia pieno di felicità e serenità. A mezzanotte mentre saltano i tappi dello spumante, esplodono i mortaretti, il Pupo viene incendiato e iniziano i festeggiamenti. Fino a qualche anno fa c’era l’usanza di gettare cose vecchie dai balconi: piatti, bicchieri, padelle, bottiglie e la mattina seguente non si riusciva a camminare.

Processioni

processioneLa processione é un rito a carattere religioso, diffuso in particolare nella religione cristiana, che prevede per i fedeli il compimento di un determinato percorso. Sono tante le processioni che si celebrano a Gallipoli nel corso dell’anno solare.



{tab=Processioni del Mese}

Gennaio Santu Subbistianu
Febbraio Sant’Acata
Marzo San Giuseppe, San Frangiscu te Paula
Marzo-Aprile  
Addolorata, Vennardia Santu, Desolata
Maggio Crucifissu, Santa Rita, Matonna te li fiuri
Giugno Sant’Antoniu, San Luvici
Luglio Santa Cristina, Matonna tu Carmunu, Matonna te lu Cannitu
Agosto Matonna te l’angili, Matonna te la nive o Cassopu
Settembre Santi Metici
Ottobre Matonna tu Rusariu, San Frangiscu e Santa Chiara, Matonna te la Puritate
Novembre Santa Cicilia, S.antu ‘Ndrea
Dicembre Matonna ‘Mmaculata











{tab=Ci se canta ‘rretu la Prucissione – Gennaio_Giugno}

Cci se canta allu Santu (o Santa, o Matonna) te stu mese?


Gennaio: San Sebastiano

INNO POPOLARE A SAN SEBASTIANO MARTIRE PROTETTORE DI GALLIPOLI

Allelija! A te, martire santo,

difensor della Chiesa di Cristo,

questa nostra cittade col canto

la sua prece, celeste Patron:

                                   Rit.   Tu dal cielo sorridi benigno

                                            Sulla bella città che t’invoca,

                                             su chi soffre, chi ride, chi spera,

                                             dà di Cristo la pace e l’amor!

Da Gallipoli gli strali maligni

Tien lontani con santa tua aita,

questo mare non provi tempesta,

regni solo concordia ed amor!

                                   Rit.   Tu dal cielo sorridi benigno

                                             .……

La famiglia sia calda e felice

nella legge di Cristo Signore,

chi lavora, chi studia o dirige

porti sempre il Vangelo nel cuore!

                                     Rit.   Tu dal cielo sorridi benigno

                                             .……

Dona forza, coraggio e purezza,

Sebastiano, ai giovani cuori,

ai fanciulli la santa innocenza

per combatter del male l’autor!

                                     Rit.   Tu dal cielo sorridi benigno

                                             .……

(Parole e musica del Can. Luciano Solidoro)

Febbraio: Sant’Agata

INNO DALLA RIDENTE SICULA SPONDA

Dalla ridente sicula sponda

lieta giunge un’eco festosa

per l’invitta sua martir gloriosa

di Catania prorompe l’amor.

                         Rit.   Salve Agata, Martire Inclita,

                                della fede augusta eroina,

                                 di quest’alma al prego t’inchina

                                 per l’eccelso tuo santo martir.

 

Dal suo mare vetusto sull’onda

pur Gallipoli trasfonde i concenti,

esultando in si lieti momenti,

con Catania divide l’onor.

                         Rit.   Salve Agata, Martire Inclita,

                                   …….

 

Son fanciulle sposate alla fede

che oggi Agata a te levan la voce,

per vessillo hanno scelto la Croce,

tu le guardi benigna dal ciel.

                         Rit.   Salve Agata, Martire Inclita,

                                   …….


Pur le madri, le spose t’invocan,

tutte unite in santa crociata,

hanno anch’esse una fede giurata

pur di opra d’apostolico zel.

                         Rit.   Salve Agata, Martire Inclita,

                                   …….

 

Per Gesù il tuo sangue versasti

dei tiranni sfidando l’ardire,

a noi infondi quel santo desire,

che del cielo eredi ci fa.

                        Rit.   Salve Agata, Martire Inclita,

                                   …….

 

Tu che un dì la palma accogliesti

del martirio l’ardua corona,

deh! ti mostri propizia Patrona

di quest’alma tua cara Città.

                           Rit.   Salve Agata, Martire Inclita,

                                   …….


INNO O FIORE DI CATANIA

O fiore di Catania,

o giovinetta martire,

o Vergine Sant’Agata,     2 volte

a te leviamo supplici

le nostre voci in giubilo:

                          Rit.   Proteggi, tu, Gallipoli

                                  che ognor s’affida a te

                                     Proteggi, tu, Gallipoli

                                     che ognor s’affida a te.

O tu che l’alma candida

drizzasti ver l’empireo

e col tuo cuor magnanimo   2 volte

spezzasti le delizie

del corpo e ancor del secolo:

                           Rit.   Proteggi, tu, Gallipoli

                                  ……

Di terra e mare i turbini

da noi tien lungi, i fulmini

ferma del ciel, discaccia       2 volte

la fame, i morbi e il demone

d’ogni cedibil discordia:

                           Rit.   Proteggi, tu, Gallipoli

                                  ……

Tu il nostro ciel purissimo

e questo mar ceruleo,

che il patrio lido abbraccia,   2 volte

un di venisti a prendere

in tua tutela amabile:

                           Rit.   Proteggi, tu, Gallipoli

                                  ……


Signora di Gallipoli,

dal tuo celeste empireo

la tua seconda Patria           2 volte

tu vegli in questo esilio,

tu guidi alla tua gloria:

                             Rit.   Proteggi, tu, Gallipoli

                                  ……

Marzo: San Giuseppe

INNO A S. GIUSEPPE

Inni e canti di preghiera

della Chiesa al gran Padrono,

a lui s’alzi in dolce suono

la protesta dell’amor.

                           Rit.   O gran Padre San Giuseppe

                                     dolce sposo di Maria

                                     deh! proteggi il popol nostro,

                                    deh! proteggi l’alma mia.

 

Chi mai fuvvi che invocasse

da te grazie ed assistenza

e con valida potenza

non salvassi tu dal ciel.

                             Rit.   O gran Padre San Giuseppe

                                     ……

Per amore di Maria

e del Figlio da lei nato,

fa da Padre, o Santo amato

alla nostra gioventù.

                             Rit.   O gran Padre San Giuseppe

                                     ……

Deh! Tu insegna alle famiglie

come vivere ed amare,

per te splende il focolare

di saggezza e di virtù.

                             Rit.   O gran Padre San Giuseppe

                                     ……

Dà alle giovani il pudore,

alle spose pensier santi,

tu sostieni i vacillanti

nelle vie del Signor.

                            Rit.   O gran Padre San Giuseppe

                                     ……

Fa che tutti gli operai

te proclamin lor Padrono,

rendi il ricco mite e buono,

dà giustizia al mondo inter.

                             Rit.   O gran Padre San Giuseppe

                                    ……

Pel tuo amabil Patrocinio

nella vita e nella morte

noi speriam felice sorte

noi speriam da Dio mercè.

                             Rit.   O gran Padre San Giuseppe

                                     ……

Poiché nulla ti è negato

o Padrono universale,

tu ci libera dal male,

tu ci infiamma di Gesù.

                             Rit.   O gran Padre San Giuseppe

                                     ……

Sol Gesù, Maria e Giuseppe

ci risuonin dentro il core

e c’inondino d’amore

fino all’ultimo sospir.

                             Rit.   O gran Padre San Giuseppe

                                     ……

Fa che sempre i tre bei nomi

come olezzo della Rosa,

ci profumi l’affannosa

nostra vita di dolor.

                             Rit.   O gran Padre San Giuseppe

                                     ……

Venga il ricco e l’operaio

stretti in vincolo d’amore

a cantar questa canzone,

ch’oggi a Te leviam dal cor.

                             Rit.   O gran Padre San Giuseppe

                                    ……

A Te popoli e nazioni

si consacrin fidenti,

per tuo amor tutti i credenti

trovin pace ed unità.

                             Rit.   O gran Padre San Giuseppe

                                     ……

 

ADDOLORATA – MATER DOLOROSA

CANTO SOAVE INSERITO NELL’ORATORIO SACRO “La frottola”

Ahi sventura!

Di Dio la Madre, fra cordoglio atroce,

muore di Strazio ai piedi della Croce!

Ahi sventura!

Dalle sfere dell’Empireo

     Deh, pietoso Redentore.

     Tu lenisci il suo dolore

     che nel mondo ugual non ha!

Sul Calvario, ove si compie

     il riscatto del Creato.

     Volgi il guardo tuo placato

     di Maria Signor, pietà!…

Aprile: Urnia-Desolata

CANZONCINA ALL’ADDOLORATA

     O fedeli, se figli voi siete

della Madre più tenera e pia,

se vi piace esser cari a Maria

contemplate il suo fiero martir.

     Deh! a mirarla sul monte venite,

là vedrete una scena più atroce

d’un figliuolo che muor sulla Croce

d’una madre che il vede morir.

     A quel duro patibol di morte,

sta vicino la Madre dolente,

mentre il Figlio da’ chiodi pendente

agonizza in un mar di dolor.

     Oh! Qual pena, qual fiero tormento

Ella soffre la Vergine afflitta

dalla spada del duolo trafitta

nella parte più viva del cor.

     Il suo ciglio è velato di pianto,

nell’affanno agonizza il suo cuore,

sulla terra più atroce dolore

occhio alcuno mirato non ha.

     O dei Martiri eccelsa Regina,

del tuo strazio la causa io sono,

de’ miei falli dolore e perdono

Tu m’impetra dal morto Signor.


DESOLATA – Maria Mamma Nostra

Maria Mamma nostra ———— 1) Madre del Crocefisso.

prega pei figli tuoi.                     2) Madre dolorosa.

Vergine Addolorata                     3) Madre desolata.

prega per noi.                             4) Regina dei Martiri.

Siam tutti peccatori

noi siamo figli tuoi.

Vergine Addolorata

prega per noi.


INNO PER LA PROCESSIONE DEL VENERDI SANTO

SULLA TOMBA DI GESU’ CRISTO A.D. 1890

     Cristo è morto! E’ morto il Santo,

Redentore della gente;

Egli vittima innocente,

Si riposa nell’avel!

Dei Cherubi tace il canto,

Gemon gli Angeli nel ciel;

     Su la croce il Redentore,

Soffre al padre in sacrificio;

Tra i dolori e il supplizio,

Per redimerci Egli muore;

Su la tomba del Signore

Deponiamo pianto e fior.

     Madre dolente Vergine,

Trafitta insieme col figlio,

Pietoso verso gli uomini,

Volgi il materno ciglio!

Madre t’invoca supplica

Tutta l’umanità:

Pel redentor esanime

Madre pietà, pietà.

Musica del M° ERCOLE PANICO

Parole di AGOSTINO CATALDI

Maggio: Santa Rita, Madonna dei Fiori

INNO A SANTA RITA

Evviva Rita, la cara Santa,

che in cielo ascolta il nostro dir,

tutta la gente del duolo affranta

esponga a lei il suo desir.

     Deh! benedici, o Rita,

     il nostro amante cor,

     in ogni istante di nostra vita

     a te sia sacro il nostro amor.

Evviva Rita! Questo bel grido

echeggi ovunque, in terra e in mar,

suoni solenne in ogni lido

dove s’innalza di Dio un altar.

     Deh! benedici, o Rita,.

     ………..

Evviva Rita! Nelle famiglie

aleggi sempre di Dio l’amor,

e tanto i figli quanto le figlie

crescan per Lei puri di cuor.

     Deh! benedici, o Rita,

     ………..

Evviva Rita! Dov’è la legge,

dov’è la scienza, dov’è l’amor;

dov’è chi giudica, dov’é chi regge,

faccia che regni iddio Signor.

     Deh! benedici, o Rita,

     ………..

Evviva Rita! Sia questo il canto

che echeggi sempre su questo suol.

O Rita santa, deh! Tergi il pianto

di chi dolente geme nel duol.

     Deh! benedici, o Rita,

     ………..

Evviva Rita! Con questo accento

ogni morente entri nel ciel,

ove con gaudio, con grande contento

vedrà il buon Dio, senza alcun vel.

 

 

INNI E CANTI MARIANI DI LIDO IN LIDO ERRANDO

Di lido in lido errando,

vò sovra un fragil legno

ed aquilon lo sdegno,

mi mena a naufragar.

Ma tu, o Maria dei fiori,

a noi propizia o stella,

in queta ria procella

apri la via del mar.

Quel tuo materno sguardo,

o come ai cor mi scende,

né il tuo linguaggio intende

chi non conosce amor.

Timore m’infonde e speme,

gioia e rispetto insieme

ma non può dire il labbro

quello che sente il cor.

Giugno:   Sant’Antonio, San Luigi

INNO A SANT’ANTONIO DA PADOVA

     O dei miracoli – inclito Santo

dell’alma Padova – tutela e vanto

benigno guardami – prono ai tuoi piè:

O Sant’Antonio – prega per me!

     Col vecchio il giovine – a te sen viene,

e in atto supplice – chiede ed ottiene;

di grazie arbitro – Iddio ti fè:

O Sant’Antonio – prega per me!

     Per te l’oceano – si rasserena,

riprende il naufrago – novella lena;

morte e pericoli – fuggono per te:

O Sant’Antonio – prega per me!

     Per te riacquistansi – beni ed onore;

i morbi cessano – fugge il dolore;

ove tu vigili – pianto non è:

O Sant’Antonio – prega per me!

     Per te d’angustia – esce l’afflitto,

trova ricovero il derelitto;

col pane al povero – doni a fè:

O Sant’Antonio – prega per me!

     Sempre benefico – a’ tuoi devoti,

ne ascolta l’umile – preghiera e voti;

fammi propizio – il divin Re:

O Sant’Antonio – prega per me!

     Se l’alma offuscami – l’ombra del male

se il cuore un tremito – dubbio m’assale

Tu potentissimo – m’ottien mercè:

O Sant’Antonio – prega per me!

 

INNO A SAN LUIGI

O del giardino italico

     Giglio immortale, ascolta:

     A te l’onor dei cantici,

     A te la prece è volta:

     Piova dai colli eterei

     Quaggiù la tua fraganza,

     E nutra la speranza

     Che inaridir non può.

Alla gran Donna l’animo

     Bilustre consacrasti

     E il giglio candidissimo

     Ch’Ella ti diè, portasti

     Intemerato e splendido

     Per questo mortal viaggio,

     Guidato ognor dal raggio

     Del suo materno amor.

Sempre rifulse il vivido

     Candor dell’innocenza

     Sul volto Tuo santissimo,

     Stornando alla presenza

     Della tua madre il fulgido

     Sguardo; sicchè l’aspetto

     Di chi ti strinse al petto

     Sfuggisti pel pudor.



{tab=Ci se canta – Luglio_Dicembre}

Luglio: Madonna del Canneto, Santa Cristina

INNO ALLA MADONNA DEL CANNETO

Oggi che il labbro sciogliesi

d’eccelsa donna il canto,

pur noi vogliam ripetere

l’inno suo dolce e Santo.

E dir quanto munifico

con essa fu il signor.

     Ecco che tutti i popoli

     la dicon benedetta

     mentre allegra visita

     l’annosa Elisabetta

     in grembo a lei santifica

     di Cristo il precursor.

Quando di grazie l’anima

ebbe inondato il cuore

rapita in Dio suo figlio

suo sposo suo signore

gli consacrò ogni palpito

del fervido suo cuor.

                               PREGHIERA

O tra le donne l’unica

tra gli angeli esaltata

salve i nostri gemiti

accogli o fortunata.

Sarà così men misera

la valle del dolor.

 

INNO A S.CRISTINA

Salve celeste martire

     Diletta del Signore,

     Salve sublime vittima

     Del tuo divino amore.

     Per cui nel cielo gli angioli

     Si prostano al tuo piè.

Fra i suoi crudeli spasimi

     Su questo suol d’oblio

     Il tuo pensiero e l’anima

     Sempre volando a Dio

     Rese il tuo cuore, o Vergine,

     Più grande nella fè.

Or noi devote anime

     Al nome tuo festose

     Oggi intrecciamo vividi

     Serti di gigli e rose

     E consacriam il cantico

     Del nostro santo amor.

Un grido solo echeggia

   Dal piano alla marina

     Sciogliendo osanna e laudi

     Al nome tuo Cristina.

     Santo, sublime simbolo

     Di martire valor.

Su noi, deh! Santa Vergine,

     Volgi benigno il ciglio

     Ci salva contro i triboli

     Di quest’umano esiglio,

    Esaudi il voto unanime

     Che oggi volgiamo a Te.

Agosto: Madonna degli Angeli

A MARIA SS. DEGLI ANGELI

Di stelle e d’Angeli

incoronata,

da mille popoli

sempre invocata,

Ave, o Divina,

Bianca Regina!

Volti al ciel fulgido

gli sguardi e il viso:

sublime immagine

del Paradiso;

Sei, o Divina,

Bianca Regina!

Avvolta in candida

splendida veste,

cinta da un serico

nastro celeste;

Ave, o Divina,

Bianca Regina!

Regna sui miseri,

sui derelitti.

All’alme torbide,

ai cuori afflitti

parla, o Divina,

Bianca Regina!

Spira negli animi

affetti Santi.

De’ Re de’ popoli

i passi erranti

guida, o Divina,

Bianca Regina!

Settembre: Santi Medici

INNO A SANTI MEDICI

Come spargeste il balsamo

sui corpi in preda al duolo

così, se in cuore agli uomini

volgete un guardo solo,

     ecco ch’ei già ritornano

     Sacrati a Dio Signor.   ( 2 volte )

Ma non in carni macere

più sia la gioia accolta,

che, mercè Vostra, ai miseri

discende un’altra volta

     dal Ciel, che, ognor beneficio

     arde di carità.              ( 2 volte )

Voi, che in Arabia incogniti

secreti di salute

dai fior traeste, dateci

le sanità perdute;

     son fiori nell’Empireo

     di più fragrante odor. ( 2 volte )

 

PREGHIERA

Cosma e Damiano, o Medici

o Santi, v’invochiamo;

con pura voce i cantici

a Voi in ginocchio alziamo;

ai nostri cuori fervidi

volgete la pietà!

Ottobre: Madonna del Rosario

INNI E CANTI MARIANI DELL’AURORA TU SORGI PIU’ BELLA

Dell’aurora tu sorgi piu’ bella

coi tuoi raggi allieta la terra

e degli astri che il cielo rinserra

non v’è stella più bella di Te.

     Bella Tu sei qual sole

     bianca più della luna

     e le stelle le più belle

     non sono belle al par di Te.

Gli occhi tuoi son più belli del mare

la tua fronte ha il colore del giglio

le tue gote baciate dal figlio

sono rose le labbra, son fior.

     Bella Tu sei qual sole

     ………..

T’incoronano dodici stelle

al tuo piè piegan l’ali del vento

della luna s’incurva l’argento

il tuo manto ha il colore del cielo.

     Bella Tu sei qual sole

     ………..

Delle perle Tu passi l’incanto

la bellezza Tu vinci dei fiori

Tu dell’iride ecclissi i bagliori

il tuo viso rapisce il Signor.

     Bella Tu sei qual sole

     ………..

Novembre: Sant’Andrea, Santa Cecilia

RESPONSORIO

Andreas admirabilis

in signis et prodigis

qui magnis splendis meritis

coelestes fundis gratias.

Nobis succurre miseris

huius vitae in periculis

et iuste Te invocantibus

da postulata consequi!

Strenuus Christi assecla

eximius cultor Crucis

et piscatorum coetus

tu defensor sedulus.

Gloria Patris et Filio

et Spiritui Sancto…

Dicembre: Madonna Immacolata

      O Concetta Immacolata

Santa Vergine Maria,

fa che grata al cor ti sia

questa lode a te sacrata

     O Concetta Immacolata.

     Quando il mondo Iddio creava,

nella mente sua divina

come stella matudina

tu spuntasti fortunata!

     O Concetta Immacolata.

Dalla colpa originale,

che d’Adamo a noi proviene

con la morte ed altre pene,

sol tu fosti preservata,

     O Concetta Immacolata.

E nel corso di tua vita

neppur l’ombra del peccato

che macchiasse ma fu dato

il candor di te beata,

     O Concetta Immacolata.

     Qual di rosa qual di giglio

qual d0ogni altro eletto fiore

fu pel mondo il grato odore

di tua vita intemerata,

     O Concetta Immacolata.

Di seguaci immense schiere

attirasti al Santo Agnello

cui imitare parve bello

il candor di te illibata.

     O Concetta Immacolata.

     Or degli Angeli Regina,

splendi in Ciel di Sol Vestita,

sei di stelle redimita,

hai la luna al piè curvata

     O Concetta Immacolata.

     Primogenito di Dio,

madre sei del Redentore,

sei la sposa al Santo Amore,

sei del ciel la Desiata,

     O Concetta Immacolata.

     Oh sei pur la gloria nostra

Santa Madre clemenza;

nostra speme e confidenza

in te sola e collocata,

     O Concetta Immacolata.

     Deh dal Cielo, ove tu regni,

tu ci assista col consiglio,

tu ci salvi dal perielio

nella vita travagliata,

     O Concetta Immacolata.


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Diocesi

diocesi
Regione ecclesiastica della Puglia. Gallipoli è sede, insieme a Nardò, della Diocesi di Nardò-Gallipoli (in latino: Dioecesis Neritonensis-Gallipolitana) suffraganea dell’arcidiocesi di Lecce appartenente alla regione ecclesiastica Puglia. È attualmente retta dal vescovo Domenico Caliandro. La diocesi nacque il 30 settembre 1986 quando alla diocesi di Nardò, eretta il 13 gennaio 1413, fu unita la diocesi di Gallipoli, che era stata eretta nel VI secolo. La diocesi comprende la porzione occidentale del Salento.


Vescovi di Gallipoli

Domenico † (551 – ?)

Giovanni I † (? – 595)

Sabiniano † (?)

Giovanni II † (? – 649)

Mechisedech ? † (787)

Paolo I † (1081 – ?)

Baldrico † (? – 1105)

Teodoro † (1158 – 1173)

Pietro Galeta † (? – 1177)

Corrado † (1179 – ?)

Coconda ? † (1191 – 1198)

Gregorio † (1271 – 1325)

Goffredo † (1325 – 1327)

Milezio, O.S.B.I. † (1329 – 1330)

Paolo II, O.S.B.I. † (1331 – ?)

Pietro † (1348)

Domenico † (?)

Ugolino † (1379 – ?)

Giovanni de Nerone † (1392 – 1396 nominato vescovo di Lacedonia)

Guglielmo Neritono, O.F.M. † (1396 – ?)

Guglielmo De Fonte † (1412 – 1420)

Angelo Corpo Santo, O.S.B. † (1421)

Donato da Brindisi, O.F.M. † (1424 – 1443)

Antonio de Neotero, O.F.M. † (1443 – 1445)

Pietro † (1445 – ?)

Antonio de Joannetto, O.F.M. † (1451 – ?)

Ludovico Spinelli † (1458 – 1487)

Alfonso Spinelli † (? – 1493)

Francesco † (1494 – ?)

Alessio Celadoni † (1494 – 1508)

Enrico d’Aragona † (6 agosto 1508 – 24 agosto 1509 deceduto)

Francesco Armellini Pantalassi de’ Medici † (? – 1518) (amministratore apostolico)

Andrea della Valle † (18 febbraio 1518 – 17 ottobre 1524 dimesso) (amministratore apostolico)

Jerónimo Muñoz, O.S.B.I. † (17 ottobre 1524 – 1529 dimesso)

Federico Petrucci † (1529 – 1536)

Pellegrino Cibo de Turcilla † (1536 – 1540)

Giovanni Francesco Cibo † (1540 – 1575)

Alfonso Herrera, O.S.A. † (30 luglio 1576 – 25 febbraio 1585 nominato vescovo di Ariano Irpino)

Sebastián Quintero Ortiz † (17 dicembre 1586 – 1595 dimesso)

Vincenzo Capece, C.R. † (1595 – 1620)

Gundisalvo De Ruenda † (23 maggio 1622 – 1651 deceduto)

Andrea Massa † (1651 – 1655 deceduto)

Giovanni de Cardona † (1655 – 1667 deceduto)

Antonio Geremia de Bufalo. O.F.M. † (1668 – 1677 deceduto)

Antonio Perez de la Lastra † (18 febbraio 1679 – 4 gennaio 1700 deceduto)

Oronzo Filomarini, C.R. † (8 maggio 1700 – aprile 1741 dimesso)

Antonio Maria Pescatori, O.F.M.Cap. † (1741 – 12 gennaio 1747 deceduto)

Serafino Brancone (Branconi) † (1747 – 1758 deceduto)

Ignazio Savastano † (28 maggio 1759 – 6 settembre 1769 deceduto)

Agostino Gervasio, O.S.A. † (29 gennaio 1770 – 27 febbraio 1792 nominato vescovo di Capua)[1]

Giovanni Giuseppe Dalla Croce, O.A.D. † (27 febbraio 1792 – 13 dicembre 1820 deceduto)

Giuseppe Maria Botticelli † (19 aprile 1822 – 23 giugno 1828 nominato vescovo di Lacedonia)

Francesco Antonio Visocchi † (1832 – 20 aprile 1833 deceduto)

Giuseppe Maria Giove, O.F.M. † (19 dicembre 1834 – 23 giugno 1848 deceduto)

Leonardo Moccia † (11 dicembre 1848 – 17 aprile 1852 deceduto)

Antonio La Scala † (27 settembre 1852 – 30 ottobre 1859 nominato vescovo di San Severo)

Valerio Laspro † (23 marzo 1860 – 6 maggio 1872 nominato vescovo di Lecce)

Aniceto Ferrante, C.O. † (20 marzo 1873 – 1878 dimesso)

Gesualdo Nicola Loschirico, O.F.M.Cap. † (12 maggio 1879 – 27 febbraio 1880 nominato arcivescovo di Acerenza-Matera)

Enrico Carfagnini, O.F.M. † (27 febbraio 1880 – 24 marzo 1898 ritirato)

Gaetano Müller † (29 luglio 1898 – 7 febbraio 1935 deceduto)

Nicola Margiotta † (16 dicembre 1935 – 25 settembre 1953 nominato arcivescovo di Brindisi)

Biagio D’Agostino † (14 maggio 1954 – 24 febbraio 1956 nominato vescovo di Vallo della Lucania)

Pasquale Quaremba † (20 giugno 1956 – 1982 ritirato)

Aldo Garzia † (15 giugno 1982 – 30 settembre 1986 nominato vescovo di Nardò-Gallipoli)

Vescovi di Nardò-Gallipoli

Aldo Garzia † (30 settembre 1986 – 17 dicembre 1994 deceduto)

Vittorio Fusco † (12 settembre 1995 – 11 luglio 1999 deceduto)

Domenico Caliandro, dal 13 maggio 2000

Periodo Quaresimale

periodo quaresimale
Il tempo forte della quaresima scandisce annualmente un tempo liturgico della durata di quaranta giorni; ha inizio il mercoledì delle ceneri e termina con la solennità della domenica delle palme, denominata anche domenica di passione, nella vigilia cioè dell’ebdomada maior, la settimana più intensa e importante dell’intero anno liturgico, in quanto in questa settimana la Chiesa celebra il memoriale della passione e morte di Gesù che culminerà poi nella celebrazione solenne della Santa Pasqua. La quaresima è un tempo in cui ogni credente è invitato a riflettere sul proprio stile di vita, non sempre in linea con gli insegnamenti evangelici, e di conseguenza è chiamato alla conversione del cuore, con l’ausilio della preghiera e delle opere di misericordia.

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{tab=Ceneri/Caremma}

Gallipoli nella giornata del martedì grasso, cioè durante l’ultimo giorno di carnevale, si vestiva a festa!! le stradine del centro storico venivano prese d’assalto da cortei di maschere che, con le loro burle e la loro allegria, facevano ridere a crepapelle grandi e piccini; di tanto in tanto i vari cortei facevano una sosta in qualche caffè per gustare un buon bicchiere di rosolio accompagnato dai “cacai“, confetti tipici del periodo di carnevale, mentre nel teatro Garibaldi si svolgeva il veglione in maschera. Questi balli frenetici e questa baldoria continuava incessantemente fino all’approssimarsi della mezzanotte, quando il campanone dell’antico convento dei francescani faceva sentire i suoi rintocchi, ricordando a tutti che il periodo dei bagordi era ormai finito e il re carnevale doveva lasciare il passo alle meste giornate quaresimali, scandite dalla pratica del digiuno, dall’ascolto della Parola di Dio e dalla conversione dei cuori.

Il Mercoledì delle ceneri, quindi, rappresentava la fine del periodo carnevalesco e l’inizio di un periodo di riflessione e di crescita spirituale; tutti i fedeli, in questo giorno, gremivano i vari oratori confraternali o le varie chiese parrocchiali dove dal sacerdote, in veste violacea, ricevevano sul capo le ceneri, in segno di penitenza e conversione dai peccati.

Con questa simbologia la Chiesa voleva ricordare ai credenti la nostra fragilità umana, in quanto l’uomo è una creatura fragile e debole, protesa verso il peccato e la morte corporale e quindi bisognosa della misericordia di Dio, da chiedere incessantemente con la conversione e le opere di misericordia.

Intanto fra i vari crocicchi facevano la loro comparsa le Caremme.

La caremma era, e in verità lo è ancora, un fantoccio rappresentante una vecchia becera e vestita di nero, che recava in mano un’arancia in cui vi erano conficcate sette penne del cappone mangiato il giorno di Natale; ad ogni domenica di quaresima veniva tolta una penna, in quanto rappresentavano le sette settimane che scandivano il tempo quaresimale, fino al giorno solenne di Pasqua, quando a mezzogiorno in punto la Caremma veniva bruciata e tutti si scambiavano gli auguri. La Caremma, come è facile intuire, impersonificava la quaresima, con le sue contrizioni e le sue penitenze, in uno scenario colmo di fantasia popolare che rendeva ricco di sgnificati religiosi ma anche profani ogni periodo dell’anno. Mi auguro, infine, che il veloce incedere del consumismo non stravolga queste semplici tradizioni che ancora vivono nel cuore di ogni gallipolino.

a cura di Cosimo Spinola

{tab=Sindone/5 Piaghe}

La Sacra Sindone viene esposta, all’adorazione dei fedeli, tutti i venerdì di Quaresima sull’altare della Basilica Cattedrale di Sant’Agata. Questa preziosa reliquia fu donata alla nostra comunità dal Vescovo Sebastiano Quintiero Ortiz, che guidò la diocesi gallipolina a partire dal 1585. La nostra sindone è la copia esatta del sacro lenzuolo custodito nel duomo di Torino, riproduzione avvenuta tramite contatto con l’originale. Dalle impronte impresse sul sudario possiamo scorgere le tracce delle ferite riportate da Gesù durante la sua dolorosa passione, dando così un’ ulteriore conferma a quanto riportato dai Vangeli. La Sindone di Gallipoli ha una misura in lunghezza di metri 4,10 e in larghezza di metri 1,4, mentre l’impronta del sacro corpo del nostro Redentore è di metri 1,78. Il sudario è di un colore grigio – giallastro e, osservando attentamente la reliquia, possiamo scorgere le tracce dell’incendio subito dall’originale nel 1532 a Chambery.

a cura di Cosimo Spinola

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La Confraternita di Maria S.S. Immacolata, ab immemorabili, durante i primi cinque venerdì di quaresima, ricorda e commemora la passione di Cristo attraverso la Pia Pratica delle Cinque Piaghe. Questo pio esercizio, di fede e devozione verso la dolorosa passione del Signore, consiste nella contemplazione delle cinque piaghe, margherite preziose di carità, inferte a Gesù Cristo: il costato, la mano destra e la mano sinistra, il piede destro e il piede sinistro.

Durante la contemplazione e la profonda adorazione di ogni piaga, dal fondo della chiesa tre confratelli in ginocchio, il primo caricandosi una pesante mazzara (due grosse pietre legate ben strette con una grossa fune), uno la croce e l’altro la tisciplina (lamine in ferro intrecciate con cui i penitenti si flagellano specie durante i riti della settimana santa), attraversano tutto il corridoio sino ai piedi dell’altare dove a terra vi è posto un Crocifisso che verrà baciato ed adorato da ciascun confratello. Subito dopo un  altro confratello spegne una delle cinque candele poste su un grande candelabro sull’Altare; tutto ciò si ripete per cinque volte, una per ogni piaga contemplata. La cerimonia si conclude con un canto penitenziale tipico del periodo quaresimale.

a cura di Cosimo Spinola

{tab=Le Domeniche}

I Piatti di grano in quaresima

Sin dalle prime settimane di quaresima, i fedeli son soliti deporre dei semi di grano su uno strato di ovatta o bambagia bagnata in varie ciotole di terracotta, per poi tenerli rigorosamente al buio, innaffiandoli di tanto in tanto. Con il passare delle settimane il grano comincerà gradualmente a crescere e a germogliare, assumendo un colore giallo dorato, dovuto proprio alla mancanza di luce. In seguito, nella mattinata del Giovedì Santo, le coppe di grano verranno decorate, dalle nostre donne, con alcune fresie e della carta crespa e portate in Chiesa ad adornare l’altare della Reposizione. La simbologia di questa antica consuetudine, che resiste al veloce fluire del tempo, è da ricercare nella famosissima parabola di Gesù, riportata dall’apostolo Giovanni nel suo Vangelo: “Se il grano di frumento, caduto per terra, non muore, resta solo. Ma se muore, porta molto frutto…” Gv 12,24. Il grano di frumento è lo stesso Gesù, il quale, mediante la sofferenza e la morte di croce, riuscirà a redimere e salvare l’intera umanità facendola rinascere a nuova vita. Ecco quindi, come una semplice tradizione ci riporti al cuore del progetto di salvezza del nostro Dio, che non ha esitato a consegnare il Figlio nelle mani dei pagani, per essere umiliato, deriso ed ucciso sul nudo legno della croce, pur di riconciliare a sé il mondo.

a cura di Cosimo Spinola


Le Uci

Prima della riforma liturgica imposta dal Concilio Vaticano II, l’attuale quarta domenica di quaresima veniva denominata, nell’ambito della religiosità popolare, la Dumenaca te le Uci o te L’Anime. Questa era una giornata particolare in quanto la liturgia era solita ricordare, con apposite preghiere e celebrazioni liturgiche, le anime del purgatorio. Al tramonto, i fedeli gremivano le panche della cattedrale in attesa del sermone del Padre Predicatore: questi solitamente era un religioso, inviato dal Vescovo locale, con il compito di evangelizzare, durante tutto l’arco della quaresima, i fedeli della nostra comunità ecclesiale. Dunque il quaresimalista, dopo la lettura dei brani della Sacra Scrittura, saliva sul pulpito e teneva un’ omelia sul significato teologico della morte e sulle pene che le anime purganti dovevano patire in attesa di essere purificate dalla misericordia di Dio,grazie alle preghiere di intercessione dei viventi. Dopo il sermone, il sacerdote indossava il piviale nero e benediceva il Catafalco (“tomba” in legno, in uso specialmente nelle chiese confraternali, dove solitamente venivano ospitati i feretri dei confratelli defunti durante la celebrazione del loro funerale). Subito dopo, senza essere visti dall’assemblea, un piccolo coro di fanciulli prendeva posto all’interno di questo Tumulo ed intonavano il canto funebre “Libera me Domine“, facendo riecheggiare in questo modo, nella mente dei presenti, le suppliche delle anime defunte che imploravano dai vivi preghiere di intercessione per la loro salvezza. Questa consuetudine religiosa fu abolita già dalla Riforma dei canti liturgici di Pio X.

a cura di Cosimo Spinola


Le Cruci

L’attuale quinta domenica di quaresima anticamente era denominata “te le cruci cuperte”, in quanto vi era la consuetudine di coprire i crocifissi, esposti nelle varie chiese, con un panno violaceo. Le croci rimanevano velate fino all’azione liturgica dell’ora nona del Venerdì Santo, quando, durante la toccante liturgia, il sacerdote toglieva il velo e invitava i fedeli ad adorare la S.S. Croce di Cristo, strumento di salvezza e di rinascita per l’intera umanità. Oggi questa consuetudine religiosa non è del tutto scomparsa ma ancora sopravvive, specie nei piccoli centri, dove ancora si respira la genuinità e la semplicità della pietà popolare.

a cura di Cosimo Spinola


{tab=Addolorata}

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Il Venerdì dell’Addolorata

“ …Gesù, dunque, vista la madre e presso di lei il discepolo che amava, disse alla madre: Donna, ecco tuo figlio! Quindi disse al discepolo: Ecco tua madre! E da quell’ora il discepolo la prese in casa sua..” Gv 19, 26,27

Nella nostra città, ab immemorabili la festività della memoria liturgica dei dolori di Maria S.S. ricorre il venerdì antecedente la Domenica delle Palme con la processione “Te La Matonna ‘Ndulurata”. Questa giornata così ricca di fede e di tradizione, particolarmente attesa da tutto il popolo gallipolino, è preceduta dal solenne settenario in Cattedrale, celebrato dallo stesso parroco della nostra Basilica (una volta veniva appositamente chiamato un Padre Predicatore), dove durante la celebrazione eucaristica lo stesso parroco rivolge, all’assemblea dei fedeli, delle profonde riflessioni sul mistero dei dolori di Maria ai piedi della croce. Nel giorno della solenne festività, poi, sin dalle prime ore del mattino via Fontò è gremita di fedeli, in trepida attesa, che partecipano alle varie Sante Messe che si susseguono per tutto l’arco della mattinata. A mezzogiorno in punto ecco apparire, dall’antico portale della Chiesa dei calzolai, il Gonfalone della Confraternita di Maria SS. del Monte Carmelo e della Misericordia, seguito da un sacerdote che reca in mano la croce dei misteri, simbolo della passione di Cristo, poi in coppia incedono lentamente i confratelli della Misericordia, con il loro abito di rito di color nero, seguiti dal Vescovo e da tutto il clero della nostra città. Subito dopo, il religioso silenzio viene interrotto dalle prime note del rullio di tamburi della marcia funebre “La Frottola”, di Francesco Luigi Bianco, che introducono l’uscita del simulacro della Vergine dal volto impietrito dal dolore; si susseguono attimi di profondo pathos e di intenso raccoglimento interiore, mentre la processione lentamente attraversa gli angusti crocicchi della città vecchia dirigendosi verso la Cattedrale dove, una volta giunti, il Vescovo diocesano celebrerà l’eucaristia. Al termine della celebrazione vi è l’esecuzione da parte di un orchestra sinfonica, ad anni alterni, di un Oratorio sacro: “Frottola o loStabat Mater, vere e proprie perle musicali composte e donate alla confraternita da valenti musicisti locali sul finire dell’ottocento. Negli ultimi decenni tre sono le Frottole che si alternano allo Stabat Mater: L’han confitto; Ahi sventura; Una turba di gente, opere musicali composte dal M° Francesco Luigi Bianco (1859-1920). Tali composizioni sono sempre precedute da uno dei vari preludi musicali conservati negli archivi del sodalizio, tra i quali ricordiamo quello del M° Gino Metti (1905-1982) e quello del M° Giorgio Zullino (1943-1979). Infine lo Stabat Mater, celebre preghiera del poeta medioevale Jacopone da Todi, è stato musicato per l’occasione dal concittadino Giovanni Monticchio. Finita l’esecuzione, la processione di Maria Addolorata riprende il suo lungo pellegrinaggio attraverso le vie della città nuova. La sera, mentre la processione rientra dal Borgo nuovo, i fedeli possono partecipare ad un altro momento significativo di questa lunga giornata; la processione infatti sosta sulle mura sovrastanti il porto mercantile, dove il sacerdote, dopo una breve omelia, impartisce con il Sacro Legno della Croce la benedizione ai fedeli e ai naviganti che dal mare traggono sostentamento, mentre le sirene dei navigli presenti emettono i loro suoni festosi in segno di giubilo. Subito dopo, la confraternita riprende il suo devoto peregrinare per le stradine del centro storico, facendo rientro nella Chiesa del Carmine intorno alla mezzanotte.

Confraternita di Maria S.S. del Monte Carmelo e della Misericordia.

Nata dalla fusione di due confraternite, quella della B. V. del Monte Carmelo e quella di Santa Maria della Misericordia, l’attuale sodalizio conserva ancora i due antichi abiti di rito: quello del Carmelo con saio, guanti e cingoli di color bianco, scapolare color marrone e la mozzetta color bianchiccio, mentre quello della Misericordia, è composto da saio, mozzetta e cingoli di color nero. In occasione della festività dei dolori di Maria, il venerdì antecedente la domenica delle Palme, i confratelli indossano l’abito della Misericordia.

Ceto sociale di appartenenza: artigiani e nobili.

a cura di Cosimo Spinola

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{tab=Palme}

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La domenica delle Palme

“La grande folla giunta per la festa, sentito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese rami di palma e gli andò incontro gridando: Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il Re d’Israele! Gesù, trovato un asinello, gli sedette in groppa come sta scritto: Non temere, figlia di Sion! Ecco, il tuo Re viene, seduto sopra una puledra d’asina…” Gv 12 12,15

La domenica precedente la solennità della Santa Pasqua, la Chiesa ricorda la memoria liturgica dell’ingresso di Gesù nella città di Gerusalemme, accolto da una folla esultante che lo acclamava definendolo il Messia, cioè il nuovo Re inviato da Dio, tanto atteso dal popolo, che avrebbe riportato la pace in Israele. Leggendo il versetto sopra, estrapolato dal Vangelo di Giovanni, notiamo che la folla andò incontro al Signore con dei rami di palma, ed è proprio in riferimento a questo particolare episodio che da sempre il popolo dei credenti ricorda questa giornata come la domenica “Te le Parme”. Inoltre questa festività liturgica dà inizio alla grande Settimana Santa; infatti la liturgia prevede non solo la lettura del passo del Vangelo riguardante l’entrata trionfale di Gesù nella città santa, ma anche l’ascolto del brano evangelico riguardante la Passione e morte di nostro Signore Gesù Cristo, alternando di anno in anno i brani dei quattro Evangelisti. Nella città bella questa solennità è particolarmente sentita; sin dalle prime ore del mattino infatti una moltitudine di ragazzi, accompagnati dai genitori, affollano il bastione antistante l’antica chiesa dei Padri Riformati Francescani, dove alcuni volontari distribuiscono ai presenti dei rami d’ulivo, che verranno puntualmente benedetti dal Parroco. Subito dopo, al canto dell’Osanna, si dà inizio alla processione festante, di grandi e piccini, verso la Basilica Cattedrale, dove sarà celebrata l’Eucaristia con grande fede e intenso raccoglimento. Al termine della celebrazione i rami benedetti vengono portati nelle case ed esposti nelle camere da letto, solitamente attaccati al quadro sacro sovrastante il letto, in segno di pace. Infine, in occasione di questa solennità, alcuni gruppi parrocchiali o associazioni teatrali sono soliti organizzare, per le vie cittadine, una sacra rappresentazione teatrale, in costume dell’epoca, della Passione e Morte di Gesù, facendo così rivivere all’intera comunità cittadina il dramma della tragedia del Golgota.

a cura di Cosimo Spinola

{tab=Settimana Santa}

Il Giovedì Santo

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“…Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: Questo è il mio corpo che è dato per voi. Fate questo in memoria di me. Allo stesso modo, alla fine della cena, prese il calice dicendo: Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue che è sparso per voi..” Lc 22 19,20.

Nel vespro del Giovedì Santo, la Chiesa Cattolica commemora l’istituzione dell’Eucaristia, sacramento mirabile d’amore istituito da Gesù durante la sua ultima cena. Istituendo la Santa Eucaristia, Gesù dona alla Chiesa nascente il sacramento della sua presenza perenne e del suo sacrificio nei segni del pane e del vino, per perpetuare nei secoli, fino al suo ritorno, il sacrificio della croce, affidando così alla sua Chiesa il memoriale della sua morte e resurrezione. È il sacramento dell’unità e della carità, attraverso il quale, nutrendoci del suo corpo e del suo sangue, avremo in dono la vita eterna. In questa serata, così suggestiva ed importante per tutto il mondo cristiano, la liturgia prevede la celebrazione della messa “ In Coena Domini”, durante la quale vengono ricordati e contemplati i momenti salienti della cena dell’amore, in modo particolare quello della lavanda dei piedi, quando cioè Gesù chinandosi a lavare i piedi dei discepoli insegnò loro la via dell’umiltà e del servizio verso i fratelli. Terminata la sacra funzione, mentre il sacerdote unitamente all’assemblea intona il canto eucaristico “Pange Lingua”, il Pane Eucaristico viene riposto nel Ciborio dell’Altare, adornato di fiori e drappi finemente ricamati, e lì vi rimarrà solennemente esposto fino alle ore 15 del giorno successivo, quando la comunità sarà chiamata nuovamente a radunarsi per ricordare e rinnovare il sacrificio del Calvario. Una volta conclusa la solenne celebrazione in Cattedrale, l’intera città di Gallipoli si riversa per i crocicchi del centro storico andando a visitare, nelle varie chiese e oratori confraternali, gli Altari della Reposizione per adorare Gesù sacramentato. Inoltre girovagando per le tortuose stradine è facile imbattersi nel passaggio delle varie confraternite locali; Il loro arrivo è preannunciato dal suono lamentoso di una tromba, seguito dal tamburo mormorante e dallo stridio della troccola, suoni che riscaldono i cuori dei devoti, affascinati dal pathos suscitato loro dagli “incappucciati” che con passo lento e salmodiando si recano processionalmente nei vari oratori per un momento di adorazione a Gesù Eucaristia. Ogni sodalizio partecipa al pio pellegrinaggio con il proprio abito di rito e i propri simboli, con il cappuccio completamente abbassato sul volto in segno di umiltà e di anonimato, perpetuando così una tradizione secolare. I cortei processionali si interrompono solo ad ora tarda fino al mattino seguente, quando altre confraternite effettueranno il loro devoto pellegrinaggio per contemplare e adorare il Mistero Eucaristico.

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Confraternita di Maria S.S. del Monte Carmelo e della Misericordia.

La confraternita, durante il pio pellegrinaggio agli Altari della Reposizione, nella sera del Giovedì Santo, indossa l’antico abito della Misericordia completo di cappello e bordone da pellegrino, privilegio concesso al sodalizio con bolla vescovile del 28 marzo del 1772.

Ceto sociale di appartenenza: artigiani e nobili.


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Confraternita del S.S. Sacramento (Sacro Cuore)

I confratelli di questo sodalizio vestone sacco e guanti di color bianco, mentre il cingolo e la mozzetta sono di color rosso.

Ceto sociale di appartenenza: … .


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Confraternita S. Maria della Neve o Cassopo (Santu Patre)

Li “cassobbi”, come comunemente chiamati dal popolino, nel tempo ordinario indossano l’abito di rito dal cappuccio e saio di color azzurrino, cingolo, mozzetta e guanti di color rosso-granata, mentre nella sera del Giovedì Santo per antica concessione l’abito è integrato dal cappello e bordone da pellegrino.

Ceto sociale di appartenenza: fabbri ferrai.



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Confraternita Santa Maria del Rosario

L’abito di questa confraternita è molto simile a quello dell’ordine dei Padri Domenicani. I confratelli vestono perciò sacco, guanti e cappuccio di color avorio; inoltre anzichè il tradizionale cingolo, portano ai fianchi una lunga corona del Santo Rosario, mentre la mozzetta è di color nero con il classico bavero bianco attorno al collo tipico dell’ordine Domenicano.

Ceto sociale di appartenenza: sarti.



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Confraternita di San Giuseppe e della Buona Morte

Alle processioni i confratelli di questo sodalizio indossano saio, cappuccio e guanti di color bianco, cingolo viola e mozzetta gialla con orlatura violacea.

Ceto sociale di appartenenza: falegnami.




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Confraternita SS. Trinità e Anime del Purgatorio

Nella mattinata del Venerdì Santo i confratelli durante il tradizionale rito della visita ai “sepolcri” indossano l’abito di rito composto dal saio e cappuccio di color rosso, cingolo e mozzetta color cenere. Inoltre, per antica concessione, aggiungono all’abito il cappello e il bordone da pellegrino.

Ceto sociale di appartenenza: nobili.

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Confraternita dell’Immacolata

I confratelli di questa confraternita vestono sacco, cappuccio e guanti color marrone, cingolo di color bianco e mozzetta color celeste.

Ceto sociale di appartenenza: muratori.


a cura di Cosimo Spinola

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Il Venerdì Santo

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“…All’ora nona, Gesù esclamò a gran voce: Eloì, Eloì, lamà sabactanì, che si traduce: Dio mio Dio mio, perché mi hai abbandonato? Allora alcuni dei presenti, uditolo, dicevano: Ecco invoca Elia. Un tale corse ad inzuppare una spugna di aceto, la pose su una canna e gli dava da bere, dicendo: Lasciate, vediamo se viene Elia a tirarlo giù. Ma Gesù, emesso un forte grido, spirò…” Mc 15 34, 37

All’ora nona del Venerdì Santo, la Chiesa Cattolica ricorda e commemora la passione e morte del Signore nostro Gesù Cristo. Infatti alle 15 in punto, anche se l’orario può essere posticipato di qualche ora essendo ciò permesso dall’autorità ecclesiastica, tutte le comunità parrocchiali si radunano per celebrare l’azione liturgica del Venerdì Santo. Questa celebrazione un tempo veniva denominata dai nostri antenati la Messa Sciarrata, in quanto in questa giornata la liturgia non prevede la consacrazione delle specie eucaristiche, ma vengono solitamente utilizzate, per la condivisione del Pane Eucaristico, le particole consacrate la sera del Giovedì Santo. L’azione liturgica raggiunge momenti di grande commozione e di profonda devozione quando il sacerdote, abbracciando la Santa Croce di Cristo, invita tutta l’assemblea dei fedeli a prostrarsi in profondo raccoglimento dinanzi ad essa, adorando le sacre piaghe del Signore, margherite preziose di carità, dalle quali noi tutti siamo stati guariti. Terminata la sacra funzione liturgica, una moltitudine immensa comincia ad affollare il Bastione di San Domenico, antistante la Chiesa del S.S. Crocefisso, in attesa dell’uscita della processione dei Misteri e della Tomba di Cristo morto (denominata dal popolo Urnia). Intorno alle ore 18.00 circa, ecco giungere finalmente il momento tanto atteso: le due porticine, dell’antica chiesa dei bottai, vengono aperte dagli organizzatori e il confratello troccolante, battendo la troccola, annuncia ai numerosi fedeli presenti l’uscita della processione. Quindi spuntano i quattro lampioni, stretti fra i guanti rossi degli incappucciati coronati di spine, seguiti dalla simbolica Croce dei misteri e dalle numerose coppie di confratelli della confraternita del S.S. Crocefisso che lentamente danno inizio al mesto pellegrinaggio. Essi indossano il saio rosso, simbolo della passione di Cristo, la mozzetta color turchese e il cappuccio completamente abbassato sul volto, trattenuto da simboliche corone di spine, privilegio questo concesso alla confraternita, sin dall’atto della sua fondazione, in quanto devoti ab immemorabili della Santa Passione di Cristo. Fra le numerose fila dei confratelli sono inserite le statue dei Sacri Misteri, che rappresentano i misteri dolorosi della Passione di Cristo: Gesù in preghiera nell’orto del Getsemani, Cristo flagellato alla colonna, Gesù coronato di spine, Cristo caricato della pesante croce, Gesù crocifisso sul monte Calvario, tutte opere di recente realizzazione, tranne il quinto mistero che è un’ opera in cartapesta risalente al ‘700. Inoltre fra le coppie di confratelli si notano alcune figure di penitenti: i crociferi, che a piedi scalzi portano in spalla una pesante croce e i flagellanti che si percuotono simbolicamente con la “tisciplina”. L’atmosfera è surreale, il sole ormai tende a scomparire all’orizzonte del nostro azzurro mare, quando improvvisamente si ode un rullio di tamburi,comincia ad essere eseguita la marcia funebre “Stefanelli” e dal vicolo antistante ecco apparire  l’Urnia, la tomba, il mistero cioè  della deposizione del Cristo dalla croce; un fremito avvolge il cuore dei presenti, nessun rumore, nessuna distrazione, ma solo tanta fede e tanto raccoglimento, mentre il volto dei nostri anziani,ripensando al martirio del Golgota, si vela di pianto. Subito dopo seguono i confratelli del sodalizio di S. Maria degli Angeli che, indossando il loro abito di rito di color bianco, accompagnano processionalmente il simulacro di Maria Addolorata, attorniato da numerosi fedeli che si apprestano a seguire il corteo processionale recitando preghiere, intervallate da canti penitenziali in onore della Vergine Santissima. La lunga processione “Te l’Urnia” attua una breve sosta in Cattedrale, alla presenza del Vescovo Diocesano; mentre le Statue dei Misteri avanzano lentamente lungo il corridoio della Basilica, ecco già apparire nei pressi dell’antico portale della Cattedrale la pesante Tomba, che sarà accolta in Chiesa dai fedeli con il canto Vexilla Regis”. Subito dopo varca il portone l’antica statua di Maria Addolorata, accolta dai fedeli con il canto dello “Stabat Mater”. Quindi la processione riprende il suo lento peregrinare per le strade della città nuova, per poi rientrare a notte fonda nel centro storico dove saranno attraversate le tortuose stradine “Te Tramuntana”, i crocicchi cioè che si trovano situati nella parte Nord della città vecchia. Intanto centinaia di fedeli si radunano in Via Antonietta De Pace per assistere alla “Saluta te la chiazza”: i confratelli si dispongono in tre per fila, le sacre statue dei Misteri vengono allineate l’una dietro l’altra e molto lentamente attraversano la civica piazza, nel silenzio più assoluto, mentre il concerto bandistico esegue L’inno “Cristo è morto”, di proprietà esclusiva della confraternita dei bottai. Il corteo processionale lentamente si dirige verso il Bastione di San Domenico, antistante le due chiese confraternali, dove il Parroco, dopo una breve omelia, impartisce la benedizione con la reliquia del Sacro Legno della Croce. Dopodichè, a processione ultimata, ai confratelli ed ai “caricatori” (devoti che hanno portato in spalla le pesanti statue) delle due confraternite vengono distribuite le tradizionali “Pagnotte” (panini conditi con tonno e capperi) per trascorrere insieme un momento di convivialità e rinfrancarsi dalla fatica sostenuta.

a cura di Cosimo Spinola

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Confraternita del S.S. Crocefisso

I confratelli nel tempo ordinario partecipano alle processioni indossando il saio, cappuccio e guanti di color rosso, cingolo blu e mozzetta celeste. Durante la processione del Venerdì Santo, per antico privilegio, il cappuccio è trattenuto da simboliche corone di spine.

Ceto sociale di appartenenza: bottai.



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Confraternita di S. Maria degli Angeli

I confratelli vestono sacco, cappuccio e guanti di color bianco, cingolo azzurro e mozzetta azzurra con orlatura dorata.

Ceto sociale di appartenenza: pescatori e giardinieri.




Confratelli

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Statue Misteri

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Urnia

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Il Sabato Santo

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“ C’era un uomo di nome Giuseppe, membro del Sinedrio, uomo giusto e buono…Egli si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lo depose dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo mise in un sepolcro, scavato nella roccia, dove non era stato posto ancora nessuno. Era la vigilia di Pasqua, e già cominciava a sorgere il sabato..” Lc 23 50..54

Nella giornata del Sabato Santo, la Chiesa Cattolica commemora la deposizione del sacro corpo di Gesù nel sepolcro, in attesa della resurrezione; quindi la liturgia non prevede alcuna celebrazione   mentre i fedeli, nell’attesa della Veglia Pasquale, sono invitati a trascorrere le ore del Sabato nella preghiera e nella meditazione. Nella nostra bella Gallipoli, tradizione vuole che all’alba di questa giornata così particolare la confraternita di Maria S.S. della Purità organizzi la processione “ Te La Matonna te la Croce”. Sin dalle ore 3,00 del mattino, quindi, Largo della Purità è affollato di devoti che, nonostante l’ora scomoda, attendono con trepidazione l’uscita della processione; pochi minuti di attesa e finalmente si ode lo squillo lacerante della tromba, seguito dal cupo rullio del tamburo, alternato dallo stridìo della troccola, che rompendo il silenzio della notte preannunciano l’uscita del corteo processionale. Infatti ecco spuntare dal portale dell’antica sagrestia dell’oratorio dei Vastasi (termine che un tempo indicava la categoria professionale degli scaricatori del porto, a cui il sodalizio era associato) il Gonfalone della confraternita, seguito dalla simbolica croce dei misteri e da numerose coppie di confratelli dall’abito di rito color bianco e dalla mozzetta color giallo – paglierino. Mentre gli “incappucciati” cominciano il loro silenzioso peregrinare per le tortuose stradine, già appare alla vista dei fedeli la statua del Cristo Morto, adagiato in una tomba d’oro zecchino, portato in spalla dai Fratelli della Bara, a cui seguono altre coppie di confratelli. Mentre la processione si snoda lentamente, finalmente giunge il momento tanto atteso dai fedeli: dal portone della sagrestia appare il meraviglioso simulacro di Maria Desolata, dal volto intriso di profondo dolore. Una sincera commozione invade l’animo dei fedeli che, senza esitare, seguono devotamente il pellegrinaggio recitando salmi penitenziali e intonando canti in onore dei dolori di Maria. Al passaggio della processione non vi è abitazione che non spalanchi le proprie finestre, non vi è madre che, svegliando e abbracciando i suoi piccoli ,non inviti loro ad omaggiare la Vergine Santissima, mentre il pio pellegrinaggio, dopo una breve sosta nel monastero delle suore carmelitane, si dirige verso il Centro nuovo fino a raggiungere le zone periferiche della città. A giorno ormai inoltrato, la processione rientra fra le antiche mura della città, mentre una folla immensa attende, nei pressi della banchina del porto mercantile, l’approssimarsi della processione sulla cinta muraria. All’arrivo sul Bastione della Bombarda del pregevole simulacro di Maria Desolata, le sirene dei navigli omaggiano con il loro suono festoso la Vergine Santissima; subito dopo il sacerdote, dopo una breve omelia, impartisce la santa benedizione con la reliquia del sacro Legno della Croce ai marinai e a tutti i fedeli presenti, tra il giubilo e la contentezza generale. Dopo questo momento molto toccante e significativo, la confraternita riprende il suo lento pellegrinaggio fra i meandri del centro storico, ultimando così l’ultima parte della lunga processione che si concluderà nei pressi del piazzale antistante la Chiesa di Santa Maria della Purità, dove il simulacro del Cristo Morto si unirà a quello della Madre Dolente, in un abbraccio simbolico d’amore. Dopo la consueta benedizione del sacerdote, i simulacri molto lentamente rientrano in Chiesa mentre lo sguardo dei devoti, ancora assorto, fissa incessantemente quella Tomba dove vi è racchiuso il corpo del nostro Redentore, con la sicura speranza e l’assoluta certezza che ormai la morte ha le ore contate e molto presto la luce della resurrezione squarcerà le tenebre del peccato.

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Confraternita di S. Maria della Purità

I confratelli di questo sodalizio vestono saccu, cappuccio e guanti di color bianco, mozzetta giallo paglierino con orlatura rossa e cingolo rosso.

Ceto sociale di appartenenza: scaricatori di porto (vastasi).


a cura di Cosimo Spinola

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{tab=Pasqua}

Pasqua di Resurrezione

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“…L’angelo disse alle donne: Non temete! So che cercate Gesù crocifisso; non è qui: è risorto, come aveva detto. Orsù, osservate il luogo dove giaceva. E ora andate e dite ai suoi discepoli che egli è risorto dai morti e vi precede in Galilea; là lo vedrete. Ecco, ve l’ho detto. Esse subito lasciarono il sepolcro e, piene di gran timore e di grande gioia insieme, corsero a portare l’annuncio ai suoi discepoli..” Mt 28 5..8

Nel giorno della solennità della Santa Pasqua, La Chiesa celebra la risurrezione di Gesù dai morti, evento cardine che alimenta la fede e la speranza di ogni cristiano, in quanto con la sua resurrezione Gesù ha distrutto le catene della morte donandoci la vera vita. Il peccato è stato cancellato e gli uomini possono così rinascere a nuova vita, con la sicura speranza che Cristo non abbandonerà i suoi discepoli nel pianto e chi condivide la croce del Signore non potrà non partecipare anche alla sua gloriosa risurrezione. Sin dalle ore 23.00 del Sabato Santo, la comunità cristiana si raduna nelle varie parrocchie di appartenenza per partecipare ad una veglia di preghiera, che si concluderà intorno alla mezzanotte con lo scampanio delle campane che indicano la vittoria della luce sulle tenebre e l’imminente inizio della celebrazione liturgica, memoriale della Pasqua del Signore. Al termine della sacra funzione, i fedeli sono soliti scambiarsi gli auguri “Te BBona Pasca”, in un clima di grande contentezza e giubilo. Intanto per le vie della nostra città si vedono comparire gruppi di giovani, che con chitarre al seguito si recano nelle case di parenti ed amici per la raccolta delle uova, intonando antichi versi in rima che hanno come unico tema proprio le uova. Le allegre comitive sostano sull’uscio delle case visitate, intonando gli stornelli mediante i quali esorteranno, quasi insistentemente, gli amici o compari a svegliarsi e donare loro le uova, che saranno poi utilizzate per la preparazione te lu Spazzatu (impasto di uova, formaggio, pan grattato e spezzatino di agnello), piatto principe del pranzo pasquale. Generalmente in questo giorno festivo l’intero nucleo familiare è solito riunirsi per il pranzo, dove al termine del quale verranno distribuiti i Caddhuzzi (dolce pasquale dalla forma tipica del gallo) ai piccoli maschietti e le Pupe (dolce pasquale dalla forma di una bambola) alle femminucce.

Alcuni versi della raccolta delle uova:


– Cumpare Pici essi qua fore … … … … … ca si’ chiamatu te lu Signore.

– Nù te girare te l’addhu latu … … … … … ca Gesu Cristu è risuscitatu.

– Nù nde nde sciamu mancu ci chiove … … … … … ci nu’ nde tai ‘na cocchia t’ove.

– Na bona sera ‘na bona matina … … … … … nde tai love te la caddhina.

– Na bona sera ‘na bona Pasca … … … … … nde tai l’ove te la puddhascia.

– Nui sta’ banimu mo’ tappa tappa … … … … … ca imu struttu la sola te la scarpa.

– Nui sta’ banimu mo’ te l’Uscentu … … … … … ci nu’ su’ mille su’ cinquecentu.


Mentre qualcuno è ben lieto di esaudire la richiesta, qualcun’altro è stanco e preferirebbe non aprire, ma alla fine cede. Ce sempre però qualcuno che ancora non gradisce e getta le uova addosso ai divertiti gruppi di amici. Non manca poi qualche amico, che non si limita a donare le uova, ma invita la comitiva ad entrare in casa a mangiare o a bere qualcosa e a scambiarsi gli auguri.

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Festività

festivitaNon c’é giorno più importante e aspettato del giorno festivo. Sono tanti i giorni nell’arco dell’anno solare che rappresentano una festività, ma oltre alle Festività Fisse ci sono anche quelle Movibili, determinate da vari aspetti: lune, maree, domeniche ecc..

{tab=Festività del mese}

{slide=GENNAIO}

1: Capodanno

6: Epifania

17: Sant’Antonio “te lu porcu”

20: San Sebastiano

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{slide= FEBBRAIO}

2: Candalora

5: Sant’Agata

14: San Valentino

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{slide= MARZO}

8: Festa Delle Donne

19: San Giuseppe

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{slide= APRILE}

25: Festa Della Liberazione

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{slide= MAGGIO}

1: San Giuseppe Lavoratore

22: Santa Rita da Cascia

31: Madonna dei Fiori,Visitazione

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{slide= GIUGNO}

2: Festa della Repubblica

13: Sant’Antonio te Padova

21: San Luigi Gonzaga

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{slide= LUGLIO}

2: Madonna del Canneto

16: Madonna del Carmine

24: Santa Cristina

26: Sant’Anna

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{slide= AGOSTO}

5: Madonna della Neve o Cassopu

15: Madonna degli Angeli

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{slide= SETTEMBRE}

26: Santi Medici Cosma e Damiano

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{slide= OTTOBRE}

4: San Francesco d’Assisi

7: Madonna del Rosario

15: Santa Teresa Matre

22: Madonna della Purità

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{slide= NOVEMBRE}

1: Tutti li Santi

2: Tutti li Morti

11: Santu Martinu

22: Santa Cecilia

30: Sant’Andrea

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{slide= DICEMBRE}

8: Immacolata

13: Santa Lucia

25: Natale

26: Santo Stefano

31: San Silvestro

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{tab=Festività Fisse}

{slide=1 gennaio: Capodanno}

Appena entrato si sparano i pupi su tutte le piazze.

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{slide=6 gennaio: Epifania}

L’Epifania è una festa cristiana che cade il 6 gennaio, cioè dodici giorni dopo il Natale. Il suo significato, dalla parola greca epifaneia, è “manifestazione”, “apparizione”, “venuta”, “presenza divina” e nella tradizione cristiana assume il significato del primo manifestarsi, ai Re Magi e al mondo intero, dell’umanità e divinità di Gesù Cristo. Nella tradizione cristiana i Magi sono astrologi e sacerdoti zoroastriani (una religione dell’Iran antico) i quali, secondo il Vangelo di Matteo (2,1-12), seguendo “il suo astro” giunsero da Oriente a Gerusalemme  per adorare il bambino Gesù, il “re dei Giudei” che era nato. Alcuni vangeli sinottici ne riportano i nomi: Melchiorre, Baldassarre  e Gaspare. La stella cometa che guida i Re Magi ha un significato simbolico: rappresenta il Messia atteso dagli ebrei nel Vecchio testamento. Sono state tentate anche divere interpretazioni astronomiche.

Le tradizioni popolari hanno trasformato l’origine religiosa della ricorrenza in fenomeno di costume, combinando simboli e tradizioni di origini diverse: scambio di doni, feste popolari, ecc., tra cui la tradizione dei regali ai bambini (nella calza), soprattutto nei paesi di tradizione cattolica. In Italia, i doni sono portati dalla Befana (impersonificata da una vecchia brutta ma buona, legata secondo la tradizione all’adorazione dei Magi). In Spagna, invece, i regali sono portati dai Re Magi.

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{slide=17 gennaio: Sant’Antonio “te lu porcu”}

Il 17 Gennaio pv la Chiesa ricorderà la memoria della festività liturgica di Sant’Antonio Abate, chiamato anche, dal popolo salentino, “Te lu focu” per via dell’usanza di accendere dei grossi falò (Focara) la sera della festa dedicata al Santo.

La devozione salentina verso il Santo eremita, risale alla notte dei tempi; basti pensare alla città di Novoli, dove Sant’Antonio è patrono, ma anche a Gallipoli il nostro santo, fondatore della spiritualità monastica, era molto venerato. Forse non tutti sanno che, fino a qualche secolo fa, vi era una chiesa, nei meandri del centro storico gallipolino, intitolata al santo degli animali, gestita dall’omonima confraternita di laici, che ne diffondeva il culto.

Inoltre, come accennato sopra, proprio la sera del diciassette di Gennaio vi era la consuetudine a Gallipoli di accendere dei grossi falò (focareddhre), preparati con le “sarcene”, le quali fascine venivano sistemate con cura e meticolosità. Quest’ usanza è molto antica, risale ad una credenza pagana, poi cristianizzata, che il fuoco fosse un elemento purificatore e che quindi attraverso il fuoco la comunità avesse la possibilità di purificarsi dal peccato, aprendosi a nuova vita.

In quest’occasione il centro storico di Gallipoli si trasformava!! sorgevano focareddhre in ogni crocicchio, la gente del vicinato si radunava intorno al falò più vicino, riscaldandosi dal rigore invernale, mentre allegre vecchiette intonavano canzoni popolari, al ritmo del tamburello, facendo ballare e ridere di gioia grandi e piccini; intanto per le stradine comparivano spontaneamente i primi gruppi mascherati che, con la loro allegria, rendevano più gioiosa la serata. Qualcuno si chiederà il perchè della presenza delle maschere intorno alle “focareddhre te Sant’Antoni“!! il tutto aveva un filo logico, in quanto proprio nella sera del diciassette di Gennaio si dava il via al carnevale, il periodo più gaio e spensierato dell’anno, fatto di festini privati e scherzi organizzati per le strade al passaggio delle maschere, che si sarebbe poi concluso la sera del martedì grasso, quando, allo scoccare della mezzanotte, il campanone dell’antico monastero francescano avrebbe annunziato a tutti l’approssimarsi delle meste giornate quaresimali. Poi, con il passare del tempo, purtroppo, le abitudini sociali sono cambiate, molti residenti del centro storico si sono trasferiti in altre zone e le focareddhre nel centro storico sono state vietate; infatti le istituzioni locali hanno dato il placet, ad un comitato apposito, di organizzare una sola focara, nel centro nuovo della città, ma, a malincuore, devo sottolineare che questa iniziativa non ha mai riscontrato successo, perchè, credo, sia stata troppo commercializzata e normativizzata, facendo perdere all’evento molta della sua spontaneità.

Oggi non si odono più le voci allegre delle maschere e le lingue di fuoco delle focareddhre, che illuminavano il cielo plumbeo di Gennaio, non riscaldano più i nostri anziani; di chi sarà la colpa? non so.. forse non è la sede più opportuna questa per parlarne, ma una cosa è certa!! quando un popolo permette, al fluire del tempo, di cancellare la propria memoria storica, andrà sicuramente incontro alla perdita della sua identità.

a cura di Cosimo Spinola


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{slide=20 gennaio: San Sebastiano con le frecce in mano}

Sebastiano nasce intorno al 256 d.c a Milano, da una famiglia cristiana, che lo educa  all’esercizio del perdono e della carità, in piena confomità ai principi evangelici. Il nostro Santo intraprende molto presto la carriera militare, distinguendosi per  coraggio e senso di lealtà verso le istituzioni civili imperiali, tanto da essere trasferito a Roma, con la nomina di comandante della prima coorte della prima legione, a servizio dell’Imperatore Diocleziano.

Sebastiano, nonostante vivesse in un ambiente pagano,dove le abitudine e i riti dei Gentili erano la norma,non dimenticò mai la sua fede verso Cristo e la sua Parola, prodigandosi, senza sosta, nell’aiutare i cristiani perseguitati da Diocleziano.

Egli si distinse tanto, nell’esercizio della carità, da attirare le attenzioni dell’Imperatore, che venne così a conoscenza della sua fede verso il Dio dei cristiani; immediatamente Diocleziano ordinò a Sebastiano di rinnegare la sua fede ed aderire al culto pagano, ma il Santo non si fece intimidire e giurò fedeltà eterna a Gesù Cristo, in quanto solo nella sua Parola vi è la verità e la via che conduce  alla vita eterna.

Diocleziano sentendosi tradito, ordinò la condanna a morte dell’ufficiale romano, il quale, legato ad un palo, fu trafitto da numerose freccie; in seguito il suo corpo martoriato fu seppellito nelle catacombe che oggi vengono appunto dette “di San Sebastiano“. La sua festa liturgica ricorre il 20 di Gennaio e , nella nostra città bella, la devozione verso questo Santo è stata da sempre molto sentita, tanto da essere consacrato, nei secoli scorsi, patrono della città e protettore in particolar modo del Comune e degli uffici pubblici, insieme alla vergine catanese Agata. Molto suggestiva, da vedere assolutamente, è la processione organizzata nella vigilia della sua festa, dove il Santo, protettore della polizia municipale, viene portato in processione per le vie della città vecchia, accompagnato da tutti i sodalizi confraternali della città. Da notare che la statua di San Sebastiano,un busto in argento con profili in oro,viene portato in processione accompagnato dalla statua,anch’essa in argento,di Sant’Agata ed è un emozione unica vedere le statue ,dei due santi patroni della città, per i meandri della città vecchia, tra preghiere e intenso raccoglimento da parte dei fedeli. Il giorno della festività, infine, vi è  in cattedrale il solenne pontificale celebrato dal Vescovo della nostra diocesi, dove al termine del quale, al canto del Te Deum, il Santo viene portato in spalla, lungo le due navate della Chiesa, da quattro vigili urbani, rispettando e perpetuando così un’antica tradizione.

a cura di Cosimo Spinola

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{slide=2 febbraio: Candelora}

Il due Febbraio la Chiesa Cattolica ricorda la memoria della festività liturgica della presentazione di Gesù al tempio, celebrata dalla Liturgia esattamente quaranta giorni dopo il Santo Natale.

Questa festività  ricorda l’usanza ebraica di presentare, ai sacerdoti del tempio di Gerusalemme, quaranta giorni dopo la nascita, i figli maschi, mentre la madre, ritenuta impura a causa del parto, sempre in quell’occasione, tornava ad essere una donna purificata. Quindi anche la Santa Famiglia, rispettosa delle leggi e consuetudini ebraiche, si presentò al Tempio, ma in quell’occasione avvenne qualcosa di veramente straordinario: un vecchio anziano del tempio, di nome Simeone, uomo saggio e profondo conoscitore della Sacre Scritture, alla vista del neonato, riconobbe in lui il Messia, tanto atteso dal popolo d’Israele, lo definì “Luce Divina giunta per illuminare le genti” e prostratosi lo adorò. Questa memoria liturgica viene chiamata anche, nell’ambito della religiosità popolare, la festa della “candelora“, per via dell’usanza di benedire le candele durante la celebrazione eucaristica.

Le candele,infatti,simboleggiano la luce e richiamano proprio le parole di Simeone, che proclamò il piccolo Gesù il Messia, l’inviato dal Padre proprio per essere “luce che illumina le genti”, destinato a sconfiggere definitivamente le tenebre del peccato e della morte. Infine è doveroso ricordare che, sempre durante questa solennità, le famiglie gallipoline, almeno fino a qualche tempo fa,avevano la consuetudine, nell’intimo delle proprie case, di “Llavare lu Bambinieddru te lu Bbrasepiu“, rispettando così antiche tradizioni e precisi riferimenti liturgici.

Purtroppo oggi, quest’usanza,pian piano sta scomparendo, il consumismo prevale sui riti sacri,tanto è vero che finita la baldoria commerciale natalizia,immediatamente lucette, alberi di Natale e statuine dei presepi vengono riposte nei scaffali, in barba alla sacralità delle ricorrenze religiose tramandate dai nostri avi.

a cura di Cosimo Spinola

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{slide=5 febbraio: Sant’Agata}

La città di Gallipoli sin dai tempi remoti, precisamente da quando furono ritrovate, fra le dune delle sue spiaggie, i resti mortali della sacra mammella, ha venerato Sant’Agata, morta martire nel terzo secolo in seguito alle persecuzioni del proconsole romano Quinziano, come protettrice della città e della Chiesa locale in particolare; Il ritrovamento della sacra reliquia si perde nella notte dei tempi e la sua reale vicenda storica, come spesso accade,si interseca indissolubilmente con la leggenda popolare. Si narra infatti che l’8 agosto del 1126 sant’Agata apparve in sogno a una donna, che si era addormentata dopo aver lavato i panni nella spiaggia della Purità a Gallipoli, e avvertì che il suo bambino stringeva qualcosa tra le labbra:era la mammella della Santa.La donna si svegliò e ne ebbe conferma, ma non riuscì a convincerlo ad aprire la bocca. Tentò a lungo: poi, in preda alla disperazione, si rivolse al vescovo, che celermente giunse nella spiaggia insieme ad altri ecclesiastici.Il prelato recitò le litanie dei Santi fino a quando, pronunciato il nome della vergine Catanese, il bimbo aprì la bocca. Da essa venne fuori una mammella, evidentemente quella di sant’Agata. La reliquia rimase a Gallipoli, nella Basilica Concattedrale di Sant’Agata, dal 1126 al 1389, fino a quando il principe Del Balzo Orsini,in seguito ad un atto furtivo, la trasferì a Galatina, dove fece costruire la chiesa di Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto, nella quale la sacra reliquia è ancora oggi custodita. Nonostante l’illecito, perpetrato ai danni dei fedeli gallipolini,la città non ha mai dimenticato l’intenso amore e la grande devozione verso la giovane Agata, imitandola nella testimonianza incessante del Vangelo, vera fonte di vita eterna. Molti, infatti, sono stati i Vescovi che,nel corso dei secoli, hanno commissionato ,in onore della Santa Protettrice,a talentuosi artisti locali, vere opere d’arte: basti pensare alla meravigliosa Cattedrale,che sul finire del’600 fu intitolata alla giovane martire,oppure alle tele settecentesche di Giovanni Andrea Coppola, raffiguranti il martirio di Sant’Agata, che impreziosiscono ulteriormente la Cattedrale stessa. Inoltre non possiamo non ricordare sia il busto in argento della Santa,con profili in oro,  ancora oggi portato in processione la vigilia della sua ricorrenza liturgica, sia il “Tesoro di Sant’Agata”,un insieme cioè di calici, reliquiari, suppellettili e vari oggetti preziosi custoditi gelosamente nelle stanze dell’attuale museo diocesano. Da non dimenticare infine i numerosi inni e canti liturgici,composti da valenti musicisti locali, che ancora oggi vengono eseguiti il giorno della sua memoria liturgica,cioè il cinque di Febbraio. Fra questi va ricordato il cosidetto “Stans“, un’ antifona in latino che, con una melodia struggente, ripercorre gli ultimi istanti della vita della Santa,chiusa in carcere, prima della sua uccisione.

a cura di Cosimo Spinola

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{slide=14 febbraio: San Valentino}

Festa degli innamorati

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{slide=8 marzo: Festa Delle Donne}

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{slide=19 marzo: San Giuseppe}

Festa del papà

La solennità di San Giuseppe, ricorrendo il 19 marzo, é l’unica festività celebrata dalla comunità ecclesiale in tutto il periodo quaresimale. Infatti, nonostante si sia ormai nel bel mezzo della Quaresima, questa festa viene preceduta dalla solenne novena, durante la quale vengono professati i Novizi della Confraternità omonima e, il giorno della vigilia, dalla processione che, come accennato, assume un tono festoso e quindi completamente differente da tutti i riti e le altre processioni del periodo. Essa é aperta dal pennone della confraternita e dalla Croce come nel tempo ordinario e chiusa dalla banda che con le sue marce allegre e festose fa dimenticare le astinenze e le contrizioni quaresimali. Questo stesso giorno é molto sentito dalla nostra gente anche nell’ambito del profano. Come non ricordare l’omino che percorreva con un carretto le viuzze e le stradine del centro storico vendendo ai più piccoli i campanelli di terracotta la cui simbologia é forse da ricercare nell’approssimarsi della primavera: il festoso frastuono dei campanelli é un invito a svegliarci dal torpore invernale e tuffarci in questa stagione in cui tutto si ridesta e si rinnova. Impresso nella memoria di tutti i fanciulli di qualche tempo fa é rimasto infatti il caratteristico ritornello usato dal venditore ambulante in questa circostanza:

chiangiti piccinnieddhi ca su ‘rrivati li campanieddhi“.

La tradizione vuole che a mezzogiorno si pranzi con pasta e ceci (ciciri e tria), e come dolcele tradizionali zeppole.

a cura di Cosimo Spinola

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{slide=25 aprile: Festa Della Liberazione}

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{slide=1 maggio: San Giuseppe Lavoratore}

Festa dei lavoratori

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{slide=22 maggio: Santa Rita da Cascia}

Rita nasce  a Roccaporena, una frazione di Cascia (PG),nel 1371 da Antonio Lotti e Amata Ferri, entrambi molto religiosi, che le impartirono un’educazione improntata sui Valori Cristiani, tanto che sin da piccola nutrì il desiderio di consacrarsi a Cristo, ma i genitori la indirizzarono verso il matrimonio. Così, intorno al quindicesimo anno di età, sposò Paolo Mancini, uomo di nobile stirpe e dall’indole orgogliosa ed autoritaria, dal quale ebbe due figli.

La nostra Santa, per ben diciotto anni di vita coniugale, si dedicò totalmente alla sua famiglia, impartendo ai figli un’educazione religiosa e suscitando una conversione nel cuore del marito riavvicinandolo alla fede, ma ben presto la tranquilla vita coniugale fu sconvolta dall’assassinio del marito Paolo, ucciso da alcuni suoi amici a causa di alcuni rancori mai sopiti.

Rita, credente fino in fondo, perdonò gli assassini di suo marito ma si angosciò profondamente quando capì che i suoi figli ardevano dal desiderio della vendetta. Si affidò allora alla preghiera, auspicando addirittura la loro morte fisica piuttosto che vederli responsabili di un omicidio che li avrebbe resi schiavi dell’odio e della violenza, sentimenti che inevitabilmente conducono alla morte spirituale. Poco tempo dopo i due ragazzi si ammalarono contemporaneamente ed entambi morirono. Rimasta sola, Rita si consacrò totalmente a Dio entrando nell’ordine agostiniano, dove visse in santità e letizia fino al giorno della sua morte, avvenuta il 22 Maggio del 1457.

La vita religiosa della Santa era caratterizzata dalla preghiera più fervente e da un’intensa vita contemplativa, dove riusciva a cogliere e ad assaporare la dolcezza dell’Amore di Cristo, che inevitabilmente trasformava il suo animo rendendola “Alter Christi”. Basti pensare che la sera di un Venerdì Santo, dopo la predica di Fra’ Giacomo della Marca, mentre era in profondo raccoglimento dinanzi ad un Crocifisso, meditando sui dolori della sua Passione, ricevette una spina dalla corona di Cristo conficcata sulla fronte, segno di una profonda unione sponsale, ormai instauratisi, tra Rita e Cristo suo sposo. Rita, dopo la sua canonizzazione, è stata sin da subito amata e venerata da una moltitudine di fedeli, sparsi in ogni dove, e ancora oggi il tempio, nel piccolo paesino umbro di Cascia, dove riposano le sue spoglie mortali, è visitato ogni anno da migliaia di devoti, che impetrano  la sua intercessione per ogni tipo di grazia spirituale e corporale.

Nella nostra Gallipoli la devozione verso la Santa dei casi disperati ed impossibili” è molto diffusa, ed una associazione di laici ne cura il culto nel piccolo Santuario di Santa Maria del Canneto. Infatti nel giorno della vigilia della sua festa liturgica vi è la processione, con il simulacro della Santa, per le vie della città, dove durante il pio pellegrinaggio vengono recitati inni e preghiere in onore di Rita, mentre nel giorno della sua memoria liturgica vi è, nel piccolo Santuario, la solenne celebrazione liturgica e la consueta benedizione delle rose, fiore da sempre dedicato alla nostra Santa.

a cura di Cosimo Spinola

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{slide=31 maggio: Madonna dei Fiori e la Visitazione}

Dalla Chiesa del Canneto esce la processione della statua della Visitazione: “Matonna a doi”.

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{slide=2 giugno: Festa della Repubblica}

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{slide=13 giugno: Sant’Antonio te Padova}

Programma di festeggiamenti religiosi e concerti

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{slide=21 giugno: San Luigi Gonzaga}

Luigi Gonzaga nacque nel castello di famiglia a Castiglione delle Stiviere in provincia di Mantova.

Primogenito del marchese Ferrante Gonzaga e di Marta dei conti Tana di Chieri, essendo destinato al titolo di marchese, fin dalla prima infanzia fu educato alla vita militare. Nonostante l’educazione militare ricevuta, tuttavia, Luigi avvertì dentro di sè un irrefrenabile desiderio a consacrare totalmente la sua vita al Signore, tanto da dedicarsi quotidianamente e incessantemente alla preghiera e alla vita contemplativa, recitando ogni giorno in ginocchio i sette Salmi penitenziali e l’Ufficio della Madonna.

Divenuto ormai adolescente, convinto dell’autenticità della sua vocazione religiosa, fece voto di perpetua verginità nella Basilica di Santa Trinità a Firenze; in seguito rinunciò al titolo di futuro marchese di Castiglione, in favore del fratello Rodolfo. Dopo aver ricevuto il sacramento della santa Eucaristia dal Vescovo Carlo Borromeo, maturò la sua decisione di farsi gesuita e, nonostante l’opposizione del padre, entrò nel noviziato della Compagnia di Gesù a Roma.

Studiò teologia e filosofia ed ebbe docenti di notevole spessore culturale e spirituale, tra cui fra tutti emerge il nome del cardinale Roberto Bellarmino. Nel 1590/91 una serie di pestilenze flagellarono la città di Roma uccidendo migliaia di persone tra cui i Papi (Sisto V, Urbano VII, Gregorio XIV).

Luigi Gonzaga, insieme a Camillo de Lellis e ad alcuni confratelli gesuiti, si prodigò intensamente ad assistere i più bisognosi.

Malato da tempo, gli fu ordinato dai suoi superiori di dedicarsi solo ai casi non contagiosi, ma il cuore del nostro Santo ardeva del fuoco della carità di Cristo, tanto da disattendere regolarmente a quest’ordine, finchè,  un giorno, trovato in strada un appestato, se lo caricò in spalla e lo portò in ospedale. Pochi giorni dopo morì, all’età di soli 23 anni.

Il 19 ottobre 1605 fu beatificato dal Pontefice  Paolo V , mentre Papa Benedetto XIII nel 1726 lo proclamò Santo.

Infine nel 1926 fu proclamato patrono della gioventù cattolica da Pio XI. Oggi le sue spoglie riposano nella chiesa di Sant’Ignazio in Roma, mentre il suo cranio è conservato nella basilica a lui intitolata a Castiglione delle Stiviere.

Nella nostra Gallipoli la devozione al Santo mantovano è stata sempre molto radicata nell’animo dei fedeli, e, nella piccola chiesetta, a lui intitolata, situata nel cuore del centro storico, una deputazione di laici ne cura il culto con grande partecipazione di popolo.

Il giorno della sua memoria liturgica, che ricorre il 21 di Giugno, è preceduto dal solenne novenario, che si conclude la vigilia, quando per le vie del centro storico vi sarà la processione con il simulacro del Santo angelico.

Fino a pochi decenni fa a questo pio pellegrinaggio vi partecipavano anche tutte le bambine, vestite rigorosamente in abito bianco, (chiamate dal popolo verginelle), a cui era stato impartito il sacramento della prima comunione; queste, durante il corteo processionale, fungevano da coro di voci bianche durante l’esecuzione, da parte del concerto bandistico, dell’Inno a San Luigi, una commovente preghiera posta in musica da valenti musicisti locali.

Non mancano, infine, festeggiamenti civili con fuochi pirotecnici e concerti musicali, anche se molto si è perso dell’antica festa, che era tra le più importanti della città.

a cura di Cosimo Spinola

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{slide=2 luglio: Madonna del Canneto}

Paste con le cozze e frutti di stagione

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{slide=16 luglio: Madonna del Carmine}

Esce la processione dalla chiesa Madonna del Carmine.

Festa su “l’arbacani” dal 14 al 16 luglio.

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{slide=24 luglio: Santa Cristina}

Santa Cristina

Le poche notizie storiche sulla biografia di Cristina le possiamo ricavare dalla “Passione di Santa Cristina, uno scritto che risale almeno al IX secolo, quindi molto più tardo rispetto agli avvenimenti ed eccessivamente agiografico, ma ugualmente utile per comprendere il grande amore e l’intensa fede che Cristina nutrì verso Cristo, per il quale questa giovinetta coraggiosa rinunciò a tutto, anche alla sua stessa vita, convinta che chi offre la vita per causa di Cristo e del Vangelo  non potrà poi non godere della gioia eterna. Si narra quindi che Cristina, all’età di undici anni, si convertì al cristianesimo, e cominciò ad ascoltare la Parola di Dio, desiderosa solo di metterla in pratica e divenire discepola di Cristo; ma il padre Urbano, ufficiale dell’Imperatore, la rinchiuse in una torre, in compagnia di dodici ancelle, nel tentativo di dissuadere la figlia dal seguire gli insegnamenti evangelici. Fallito questo tentativo, il padre, vedendosi disubbidito, fece flagellare Cristina, consegnandola a dei carnefici sanguinari che le inflissero vari e terribili supplizi. Dopo di ché fu segregata in carcere, ma la giovane Cristina continuò a fortificarsi nella fede e a rimanere fedele a Cristo e al suo Vangelo. Intanto morto Urbano gli successe Dione, un’ altro terribile persecutore dei cristiani, che non esitò ad infliggere a Cristina le più atroci torture. Nonostante le sofferenze patite, nel cuore di Cristina cresceva sempre di più l’amore verso il suo Redentore, tanto che ormai la nostra Santa non desiderava altro che lasciare questa vita per unirsi definitivamente in un rapporto sponsale con il suo Sposo Celeste; ciò si verificò quando Dione fece legare la Santa di Bolsena ad un palo e la fece trafiggere da numerose frecce. Leggenda narra che, subito dopo la sua morte, una schiera di angeli la incoronarono   con la corona della santità ed accompagnarono il suo spirito candido nella gloria dei cieli. Nella seconda metà del diciannovesimo secolo il culto verso la giovane Santa cominciò a diffondersi repentinamente anche tra l’umile gente di Gallipoli, quando l’intera città fu colpita da un’ epidemia colerica e tutto il popolo gallipolino non esitò incessantemente ad invocare l’aiuto e la protezione della Santa, con fervide preghiere ed un solenne novenario, al termine del quale miracolosamente la pestilenza scomparve. Grande fu la riconoscenza di tutta la comunità gallipolina che da quel momento la annoverò tra i Santi Protettori della città, insieme ad Agata e Sebastiano. Ancora oggi la comunità gallipolina nutre un grande amore ed una grande devozione verso la giovane ancella di Cristo, ed ogni anno, in prossimità della sua festa liturgica, che ricorre il 24 di Luglio, l’intera città si appresta a venerare Cristina con grande fede, attraverso un solenne novenario che culminerà poi la vigilia della festività con la solenne processione per le vie della città. L’intera comunità cittadina si riversa nelle strade e nei crocicchi del centro storico per rendere lode a Cristina, mentre i forestieri attoniti rimangono colpiti da tanta fede dimostrata dai gallipolini, come anche dalla bellezza artistica del simulacro della Santa, opera del De Lucrezis, valente cartapestaio del secolo scorso. Ai piedi della statua della Santa, inoltre, l’attento osservatore noterà un cagnolino, che nell’iconografia cristiana rappresenta la fedeltà di Cristina a Cristo, ma che per i gallipolini assume un’ importanza tutta particolare: infatti secondo la leggenda quel cagnolino nel momento di maggiore diffusione del morbo scomparve per poi riapparire dopo il miracolo della cessazione del morbo. Di conseguenza ancora oggi tutti si augurano che quel cagnolino possa sempre rimanere ai piedi di Cristina, in quanto è segno di protezione dai tanti pericoli che incombono, ma soprattutto perché rappresenta quel vincolo di fedeltà che il popolo ionico nutre verso la Santa di Bolsena che giammai dovrà venire meno. Il giorno della sua memoria liturgica, poi, molte sono le Sante Messe devozionali che vengono celebrate, in onore della Santa, nel piccolo ma stupendo Oratorio di Santa Maria della Purità, dove la congregazione degli antichi scaricatori del porto ormai da più di un secolo ne cura e ne diffonde la devozione e il culto . Non mancano poi i festeggiamenti civili, dove tra luminarie, bancarelle, fuochi d’artificio e concerti bandistici il popolo gallipolino continua a dimostrare la sua gratitudine alla Santa di Bolsena per il miracolo effettuato, sperando che lo sguardo pietoso della Santa possa essere sempre rivolto verso l’umile gente di Gallipoli, che quotidianamente deve fronteggiare le piaghe e le pestilenze della società moderna.

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a cura di Cosimo Spinola


Patruna di gallipoli perché ci salvo dalla peste e protettrice dei pescatori. Rappresenta la festività religiosa più importante della città. La strada principale di Gallipoli (Corso Roma) e alcune vie, vengono addobbate a festa con luminarie multicolore, nello spiazzale della Chiesa del Sacro Cuore (nel mezzo del Corso Roma) viene preparata la Cupola, composta da luminarie, che ospiterà il concerto bandistico; nel passeggio troviamo i vari venditori di prodotti e specialità gastronomiche salentine; nella zona nuova (dove ora si effettua il mercato del mercoledì) si trovano diversi venditori di ogni tipo. I festeggiamenti iniziano il 23, l’evento viene annunciato durante le prime ore della mattina con lo sparo di fuochi caricati a salve (le “Carcasse”). Nel pomeriggio si svolge la processione, la statua, uscita dalla Chiesa della Purità, viene imbarcata a bordo di un peschereccio, e trasportata a mare per la benedizione delle acque del porto, coinvolgendo tutti i pescatori di Gallipoli e successivamente portata a processione per le vie della città. Il 24 dopo il Concerto Bandistico intorno alla mezzanotte nel porto della città si può ammirare lo Spettacolo Pirotecnico. Nel giorno della Santa (il 24) vi è anche uno spettacolo molto divertente di antichissima tradizione gallipolina, la cuccagna a mare. Questo spettacolo, prima si svolgeva nel porto di gallipoli, ora invece nel pittoresco porticciolo del Canneto; la gente ogni anno che passa è sempre di più, ma i più fortunati a guardare sono quelli che salgono sulle barche. Il gioco consiste nel sistemare sulla banchina del porto un palo di legno parallelo al mare, posto con una inclinazione verso l’alto, ricoperto di grasso; sull’estremità è fissata una bandiera tricolore. A turno i partecipanti, con una adeguata rincorsa, cercano di riuscire ad arrivare sull’estremità per afferrare la bandiera, ma l’inclinazione e il grasso, che rende il palo molto scivoloso, rende la sfida assai difficile, infatti si vedono i partecipanti partire come esperti ma dopo qualche passo…ecco la scivolata con una bella capriola in mare. Numerosi sono i tentativi, come del resto anche le cadute, fortunatamente attenuate dal mare, ma col passare del tempo e soprattutto dei tentativi dei partecipanti, per lo più bagnati dalle cadute in acqua, rendono la sfida meno impegnativa e allora si vede arrivare sempre più vicini alla bandiera. Durante questi attimi la gente (dopo aver riso per le cadute a volte un po’ rovinose) incoraggia i partecipanti quasi come fosse una partita di pallone, e alla fine uno riesce a prendere la bandiera e appena uscito dall’acqua si mette in posa e riceve l’applauso di tutti mentre la banda suona e la festa va avanti. Si dice che in realtà il palo della cuccagna simula l’albero di bompresso (l’albero montato a prua delle antiche navi ed armato nell’imbarcazioni di fattura più moderna per le andature di traverso).

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{slide=26 luglio: Sant’Anna}

Messa nella Chiesa del Crocefisso.

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{slide=5 agosto: Madonna della Neve o Cassopu}

Esce la processione

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{slide=15 agosto: Madonna degli Angeli}

Il 14 esce la processione.

Ad alezio si festeggia la lizza

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{slide=26 settembre: Santi Medici Cosma e Damiano}

Il 25 esce la processione.

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{slide=4 ottobre: San Francesco d’Assisi}

Francesco D’Assisi

Francesco nacque ad Assisi, piccolo paesino dell’Umbria, nel 1182 dal mercante Pietro Bernardone e dalla nobil donna francese Pica Bourlemont. Egli trascorse la sua adolescenza tra le liete brigate degli aristocratici assisani e la cura degli affari paterni riguardo l’attività del commercio dei tessuti. Tra le passioni più accese, che infuocavano il suo giovane animo, vi era senza dubbio quella di intraprendere la carriera militare, per divenire un’audace cavaliere. Egli ben presto riuscì nell’intento ed ebbe subito l’occasione di mostrare la sua temerarietà al popolo di Assisi partecipando alla guerra che scoppiò fra le provincie di Perugia ed Assisi. Purtroppo l’esito del conflitto non fu positivo per la città di Assisi e Francesco nel 1202 fu fatto prigioniero; egli conobbe così la dura vita del carcere e riuscì solo nel 1203, dietro riscatto, a ritornare, in condizioni di salute precarie, nella sua città natale. Da allora egli non fu più lo stesso uomo. Si ritirava molto spesso in luoghi solitari a pregare, preferendo la solitudine e la contemplazione delle meraviglie del creato al divertimento sfrenato, che aveva contraddistinto i suoi primi anni giovanili. Un giorno a Roma, dove venne mandato dal padre a vendere una partita di merce, non solo distribuì il denaro ricavato ai poveri, ma scambiò le sue vesti con un mendicante e si mise a chiedere l’elemosina davanti alla porta di San Pietro. Il nostro Santo ormai desiderava ardentemente seguire, senza eccezioni, gli insegnamenti evangelici e imitare Cristo, tanto da subire una radicale trasformazione del suo essere. Infatti anche il suo atteggiamento nei confronti delle altre persone mutò radicalmente: un giorno incontrò un  lebbroso e, oltre a dargli l’elemosina, lo abbracciò e lo baciò. Come racconterà lo stesso Francesco, prima di quel giorno non poteva sopportare nemmeno la vista di un lebbroso: dopo questo episodio, scrisse che “ ciò che mi sembrava amaro, mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo”. Ma è nel 1205 che avvenne l’episodio più importante della sua conversione: mentre pregava nella  chiesa di San Damiano, raccontò di aver sentito parlare il Crocifisso, che per tre volte gli disse: «Francesco, va’ e ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina». Francesco si mise subito a riparare quel luogo sacro, che si trovava in pessime condizioni, ma ben presto intuì che il Signore lo chiamava a restaurare l’edificio spirituale della sua Chiesa, riportandola alla purezza e alla povertà delle origini. Egli quindi non esitò ad ubbidire al suo Signore, rinunciò a tutti i suoi averi e cominciò ad annunciare il Vangelo per le strade del mondo; presto, affascinati dalla sua scelta di vita, alcuni amici decisero di seguire Francesco in questa opera di apostolato e così nacque la prima comunità francescana che in pochi anni divenne molto numerosa. Nel 1209 il suo Ordine ottenne l’approvazione canonica dal Papa Innocenzo III e Francesco stesso, alcuni mesi prima di morire, dettò la Regolaraccomandando ai suoi frati di vivere sempre in povertà e semplicità, obbedendo sempre alla gerarchia ecclesiastica e conformandosi totalmente in Cristo, nutrendosi incessantemente della sua Parola. Nel 1226 trovandosi a  Bagnara, presso  Nocera Umbra chiese ed ottenne di poter tornare a morire nel suo “luogo santo” preferito: la Porziuncola Quila morte lo colse la sera del  3 Ottobre; si racconta che la sua anima candida fu vista entrare nella Gloria dei Cieli, accompagnata da schiere di angeli, mentre stormi di allodole cantavano, roteando in cielo, lodi al loro Creatore. Dopo la morte del Santo l’ordine francescano si diffuse in tutto il mondo allora conosciuto, fino a raggiungere anche il nostro Salento e la città di Gallipoli; nella cittadina ionica infatti, sin dal 1300, giunsero i Frati riformati di San Francesco che fondarono qui un convento e vi costruirono una Chiesa, l’attuale chiesa di San Francesco D’Assisi, che risulta essere la più antica della città. Con il passare dei secoli il carisma e la spiritualità francescana a Gallipoli si diffusero ulteriormente tanto che, in quel piccolo borgo di pescatori, vi trovarono dimora anche l’ordine delle Clarisse, fondato da Chiara D’assisi, fondatrice dell’ordine femminile francescano. I Francescani in Gallipoli hanno operato per molti secoli, praticando la carità, aiutando i poveri e i bisognosi e annunciando e testimoniando senza sosta la Paroladi Dio fino a quando,  nel diciannovesimo secolo,  il loro convento fu soppresso dalle autorità civili ed essi dovettero loro malgrado andare via. Ancora oggi è forte la devozione del popolo gallipolino verso il poverello di Assisi e a Gallipoli questo Santo viene venerato, nella sua Chiesa a lui intitolata, con grande fervore e partecipazione di popolo; la sua memoria liturgica, che ricorre il 4 di Ottobre, viene preceduta dal solenne triduo di preparazione alla festa liturgica, segue poi, la sera della vigilia, la celebrazione  del beato Transito di Francesco ed infine, nel giorno della Solennità, vi è la solenne celebrazione eucaristica e a seguire la processione, con la partecipazione di tutte le confraternite cittadine, dei Santi Chiara e Francesco.

a cura di Cosimo Spinola


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{slide=7 ottobre: Madonna del Rosario}

Si mangiano orecchette con le polpette

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{slide=15 ottobre: Santa Teresa Matre}

Un detto dice: “Ci oi cu faci nu bonu Natale te Santa Taresa ai ‘nzignare”.

Cosi si diceva e si dice a gallipoli, ci si prepara al Natale in questo giorno perché nella Chiesa di Santa Teresa si suona la prima “Pasturale”, ci sono poi altre cinque feste che ci accompagnano fino al Natale: San Martino (l’11 di novembre), Santa Cecilia (il 22 di novembre), Sant’Andrea (il 30 di novembre), l‘Immacolata (l’8 di dicembre) e Santa Lucia (il 13 di dicembre). Queste sono feste di casa che ci avvicinano al Natale: si suona la pasturale e si rispettano le usanze. A pranzo si mangia qualcosina, quelli più rispettosi delle usanze fanno digiuno, mentre la sera le famiglie si ritrovano sullo stesso tavolo. Si mangiano le rape, il baccalà con le patate, pesce e polipo fritto (purpu frittu). Ma quello che non deve mancare sono “le pittule”: si fanno in diversi modi: senza niente, alla pizzaiola o col pesce soprattutto seppia).

La Pasturale

Alla fine di settembre mentre nell’aria l’estate è ancora viva i suonatori si trovano e incominciano a prepararsi perché il 15 di ottobre dentro la Chiesa di Santa Teresa Madre si deve suonare la prima Pasturale. Forse chi ha musicato la Pasturale Caddhiupulina (sconosciuto) pensava ad una ninna-nanna per il Bambin Gesù che doveva nascere, in effetti la melodia è così dolce e semplice. Un insieme di strumenti come le fisarmoniche, le chitarre, li piulini, i mandolini, i pifferi e il triangolo. Da Santa Teresa a Natale si sente suonare questa melodia e quanto è bello essere svegliati da queste noti così dolci. Alcuni suonatori girano per le strade a suonarla, e c’è chi li fa entrare dentro casa per offrire loro un bicchiere “te rosoliu” per riscaldarli. Dell’Immacolata e di Santa Lucia se erano fortunati avevano anche qualche dolce tipico natalizio: “taraddhi ‘nnasparati, pitteddhe o cozze cu la mustarda”. Mo un bicchierino, mo un’altro alcuni di loro la mattina tornava a casa un pò ubriaco. I suonatori vengono chiamati anche per accompagnare le processioni di Santa Cecilia, Sant’Andrea, l’Immacolata e Santa Lucia e a Natale anche qualche chiesa o famiglia per suonare mentre si mette “lu Bambinu allu brasepiu”.

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{slide=22 ottobre: Madonna della Purità}

Esce la processione.

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{slide=1 novembre: Tutti li Santi}


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{slide=2 novembre: Tutti li Morti}

Almeno una volta l’anno andiamo al cimitero

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{slide=11 novembre: Santu Martinu}

Questa festa come Santa Teresa Matre (il 15 di ottobre), Santa Cecilia (il 22 di novembre), Sant’Andrea (il 30 di novembre), l‘Immacolata (l’8 di dicembre) e Santa Lucia (il 13 di dicembre).

Sono feste di casa che ci avvicinano al Natale: si suona la pasturale e si rispettano le usanze. A pranzo si mangia qualcosina, quelli più rispettosi delle usanze fanno digiuno, mentre la sera le famiglie si ritrovano sullo stesso tavolo. Si mangiano le rape, il baccalà con le patate, pesce e polipo fritto (purpu frittu). Ma quello che non deve mancare sono “le pittule”: si fanno in diversi modi: senza niente, alla pizzaiola o col pesce soprattutto seppia).

Un detto gallipolino dice: “Te Santu Martinu ogni mustu ‘ddhaventa vinu”; perciò a tavola non deve mancare il vino nuovo e la sera tra un giro di “stoppa” e un’altro di “sette e mezzo” va a finire che più di uno si ubriaca.

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{slide=22 novembre: Santa Cecilia}

Questa festa come Santa Teresa Matre (il 15 di ottobre), San Martino (l’11 di novembre), Sant’Andrea (il 30 di novembre), l‘Immacolata (l’8 di dicembre) e Santa Lucia (il 13 di dicembre).

Sono feste di casa che ci avvicinano al Natale: si suona la pasturale e si rispettano le usanze. A pranzo si mangia qualcosina, quelli più rispettosi delle usanze fanno digiuno, mentre la sera le famiglie si ritrovano sullo stesso tavolo. Si mangiano le rape, il baccalà con le patate, pesce e polipo fritto (purpu frittu). Ma quello che non deve mancare sono “le pittule”: si fanno in diversi modi: senza niente, alla pizzaiola o col pesce soprattutto seppia).

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{slide=30 novembre: Sant’Andrea}

Andrea,  fratello di Simon  Pietro e figlio di Giona,  nacque a Betsaida sulle rive del Lago omonimo nella regione della Galilea intorno al 6 AC. Assieme al fratello Pietro esercitava il mestiere di pescatore, fino a quando incontrato Gesù e affascinati dalla forza rivoluzionaria delle sue Parole, intrise di amore e di speranza per il  futuro, decisero di seguirlo, diventando così suoi discepoli, fidandosi  dell’invito di quel Maestro che li chiamava a divenire “pescatore di uomini”. Giovanni, nel suo Vangelo, ci ricorda come Andrea precedentemente fosse già stato discepolo di Giovanni il Battista, il quale più volte spinse Andrea a seguire Gesù,il vero Salvatore,colui che avrebbe riportato la pace in Israele e la salvezza all’umanità intera. Andrea, insieme al fratello, lasciarono i loro affetti e le loro occupazioni per seguire quell’uomo che, in cuor loro, già riconoscevano come il Messia. Da un’attenta lettura dei quattro  Vangeli canonici Andrea risulta essere tra i discepoli più vicini al Maestro, colui il quale si trova in compagnia di Gesù, insieme a Giovanni e a Giacomo, in tutti gli episodi più importanti e delicati della vita terrena del Salvatore. Dopo la Resurrezione di Cristo e la sua ascesa al Cielo, il Santo pescatore, forte della presenza dello Spirito di Dio  che ormai inondava il suo cuore, cominciò la sua opera evangelizzatrice in Asia Minore e lungo il Mar Nero, fino a giungere nel freddo territorio dell’attuale Russia. Secondo la tradizione  egli fu il fondatore della sede episcopale di Bisanzio (Costantinopoli), la quale diocesi successivamente si svilupperà nel Patriarcato di Costantinopoli. Fonti non ufficiali affermano che Andrea sia morto martire a Patrasso, nella regione dell’Acaia, crocifisso su una croce decussata (a forma cioè di X), per volere dello stesso Santo che non voleva in nessun modo emulare il suo Maestro nel martirio. La devozione verso il Santo pescatore si diffuse rapidamente in ogni angolo della Terra, allora conosciuta, fino a giungere anche nella nostra bella città ; Gallipoli, da sempre piccolo borgo di pescatori, non poteva non amare sin da subito questo apostolo del Signore, che aveva lasciato ogni cosa per servire il Cristo, fino a donare la sua stessa vita per testimoniare al mondo intero la Parola del Vangelo, portatrice di salvezza. I pescatori gallipolini, da sempre, hanno amato e considerato quasi come un fratello il Santo dei pescatori, a lui si sono sempre rivolti durante le tempeste in mare o durante i periodi di magra del pescato, per chiedere aiuto e conforto, tanto da costruire e dedicargli una piccola Cappella sull’Isola di Sant’Andrea, che porta ancora oggi il suo nome. Inoltre è doveroso ricordare come la Confraternita di Santa Maria degli Angeli, antica corporazione che raggruppava proprio i pescatori, abbia sempre curato il culto verso il nostro Santo: e ancora oggi la Confraternita cura con grande fede  le celebrazioni liturgiche in onore di Sant’Andrea che culminano la vigilia della sua festività liturgica con la processione per le vie del Centro storico della piccola statua del Santo,accompagnata dal dolce suono della Pastorale gallipolina , e con la solenne celebrazione nel giorno della sua memoria liturgica, che ricorre il 30 di Novembre. Come da antica tradizione, infine, le famiglie gallipoline amano ricordare Andrea anche a tavola, riunendosi con parenti e amici la sera della sua Festa, degustando un’ottima frittura di pesce accompagnandolo con un buon bicchiere di vino. 

a cura di Cosimo Spinola

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{slide=8 dicembre: Immacolata}

Il Pontefice Pio IX l’8 dicembre 1854 con la Bolla Pontificia “Ineffabilis Deus” proclamava il dogma dell’Immacolata Concezione, che sancisce come la Vergine Maria sia stata preservata immune dal  peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento, privilegio concesso dalla potenza divina a Maria,non per i suoi meriti, ma per i meriti di Gesù Cristo che doveva essere partorito da quel grembo benedetto da Dio. Tale dogma non va confuso con il concepimento verginale di Gesù da parte di Maria, in quanto sono due questioni teologiche ben distinte, nonostante ci siano delle apparenti similitudini. Tale dogma, non espresso esplicitamente nella Sacra Scrittura, fu confermato dalla stessa Santa Vergine nel 1858 durante le sue apparizioni a Lourdes ; qui la nostra Madre Celeste, durante le apparizioni alla giovane Bernardette, contadina quattordicenne del luogo, affermò esplicitamente di essere “L’Immacolata Concezione”, dando così conferma decisiva al dogma che il Sommo Pontefice aveva solennemente dichiarato. Intensa è stata sempre la fede e la devozione,  da parte dei credenti, verso Maria Immacolata  e in Gallipoli questo dogma mariano è stato sempre particolarmente venerato. Nella città ionica, infatti, da sempre la Confraternita dell’Immacolata  cura e diffonde il culto verso la Vergine Immacolata , con una novena di preparazione alla memoria liturgica, che si conclude il giorno della vigilia della festività, quando ha luogo la processione con il simulacro di Maria Immacolata per le vie del centro storico  dove, durante il pellegrinaggio, le preghiere dei fedeli si intervallano con la dolce nenia della pastorale gallipolina, eseguita da alcuni musicanti; il giorno della festa liturgica, poi, che ricade l’8 Dicembre, vi è la solenne celebrazione liturgica conclusiva, che vede la partecipazione di numerosi fedeli. Come per altre ricorrenze liturgiche, anche per la festività di Maria Immacolata il popolo gallipolino è solito ricordare tale ricorrenza anche a tavola: infatti il giorno della vigilia, dopo il digiuno della mattinata, si è soliti a pranzo degustare una “puccia”, condita rigorosamente con tonno, alici e capperi, rispettando e perpetuando così antiche consuetudini marinare, mentre a cena viene generalmente riproposto il classico menù natalizio gallipolino, fatto di calde e croccanti “pittule”, rape stufate e un ottimo baccalà, preparato nei modi più svariati.

a cura di Cosimo Spinola.

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{slide=13 dicembre: Santa Lucia}

Sin dall’antichità si è diffusa in tutte le regioni una fervida devozione verso la giovane martire siracusana, attestata in numerose iscrizioni marmoree che testimoniano quanto già, sin dai primi secoli del cristianesimo, i primi cristiani tenessero in grande considerazione la testimonianza di Lucia e ne diffondessero il culto con grande fede. La tradizione cristiana, che da sempre si amalgama armoniosamente con la veridicità storica, narra di una giovane, orfana di padre, appartenente ad una ricca famiglia di Siracusa, che era stata promessa in sposa ad un pagano. La madre di Lucia, Eutichia, da anni ammalata, aveva speso ingenti somme per curarsi, ma nulla le era giovato. Fu così che Lucia ed Eutichia, unendosi ad un pellegrinaggio di siracusani al sepolcro di Agata, pregarono  Sant’ Agata affinché intercedesse per la guarigione della donna. Durante la preghiera Lucia si assopì e vide in sogno S. Agata che le diceva: Lucia, perché chiedi a me ciò che puoi ottenere tu per tua madre? Nella visione S. Agata le preannunciava anche il suo patronato sulla città di Siracusa. Ritornata a Siracusa e constatata la guarigione di Eutichia, Lucia comunicò alla madre la sua ferma decisione di consacrarsi a Cristo. Il pretendente, insospettito e preoccupato nel vedere la desiderata sposa vendere tutto il suo patrimonio per distribuirlo ai poveri, verificato il rifiuto di Lucia, la denunciò come cristiana. Lucia, a causa delle dure leggi persecutorie ancora in vigore emanate dall’imperatore Diocleziano, dovette subire un processo durante il quale la giovane Santa non rinnegò mai la sua fede, dimostrandosi anzi pronta a sacrificare anche la sua giovane vita per testimoniare il Vangelo, unica fonte di Verità e di salvezza eterna. Sottoposta ad ogni genere di torture ne uscì sempre illesa fino a quando venne decapitata. Privo di ogni fondamento, ed assente nelle molteplici narrazioni e tradizioni, almeno fino al secolo XV, è l’episodio di Lucia che si strappa gli occhi. L’emblema iconografico degli occhi sulla coppa, o sul piatto, è da ricollegarsi, semplicemente, con la devozione popolare che l’ha sempre invocata protettrice della vista a motivo del suo nome Lucia (da Lux, luce). Nella nostra Città Bella il culto verso la Santa  Siracusana è stato  da sempre curato dalla Confraternita di Santa  Maria del Monte Carmelo e della Misericordia che, con grande zelo e devozione,   ancora oggi  ne celebra la memoria liturgica. Nell’approssimarsi della sua festa infatti, che annualmente ricorre il 13 Dicembre, il Sodalizio celebra un triduo di preghiera in onore della Santa che si conclude il giorno della vigilia quando, dal piccolo oratorio dei calzolai, uscirà la processione con il simulacro della giovane Santa, accompagnato dal tradizionale suono della Pastorale gallipolina ; il giorno della sua memoria liturgica, poi, vi è la solenne celebrazione eucaristica che si conclude con il canto responsoriale finale del “ Si Sana cupis”, dedicato alla nostra Santa. Infine è doveroso ricordare come Santa Lucia, ormai da più di mezzo secolo, sia venerata anche nella Parrocchia di San Lazzaro, situata nella zona nuova di Gallipoli; la devozione al culto, in questa realtà parrocchiale, fu introdotta e tenacemente realizzata dal Parroco Don Cesario Aiello e prontamente proseguita dal nuovo parroco Don Santo Tricarico, chiamato alla guida di questa comunità parrocchiale dopo la morte del suo predecessore.

a cura di Cosimo Spinola.

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{slide=25 dicembre: Natale}

Vedi Periodo Natalizio

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{tab=Carnevale}

Vedi Carnevale a Gallipoli

{tab=Periodo Quaresimale}

Vedi Periodo Quaresimale


{tab=Altre Festività}

{slide=Festa della Mamma}

II   Domenica dopo Pasqua: Festa della Mamma

I bambini imparano la poesia per la mamma

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{slide=Ascensione te lu Signore}

VI  Domenica dopo Pasqua: Ascensione te lu Signore

Si dice: “pè vintiquattru ore lu cielu è pertu”.

Il giorno prima si deve mettere fuori casa una bacinella piena d’acqua e petali di fiori e la mattina lavatevi con qiell’acqua.

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{slide=Pentecoste}

VII  Domenica dopo Pasqua: Pentecoste

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{slide=Ss. Trinità}

VIII  Domenica dopo Pasqua: Ss. Trinità

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{slide=Corpus Tomine}

IX   Domenica dopo Pasqua: Corpus Tomine

La sera del “Corpusu Tomine”, dopo la funzione dentro Sant’Agata, c’è una lunga processione che tutti conoscono come “la prucissione te l’Artarini”. Viene accompagnata da tutte e dieci le confraternite di Gallipoli e per l’occasione i fratelli vanno senza capuccio. Dopo il tamburo e le confraternite ci sono tutti i preti (una volta si chiamava “Capitulu”), poi “lu Palliu” portato dai priori delle confraternite; sotto “lu Palliu” un prete porta l’ostensorio con l’Ostie consacrate. Ogni strada dove passa la processione viene parata con damaschi, coperte e lenzuola ricamate. Vengono appesi alle finestre e alle balconate; chi abita a piano terra “porta-bbia” li appende alle pareti con le orde. Alcune volte per come sono parate le strade, non si vedono neanche le finestre e la porta di casa. La cosa più bella della processione sono: l’Altarini. Si tratta di tavoli di legno, che vengono aggiustati come altari di chiesa con tovaglia bianca, fiori, candele, piante e tappeti (si fanno generalmente dentro le corti). Ogni volta che la processione passa davanti ad un Altarino si ferma, il prete appoggia il Santissimu su questi altari, si inginocchia, usa l’incenso e poi da la benedizione con l’ostia. Mente la banda suona a festa, la gente dalle balconate lancia fiori e biglietti con frasi scritte tipo: “Viva Gesù”, “Viva il Corpus Domine”.

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{slide=Festa te Santu Patre}

La Festa te Santu Patre viene festeggiata o nel mese di maggio o di giugno.

La processione per le vie del centro storico fa una sosta nella Concattedrale, poi la statua del Santo viene caricata su un’imbarcazione e portata al largo dove è tradizione gettare in mare una corona d’alloro a ricordo di tutta la gente perita in mare. Prima che la processione rientri, in prossimità della Rotatoria vicino alla Fontana greca, viene impartita la benedizione ai due mari di scirocco e di tramontana nella speranza che il Santo stenda in suo velo pietoso e protegga la nostra gente che mette in pericolo quotidianamente la propria vita.

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Aspetti Religiosi

aspetti religiosiGli aspetti religiosi sono diverse manifestazioni di culto religioso. Queste manifestazioni le si notano di più nei paesi rispetto alle città. Tra queste troviamo gli altarini, l’edicole sacre, il presepe e l’albero di Natale, ecc..




Altarini

Le strade lungo il percorso della processione dell’Eucarestia vengono addobbate con tappeti, copriletti, coperte e lenzuola ricamate. C’è chi le appende alle finestre, chi ai balconi, chi invece li appende alle pareti con le corde; tanto che tali addobbi spesso coprono le stesse porte di casa.

Nei cortili invece vengono allestiti gli “altarini”, che sono dei tavoli addobbati come gli altari delle chiese con fiori, ceri, candele e piante. Ogni volta che la processione passa da un altarino, si ferma, il sacerdote appoggia il Santissimo lo incensa e poi da la Benedizione.


Edicole

L’iconografia delle edicole gallipoline è la più numerosa di tutti i centri del Salento; la più varia per tecnica e stile e non ci sono edicole dedicate ai santi protettori, come invece si evince nei paesi limitrofi, la maggior parte di queste “edicole” sono dedicate a Maria. Nel mese della Madonna, ovvero maggio, le famiglie si radunavano attorno alle edicole mariane per recitare il S. Rosario. Le si possono trovare nei cortili o portoni privati, ma anche sui muri delle case e la maggior parte di esse venivano erette per ringraziamento di una grazia ricevuta (lo si può vedere se vi si trova scritto il nome, che può essere del miracolato o del committente).

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Presepe

Il Presepe é

Preghiere e canti religiosi

preghiere_e_canti_religiosiLa preghiera è una delle pratiche comuni a tutte le religioni. Essa consiste nel rivolgersi alla dimensione del sacro con la parola o con il pensiero; gli scopi della preghiera possono essere molteplici: invocare, chiedere un aiuto,lodare, ringraziare, santificare, o esprimere devozione o abbandono. La preghiera è solitamente considerata come il momento in cui l’uomo ‘parla’ al sacro, mentre la fase inversa è la meditazione, durante la quale è il sacro che ‘parla’ all’uomo.

Alcuni Testi Preghiere

Preghiere 1: A Maria  –  A San Gabrieli  –  A San Giorgi  –  A San Luvici – A San Martinu – A Sant’Anna  –  A Sant’Antoniu.

Preghiere 2: A Santa Chiara  –  A Santa Lucia  –  A Santa Rosa – A Santa Rosalia  –  A Santa Teresa del Bambino Gesù –  All’Epistola – Allu campusantu  –  Attu te ringraziamentu.

Preghiere 3: Credu  –  Gesù all’ortu – Intra ‘na chesia  –  La ‘Ndulurata – Matonna te pompei – Prechiera pè ‘bbire la crazzia te Patre Piu – Prechiera pè li morti – Prechiera te bon’aucuriu.

Preghiere 4: Samana Santa

Preghiere 5: Santa Margherita – Sulla Tomba te Gesù – Tisponziu  –  Vergine del Carmelo


“alcune di queste preghiere sono della zi Nena…cusì comu se le racorda”

{tab=Preghiere 1}

A Maria

Oh Maria,

cuncepita senza paccatu

priati Diu pe nui,

ca nui ricurrimu a voi.


Voi dateci l’anima pura

te lu celu mostrateci la via sicura.

 

Tuttu lu mundu a voi si inchina

voi salvate l’anima mia

e jou vi salutu cu l’Ave Maria.


A San Gabrieli

O Diu meu, ca cu mirabile disegnu te amore,

ai chiamatu S. Gabriele te l’Addolorata

cu vive lu misteru te la croce

paru cu Maria Matre te Gesù,

guida lu spiritu nosciu versu lu fiju tou,

a modu che partecipandu

alla Passione e Morte sua,

‘bbimu la cloria te la risurrezione.

Pè cristu nostru Signore.

Cusì sia.

 


 A San Giorgi

San Giorgi cavalieri cavarcante

te la guerra vanisti e vincitore turnasti.

Comu liberasti la zitella

te la ucca te lu serpente

a me libberame te la mala gente,

te ommini cuntrari,

te femmene traditrici

e de ire te signuri.

 


 A San Luvici

Luvici ammirabbile

cran Santu tuttu amabbile

bel fiore te ‘nnucenza

miraculu te penitenza

te lu celu farci crazia

mostra la tua potenza.


Per quanta confidenza

le lingue tutte ticene

li crandi toi prodigi.


A te cerchiamo il donaci,

pe te avvocatu fuscene

li morbi e li pericoli.

 


 A San Martinu

O Gloriosu S. Martinu,

generosu e caritatevole,

ca dunasti lu mantellu a nu pouru quasi mutu,

meritasti la visita te Gesù Cristu

ca te salvau te la morte

quandu se cunvertira li genitori.

 

Te pijara li latri, e quando intra lu desertu

mangiasti erba ‘nvilenata.

 

Ottieni pè nui tutti la crazzia,

e la forza pè soccorrere li fratelli bisognosi

tande lumi e assistenza in ogni nostra

spirituale e corporale necessità.

 


 A Sant’Anna

O benatitta fra le matri cloriosa

S. Anna ca bisti pè fija suggetta a te

la Matre te Diu,

paru cu la Vergine Maria te onoru,

te amu e me affidu alla tutela tua.

 

A Gesù, a Maria e a te cunsacru la vita mia.

Ottieni pè me la santità

a modu che sia degna te lu paradisu.

Cusì sia.

 

Pe recurdare Sant’Anna

Sant’Anna beddra femmana

ca fiji nù facia,

fice na fija femmana

e la chiamau Maria.

 


 A Sant’Antoniu

Sant’Antoni meu caminatu,

lingua santa cunta tu!

Tritici crazzie

cunceti allu ggiurnu:

cunceteme ‘sta crazzia

ca nd’aggiu bbasognu

 

Anime sante mei ‘dorate

ci allu mundu siti state,

ppe’ le pene ci suffriti,

ppe’ la crolia ci ‘spattati,

priàti l’eternu Ddiu

ppe’ l’estremu

bbasognu meu!

 

Priàti ‘a Ss. Trinità

ppe’ le mei necessità!

 

A Sant’Antoniu

Sant’Antoniu meu beatu

pura gemma te splendore

lu bambinu ca tieni a latu

dhè, ottienimi lu favore


Patre, Figliolu e Spiritu Santu

 

A Sant’Antoniu

Sant’Antoniu meu bilegnu

te preare nù su degnu

te lu statu tou ci me viti

me cunsoli e me pruviti.

 

{tab=Preghiere 2}


A Santa Chiara

A ‘rretu a Santa Chiara

aggiu ‘ntisu nu ramore,

ci era e ci nù era

Gesù Cristu cu li sciutei.


Ci ‘ndè tava na mazziata,

ci ‘ndè tava na curisciata

e lu sangu ci scurria

intra lu calice se ‘ndè scia.

Scindi scindi palomba bianca

e ci porti intra sta lampa?

E porti oju santu


Patre, Figliolu e Spiritu Santu.

Spiritu Santu è sciutu a Roma

cu fazza l’orazione

a cinca nù se la ‘mpara

tre anni te focu cu se prepara.

 


 A Santa Lucia

O cloriosa Martire te la Chiesia Cattolica

Luce te santità e esempiu te forza,

quandu pensu alle toi virtù

ulia cu fazzu lustessu

ma la carne e debbule:

perciò me rivolgu a te o Vergine

e te preu pè intercessione te lu sommu

 

Bene cu me tai la costanza

pè diventare Santa,

te preu cu me tai la scintilla te lu Divinu Amore

a modu ca jou disprezzu comu ‘ssignuria

li piaceri terreni pè ‘bbire sulu quiddhi eterni.

 


A Santa Rosa

Santa Rosa a cambarinu

ricamava lu cuscinu

Lu bambinieddhu la visitava

Rosa bella la chiamava

Te si rosa, jou su fiore

Rosa bella te lu core.

 


A Santa Rosalia

Pe recurdare Santa Rosalia

Su nu monte sta salìa

lu tamoniu la tantava:

“ Rosalia marìtate.”

Jou su tanta maritata,

cu Gesù jou su spusata.

Su spusata cull’eternu

bruttu cifuru vanne allu ‘nfiernu.

 


A Santa Teresa del Bambino Gesù

O eternu Patre,

ca pè mezzu te Santa Teresa,

ricordi a tuttu lu mundu

l’amore misericordiosu ca inche lu core,

umilmente te ringraziu,

e te chiedu razzia pè intercessione

te la fija tua fedele.

 

O Santa piccola Teresa

ricordate te la vostra promessa

te fare bene sulla terra,

fanne chiovere pioggia te rose

in abbondanza su cinca te ‘nvoca

e ottiene te Diu la crazzia.

 


All’Epistola

Apri, O Signore, la mente mia,

tamme l’intelligenza te le toi scritture.

Scrivele sulla taula te lu core meu

e fammele secutare

pè dirigere l’anima mia

sulla strata te la salute.

 


Allu campusantu

Anime sante, Anime sante, jeu su’ sula e ui siti tante!

Sciati ‘mpieti a Retentore e priati a meu favore

e diciti ca a ‘sta sciurnata oju essere cunsulata.

Cusì cunsola me lu peccatore ppe’ lu tou crande e divinu amore.

 


Attu te ringraziamentu

Offru me stessu e tutte le cose mei

a sempiternu core e cloria Vostra,

parcete miti creatu,

redentu e cunservatu finu a osci

e be ringraziu te tutti l’addhi benefici

puru nù canusciuti

ca biti tegnatu cu me tati.

Cusì sia.

 

{tab=Preghiere 3}


Credu

Io credu a Diu Patre onnipotente

la crande maestà e la fete eterna

quandu Cristu criau li lamenti:

acqua, aria, focu, celu e terra.


Unicu Signore, nostru Gesù Cristu,

pe li paccati mei patisti tantu,

scindisti te celu, te lu celeste regnu,

pe ‘ncatinare lucifuru ‘nfarnale

tuttu l’abissu cuminciau a tremare.

 

Oh Santa chiesa Cattolica mia bilegna,

sciamu alla cunfessione te li Santi

pe resurvire sta cuscienza ‘nterna.

 

Lu patre cunfassore cu quattru parole

face scindire Diu te celu a ‘nterra

e de li paccati tae l’assoluzione

e de lu celu la cloria se regna.

 

Oh Signore ci ‘ntornu siti statu

miti ‘ntisu e miti canusciutu

e la gnuranza mia iti canusciuta.

 

Quistu è lu cretu ca te celu scindìu

cinca nù lu sape cu lu vascia ‘mparandu

ca all’ora te lu giudiziu servirà.

 


 Gesù all’ortu

Gesù stava all’ortu

bia basognu te cunfortu.

Agunizza, tona e langue,

casca, trema e suta sangue.

 

 Intra ‘na chesia

Trasu intra la chesia e bbìsciu l’artare,

visciu Cristu a ‘ncroce stare.

 

Me chiangene l’occhi, me chiange lu core,

pensu alle piache te Nosciu Signore.

 

Signore meu Gesu Cristu su’ ‘na croce te visciu stare,

su’ ‘nu pouru peccatore nu’ me sacciu cunfassare.

 

Me cunfessu a te Signore ca si’ Patre spirituale,

teve sai la mea cuscenzia, tamme lumi e penitenza.


 La ‘Ndulurata

Chiangi, chiangi Maria, povara tonna,

ca lu fiju tou è sciutu alla cundanna.

 

Nu’ lu spattare cchiui ca nu’ nci torna,

ca è sciutu se prasenta a casa t’Anna.

 

Chiangendu se partìu la Matonna

‘ccu bbiscia ci lu trova a farci vanda

e lu truvau ‘ttaccatu a ‘na culonna

‘ccu curona te spine e corde ‘ncanna.

 

Tre palore nde tisse la Matonna:

“Fiju nu’ te canusce cchiui la mamma toa!”.

“Vabbande mamma mea, vabbande ‘mpace,

ca jeu aggiu murire su’ ‘nu legnu te croce”

 


 Matonna te pompei

O vergine immacolata

e recina te lu Santu Rosariu,

ca intra sti tiempi te fede morta

e te empietà crande,

hai chiantatu li santi pieti

sulla terra te Pompei,

tomba te morti pacani.

 

Te ‘ddhu postu

addhu se adoravene idoli e tiauli,

teve moi,

comu Matre te la divina grazia

tande a tutti celeste misericordia.

 

Te lu tronu tou,

rivolgi a me l’occhi toi benigni,

ca aggiu tantu basognu

te lu soccorsu Tou,

 

Mostrate puru a me

comu a tanti addhi tai dimostrata,

vera Matre te Misericordia.

 

Jou cu tuttu lu core te ‘nvocu

mia sovrana e recina

te lu Santissimu Rosariu.

 


 Prechiera pè ‘bbire la crazzia te Patre Piu

O Gesù, chinu te crazzia e te carità,

vittima ‘nnucente pè li paccati nosci,

ca spintu te l’amore pè l’anima te tutta la gente,

ulisti murire su la croce, te preu umilmente

cu clorifichi puru su stà terra,

lu servu te Diu, Patre Piu te Petralcina,

ca partecipandu alli patimenti toi

te amau e tantu se protigau

pè la cloria tua e pè lu bene te le anime.

Te supplicu perciò cu me concedi,

pè la sua intercessione la crazzia… ca dasiduru.

Te cloria Patri

 


 Prechiera pè li morti

Gesù, Gesù pietosu

pe lu sangu tou preziosu

a tutte le anime dona

pace luce e raposu.

 


 Prechiera te bon’naucuriu

Bonasera Matonna mia

Bonasera a quista casa

Lu tristu cu essa

E lu bonu cu trasa.

 

{tab=Preghiere 4}


Samana Santa

Sciuvatia Santa

Caru fiju te Diu, quantu me amasti!!!

pe la tua cara Vergine Maria,

trentatrè anni lu mundu caminasti

e maraculi facisti notte e dia.


Tutti quanti li toi tascibbuli chiamasti

e te li chiamasti pè toa cumpagnia


A tutti quanti li pieti ‘ndè sciacquasti,

Pietru sulu foe ci strulacau:


”Maestru, nù me li fare sti martìri

ca mò piju la via e me nde vau.”

 

“Pietru ci nù ‘mboi sti martìri

nù guadagni la cloria te li celi”.

 

Subitu la parola riturnau:

”Maestru, sciacqueme te capu a pieti

pe guadagnare la cloria te li celi.”


A unu unu se li cunfassau,

a rringa rringa se li cumunacau

e quandu stava a mienzu la cena tisse:

“A quai ‘nc’ete unu te ui ci ma tradire!”

 

Se utau S. Giuvanni cu la sua bocca te viola:

“Te preu maestru meu, me lai te tire

quale sarà te nui lu tratitore?”

“Quiddru ci cala a pijare lu primu uccone,

quiddru sarà pe me lu tratitore.”

 

Versu la Matre soa se nde scìu, tisse:

“Matre, tamme la santa benetizzione

ca è ‘rrivata l’ora te la morte mea”.

“O fiju, te sia santa e benatitta!

Quanta acqua te manài te capu ‘mpete

quandu me nde fuscìì intra l’Ecittu,

ci me truvau l’Arcangiulu Carbieli!”.

“Matre m’ai tatu la santa benetizzione

e si’ rrumasta ‘spritta ‘ccu dulore”.

 

Versu li soi tiscepuli se ‘ndè sciu,

li truvau tutti ‘ddurmisciuti:

“Zzatubbe fij mei e ‘mbicinatubbe

ca ave te vanire Giuda tratitore

e bene cu na squatra te surdati

a pijare me, lu cran Signore.”

 

Se scetta Giuda a baciare Cristu cu fazzi e ‘nganni

e li sciutei chini te ci manera

ci ‘ndè tirava la varva e ci li carni.

Se scetta Pietru cu la sua spata a manu

a tajare la ricchia allu surdatu.

 

Subitu la ferita ave sanatu:

“Pietru nu currire a ‘nganni

ca a cantata te gallu tu mai negatu.”

“Me ‘ndè ulia scire in Egittu

cu me lu chiangu lu meu paccatu

percè lu Maestru meu aggiu negatu.”

 

Versu la sua matre se ‘ndè sciu:

“Matre tamme la santa benedizione

ca è ‘rrivata l’ora me nde vau,

è ‘rrivata l’ora te la morte mia”.

 

Fiju te sia Santa e benatitta

quanta acqua te manai te capu a pieti

quandu me nde scii intra l’Egittu

ca me truvau l’angelu Carbieli.”

 

“Matre mai tatu la Santa Benedizione

e si rrumasta stritta cu dulore:

vanne Matre mia, vanne a ‘mpace

ca jou aggiu murire su nu legnu te croce.”

 

Gesu Cristu versu l’ortu se nde sciu;

ave basognu te cunfortu, acunizza, langue, cate, tremula e suta sangu!

“Sire meu, ‘lluntana te me ‘stu calice ‘maru”.

Sulla Croce fosti ‘mpisu ppe’ lu santu Paratisu.

Sulle scianucche te mammata fosti misu

e de celu calàu ‘nu crande spiandore:

“Quistu ete lu veru Fiju te Diu ca nd’a criati”.

Ci la tice e ci la sente quaranta giurni te ‘ndurgenzie;

ci la tice ‘ccu veru core a ‘mparatisu quandu more.

 

Sera te sciuvatia Santa

San Bernardu ‘ddummandau me addhu scìu Maria,

li quattru lamenti te la vita mia.

Azzu l’occhi e bisciu lu celu

e de crandi spine stava puru, ebberu,

ca ci panzava alle parole te Salomone

quantu era “stissimu” ci nu bitìa lu sole.

 

L’addru tulore foe te sciuvatia alla notte

quandu vinne Giuvanni e me tuzzau le porte

Tisse: “Apri Maria ca si matre te tulore,

quistu è nu curtieddhu ca te trapassa lu core.”

 

“Timme meu caru Giuvanni,

pe quantu amore me porti

fijuma è vivu o è taveru mortu?

Giuvanni nu potte sèntere ca scia ‘nduluratu

cu begna la tica a me, ca fijuma è fragellatu.

Iou me partei e scei cu lle soru mei.

La prima quardia ci ‘cchiai te lu meu fiju ‘ddummandai:

Iti vistu nu gran Signore?”

 

Se si quiddra mamma mora

a quannanzi lu strascianara.

Se si quiddra mamma dolente

l’ane passatu na fila te gente,

ma vanne a casa t’Hanna

ca lu trovi certamente.

 

“Ieu me partei cu le soru mei

‘rrivai nnanzi le porte e tiesi nu critu forte.

Se spalancara le porte

e ‘ddhai ‘nc’era nu magnificu ci me nde cacciava,

ogni spinta ci me tava a ‘ddhammienzu me manava.”

 

Quandu lu fiju vitte la mamma

nu ‘nziddhu te acqua ‘ndè ozze ciarcare,

fuscendu ‘ndè foe tatu citu e fele.

A’mpena li musi ‘ndè tuccara

li tienti ‘ndè catira, le vene se svenara.

L’aria scuriu, lu mare quaiau,

li pisci favallara e li morti cuntara.

 

Deus meu, Deus meu

quantu male ane fattu

la cloria te Diu se po salvare.

 

Ci la tice e ci la sente

quaranta giurni te ‘ndurgenzie

e ci la tice cu veru core

a ‘mparatisu quandu more.


Vennardia Santa

Chiangi chiangi Maria, povara donna

ca lu tou fiju è sciutu alla cundanna.

Nù lu spattare ‘cchiui ca nù ‘ncì torna

è sciutu se presenta a casa t’Hanna.

 

Chiangendu se partìu la Matonna

cu biscia ci lu trova a farci banda

e lu truvau ‘ttaccatu a na culonna.

 

Tre parole tisse la Matonna

“Fiju, nù te canusce ‘cchiui la mamma”.

“Vanne mamma mia, vanne ‘mpace

ca jeu aggiu murire su nu legnu te croce”.

 

{tab=Preghiere 5}


 Santa Margherita

Santa Margherita

si beddra e si pulita

Tre angili a mienzu casa

e doi sullu jettu

la Matonna lu tegnu a’mpiettu

Gesù Cristu a’ncapatale

lu namicu pozza spundare.

Spundi, spundi tantazzione

ca su fija te Maria.

Maria m’ha ‘mprumisu

ca me tae lu Paratisu.

Ci nù osci, ci nù crai

quando mojuru me lu tai.

 


 Sulla Tomba te Gesù

A… ci spantura bippe l’umanità

lu cielu se scuriu

la luna lacrime te sangu versau,

e la terra se spaccau.

Tuttu è compiutu,

lu core nù battia ‘cchiui

mentre la croce

cunsumava nu scempiu atroce,

poi sotta na petra la misara cu gela

mentru a Maria lu core ‘nde farvia.

A ci spantura stu segnu pè le genti,

Ommini crudeli, cattivi e irriverenti

Scrissara cu lu sangu lu delittu

ca tutti quanti pè seculi e seculoni chiangimu

cu lacrime te sangu,

mentre preamu lu Signore cu ‘nde parduna

cu lu sou crande core.

 


 Tisponziu

Sant’Antoni meu ‘matu, ppe’ la curona ci porti ‘ncapu,

te ‘ncurunau la vergene Maria,

famme ‘na crazzia!

Sant’Antoni meu fammala ‘mprima e nu’ tardare

ca sinti Sant’Antoni e me la poti fare!

 


 Vergine del Carmelo

Vergine te lu Carmunu,

mia bella signora

assistetemi voi finu all’urtima ora.

Vergine mia te lu monte Carmelu

tamme lumi e santu zelu,

e lu scapulare tou

l’anima mia pozza liberare

e tutte l’anime pozza salvare.


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Confraternite

confraterniteLe confraternite sono associazioni cristiane fondate con lo scopo di suscitare l’aggregazione tra i fedeli, di esercitare opere di carità e di pietà e di incrementare il culto. Sono costituite canonicamente in una chiesa con formale decreto dell’Autorità ecclesiastica che sola le può modificare o sopprimere ed hanno uno statuto, un titolo, un nome ed una foggia particolare di abiti.


{tab=Confraternite alla Settimana Santa}

CONFRATERNITE ALLA SETTIMANA SANTA

La ‘Ndulurata

Se pote tire ca a Caddhipuli la Samana Santa ‘nzigna lu vennardia prima te la tumenaca te le Parme. La cungreca te lu Carmunu e de la Misericordia porta ‘ngiru la prucissione te la ‘Ndulurata. La festa ‘nzigna ‘ccu la pia pratica te li sette vennardia e lu sulenne settenariu ca spiccia, la viscilia, ‘ccu li Vespri e l’Ufficiu te le Letture. A menzatìa te lu vennardia la statua te la Vergene esse te la chesia sua ‘ccumpagnata te li fratelli ca ppe’ la ‘ncasione vestene l’abbitu niuru te la Misericordia e bbene purtata a S. Acata addhu, topu la Messa e la Pretaca, vene sunatu “l’Oratoriu Sacru” ‘ccu lu preludiu. St’opere, ppe’ coru e orchestra, su’ state cumposte te musicanti caddhipulini e rrecalate a ‘lla cungreca ca le pote fare sunare sulamente ppe’ ‘stu giurnu. Poi la prucissione gira tuttu lu paese e, topu la benetizzione te lu mare, se ritira versu le undici te sera a ‘lla chesia sua. Ppe’ ‘ntica usanza la matina se face lu ddasciunu e la menzatìa se mangene pasuli bbujuti. Quistu parcè ‘na fiata le femmene ca scìene a ‘lla chesia già te menzatìa nu’ putìene cucianare ppe’ li mariti ca scindìene te mare: ‘ccu ‘na pignata te pasuli misa su ‘llu focu la matina ‘mprima stavene scusciatate. La sera ppe’ tratizione se mangia pasta a ‘lla pizzajola e pesce frittu.


Li Sapurchi

Ppe’ la ‘ncasione Caddhipuli vecchiu se inche te gente già a prima sera ppe’ la visita a ‘lli Sapurchi. Intra ‘lle chesie vene espostu lu SS. Sacramentu in forma sulenne, paratu te fiuri e cranu fattu spuntiddhare a ‘llu scuru già te la terza-quarta tumenaca te Cariggesima. ‘Mpena spiccia la funzione intra S. Acata, ppe’ le strate se sentene li soni te le trombe e li tamburri ca ‘ccumpagnene tutte le cungreche a ‘lla visita te li Sapurchi. Li fratelli se ‘nguccene la facce ‘ccu lu capucciu e de cquai vene lu nome te “Mai” ca li piccinni tìmene tantu. Le cungreche facene la visita loru a orari tiversi mentru ‘lla sera tardu; la visita cuntinua puru la matina te lu Vennardia Santu. Ppe’ ‘sta ‘ncasione, ppe’ la muta gente ca gira, Caddhipuli vecchiu vene chiusu a ‘llu trafficu.


La prucissione te l’Urnia

La prucissione te la Vennardia Santa già te lu 1400 era privileggiu te l’Uttari e poi passau a ‘lla cungreca te lu Crucifissu. Li fratelli vestene lu saccu russu, ca racorda la Passione, ‘ccu la facce ‘ngucciata te lu capucciu farmatu te ‘na curona te spine vera. Li caricaturi o “fratelli te la bara” portene su ‘lle spaddhe la pisante Urnia ca rafficura Cristu Mortu. La tratizione ole ca l’Urnia vene ‘ggiustata ogni annu a motu tiversu secondu mutelli ‘ntichi e a fiate pisa puru toi-tre cantàre. Lu Cristu Mortu ete ‘nu veru capilavoru scurpitu su’ n’unicu bloccu te ligname e risale a ‘llu 1700. Urtimamente la cungreca ave ‘rricchiutu la prucissione ‘ccu addhe statue ca rappresentene li vari mumenti te la Passione. Mentru a farci annu ‘rretu ‘sta prucissione era china te “ex-votu”. Ppe’ penitenza li fratelli, scazzati e vastuti ‘ccu l’abbitu te la cungreca, se flaggellavene ‘ccu la “tisciplina” fatta te stozzi te fierru ‘ttaccati a catina, oppuramente se caracavene te pisanti cruci o se ‘ppandienepisanti “màzzere” a ‘llu coddhu. Ppe’ rispettu te n’accordu mai vanutu menu, la prucissione cuntinua ‘ccu li fratelli ‘ncapucciati te la cungreca te l’Angili ca ‘ccumpagnene la statua te la Vergene ‘Ndulurata.


La prucissione te la Desolata

A ‘lle prime luci te lu Sabbutu Santu, la cungreca te la Puritate caccia la prucissione te Cristu Mortu, ‘na beddha statua chiusa intra ‘na tomba dorata te lu 1700, ‘ccumpagnata te li fratelli ‘ncapucciati a segnu te luttu. Secuta n’addhu cruppu te fratelli ca ‘ccumpagna una te le cchiù beddhe statue ca nci su’ a Caddhipuli: Maria Desolata, cartapista te lu 1700. Già te lu 1700 e mentru a picca anni rretu a ‘sta prucissione nc’era l’usanza ca la statua te Cristu Mortu era essere purtata a spaddha te ‘nu cruppu te Ebrei, tiscendenti te quiddhi ca rrumasara a Caddhipuli topu l’esudu te lu 1541. St’Ebrei erene obblicati ‘ccu portene la tratizionale papalina e ggh’erene chiamati “li sciutei te la bara” ‘ccu chiaru riferimentu a ‘llu paccatu te ‘stu populu ca ‘ccise Cristu e ca ppe’ castìu era purtare perciò su’ le spaddhe l’Urnia te lu Salvatore.


{tab=Le Confraternite}

CONFRATERNITA DEGLI ANGELI

La cungreca te l’Angili, criàta a ‘llu 1662 te lu vescuvu Montoya, unìa una te le cchiù crosse catecurie te lavoratori: li piscaturi te nassa, ca era la fatìa principale te Caddhipuli. Su ‘lla relazione te lu vescuvu Filomarini a ‘llu 1715, se legge ca te la cungreca facìene parte nu’ sulamente li piscaturi ma puru li sciardinieri. Lu statutu ticìa ‘ncora ca putìene fare parte puru l’artiggiani. L’unica cundizzione era ca s’era tanìre ‘na crossa tivozione ppe’ la Matonna te l’Angili. La chesia è stata frabbacata a ‘llu 1657, a ‘lli tiempi t’oru te la Tiocesi te Caddhipuli quandu era vescuvu lu spagnolu Martinu t’Asevedo. La ‘mpurtanza te la cungreca è stata crande a tiempi ‘ntichi parcè era mutu ricca e tanìa parecchie rendite. La fatìa ppe’ lu giurnu topu se ‘ncurdava nientitemenu ca intra ‘lla sacristia te la chesia addhu li piscaturi se ‘cchiavene ppe’ scucchiare quali erene li meju materiali ppe’ lu frabbucu te le nasse e addhu tecìtiene le squatre te varche ca erene ‘ssire a mare ppe’ piscare li “masculari” ca ppe’ seculi su’ stati la ricchezza te Caddhipuli. Tuttu quiddhu ca se tecìtia a ‘ste riunioni vanìa cunsiteratu sacru parcè fattu intra ‘nu locu sacru e puru parcè era la consecuenza te lu ‘ncaricu ca ognunu tanìa intra ‘lla chesia e la cungreca. A ‘lle funzioni li fratelli ane pijatu parte sempre ‘ccu crande ‘mpegnu tantu ca li piscaturi, a tiempi ‘ntichi, ‘ccu essene presenti a ‘lle funzioni e a ‘lle prucissiuni, erene tisposti ‘ccu spostene la fatìa te ore o ‘ndirittura te giurni. La chesia è ‘ntitulata a ‘lla Matonna te l’Angili parcè lu “Cunsiju te Trentu” cunsijava ‘na crande tivozione a ‘lla Matonna mantanendu sempre quiddha ppe’ Cristu. La cungreca festeggia lu 15 te acostu la titulare. Lu 30 novembre porta a prucissione S. ‘Ndrea, lu santu piscatore. Lu 20 te giugnu ‘ccumpagna la prucissione te S. Luvici. Pija parte a ‘lla Samana Santa ‘ccumpagnandu la prucissione te l’Urnia ‘ccu la statua te la Vergene ‘Ndulurata, lu Vennardia Santu. A ‘lle prucissiuni li fratelli vestene saccu, capucciu e cuanti janchi, munzetta, burdata te nastrinu giallu oru, e cingulu cialesti.

CONFRATERNITA DEL CROCEFISSO

Questa Confraternita è la sola che tiene come titolare Gesu Cristo. Fu fondata al quindicesimo secolo quando un gruppo di devoti del SS. Crocefisso si trovava prima dentro una chiesetta vicino al monastero dei Padri Riformati e poi dentro un’altra chiesa alla via S. Angelo. In principio però teneva come titolare S. Micheli Arcangielo. Il 22 aprile del 1643, visto che i fratelli diventavano sempre di più, il vescovo De Rueda dichiarò che quel gruppo di devoti si poteva considerare una confraternita e dettò lo statuto. Siccome la chiesetta di via S. Angielo era buia e umida per la salamastra, dopo quasi un secolo, nel 1741, il vescovo nuovo Filomarini diede il permesso di fabbricare una chiesa tutta per loro (quella di adesso). I lavori iniziarono lo stesso anno e finirono nel 1750. Il 2 gennaio del 1751 l’Arcivescovo Amela Tomaso aprì e consacrò la chiesa nuova. Nelle regole dello statuto si legge che per far parte di questa Confraternita si doveva essere “fabri lignarii” (cioè fabbricanti di botti); ma lo statuto dice pure che per farne parte si doveva tenere una grande devozione per la Passione di Cristo da dimostrare specialmente il Venerdì Santo partecipando alla processione dell’Urnia. Dai primi del 1900 la confraternita fa parte della chiesa del SS. Crocefisso dei Profeti di Roma e ha avuto il titolo di Arciconfraternita. Sempre per statuto i fratelli novizi devono essere cantati il primo di maggio. La confraternita oltre a festeggiare il SS. Crocefisso (29 aprile – 2 maggio) e alla processione dell’Urnia, festeggia l’antico titolare S. Michele Arcangelo (8 maggio), S. Anna (26 luglio) e la Madonna del Bun Consiglio (22 – 25 aprile). I fratelli alle processioni vestono col sacco rosso, che ricorda la Passione di Cristo, capuccio e guanti rossi, cingolo blu e munzetta celeste.

CONFRATERNITA DEL ROSARIO

Caddhipuli a ‘lla fine te lu 1500 era chinu te tivoti te la Matonna te lu Rusariu, ma sulamente lu 29 acostu 1647 foe criàta la cungreca ‘ccu attu te lu nutaru Pietru Paulu Senape e ppe’ ‘ntaressu te lu castellanu don Giuseppe te la Cueva. Li fratelli erene essere artigiani oppuramente “sartori et fili sartori” e nu’ erene essere cchiui te centu parcè ci erene te cchiui nu’ putìene cuvarnare bona la cungreca stessa. Lu primu Priore elettu foe Bartulumeu Romanu. A ‘lli fratelli foe cuncessu te usare l’artare te la Vergene te lu Rusariu ca se truvava intra ‘lla chesia te li Domenicani a cundizione ca lu Patre Spirituale era t’essere te st’Ordine. Mentruttantu la chesia a ‘llu 1700 era stata frabbacata cchiù crande e cchiù beddha. A ‘llu 1899 la cungreca se vitte assegnata ppe’ le funzioni ‘sta chesia. Li fratelli già te li primi anni te vita, tistinguìene lu Priore te lu Prefettu. Lu primu se la vitìa te la festa te la Matonna te lu Rusariu e de la novena intra ‘lla chesia; lu sacondu era a capu te la cungreca. Comu nc’è scrittu su ‘llu libbru te la cungrecazione, lu 3 giugnu 1827 lu Priore ‘mbitàu li fratelli ‘ccu se vestene ‘ccu l’abbitu e ‘ccu ‘ccumpagnane la statua te S. Ommubonu, protettore te li fratelli sarti, te la chesia te S. Domenicu a ‘lla chesia te lu Cannitu. Quistu parcè intra ‘sta chesia nc’era ‘nu quatru (nc’ete puru moi) e n’artare teticatu a ‘llu santu. ‘Sta tratizione se purtàu nnanti mentru a quandu nu’ foe manatu ‘nterra l’artare te lu santu a ‘llu Cannitu. La festa principale ete quiddha te la Matonna te lu Rusariu ca se festeggia l’8 masciu e la prima tumenaca te ottobre. La prucissione te la Matonna vene cunsiterata “te penitenza” e ppe’ tratizione nu’ se chiama mai la banda ma su’ li tivoti ca ‘ccu prechere e ‘ccu canti ‘ccumpagnene la Vergene. La cungreca festeggia puru S. Domenicu e S. Vicenzu Ferreri. L’abbitu se ‘mbicina mutu a quiddhu te li Domenicani. Li fratelli vestene perciò saccu, cuanti e capucciu janchi; a ‘llu cingulu portene ‘mpisu ‘nu crossu Rusariu e te su ‘lla munzetta niura esse ‘nu cullettu jancu.

CONFRATERNITA DEL Ss. SACRAMENTO (e del Canneto)

Topu la tistruzione fatta te li Francesi, a ‘llu 1502, la chesia te lu Cannitu foe frabbacata ‘ntorna e cuntinuau ‘ccu fazza parte te l’Abazia te S. Leonardu te la Marina te Sipontu. Ma a ‘llu 1576, ppe’ tesiteriu te lu monucu Ottaviu Aureliu, comu stae scrittu su ‘lli registri te la Curia su ‘lla visita te lu vescuvu Montoya, passau sotta le cure te la cungreca te Maria SS. te lu Cannitu sotta lu titulu te la Visitazione, ‘ccu lu cunsensu te papa Piu V. Sempre sacondu lu vescuvu Montoya, ‘sta cungreca nc’era già prima te la tistruzione te la chesia stessa e facìene parte masculi e femmene te tiverse catecurie te lavoratori e puru li signuri. Lu ‘ncarucu te purtare a nanti la chesia foe pijatu te lu nobbile caddhipulinu Cesare Archanà, ‘ccu lu cunsensu te tutti l’addhi fratelli, ca foe lu primu Priore. Li picca tocumenti rrumasti ticene ca ‘sta cungreca era mutu ricca e se ‘nterassava te l’assistenza a ‘lli poviri e de purtare a nanti la chesia mentru a ‘llu 1700. Ppe’ tuttu lu 1800 però sciu retu ppe’ retu e a ‘lla fine te lu seculu sparìu. A ‘llu 4 frabbaru 1928, ppe’ ‘ntaressu te lu parrucu Sebastianu Natali, vinne criata ‘ntorna sotta ‘llu titulu te lu SS. Sacramentu e foe trasferita a ‘lla chesia te lu S. Core ‘ccu lu parmessu te lu vescuvu Muller. Ma li cunfratelli nu’ se rascurdara te lu ‘nticu titulu e mantanìra su ‘lle munzette lu simbulu te la Visitazione. Lu primu Priore te la nova cungreca foe Micheli Moscu. Li fratelli vestene saccu, capucciu e cuanti janchi, cingulu e munzetta russi. Turante l’annu festeggia la ‘ntica titulare, la Matonna te lu Cannitu, ‘ccumpagnandu la prucissione te l’1 lugliu. Organizza la festa te lu S. Core ppe’ la fine te lu mese te giugnu e pija parte, paru ‘ccu l’addhe cungreche, a ‘lla prucissione te lu Corpus Tomine e a quiddhe te S. Acata e S. Subbistianu. Urtimamente festeggia puru S. Giuvanni Leonardi. Lu Sciuvatia Santu partecipa a ‘lla visita a ‘lli Sapurchi.

CONFRATERNITA DELL’IMMACOLATA

La cungreca te la ‘Mmaculata te li Francescani foe criata a ‘lli primi te lu 1600 ppe’ ‘ntaressu te li Patri Riformati te lu cumentu ca nc’era a Caddhipuli e facìene parte cristiani te ogni tipu te arte e ca tanìene ‘na crande tivozione ppe’ la Vergene ‘Mmaculata. A principiu li fratelli nu’ tanìene ‘na chesia loru e funziunavene a ll’artare te la ‘Mmaculata intra ‘lla chesia te lu cumentu ppe’ cuncessione te li stessi Patri Francescani. Ppe’ quistu pijau lu nome te “Cungreca te la ‘Mmaculata te li Francescani”. A ‘lli primi te lu 1700 però la cungreca sparìu e patre Serafinu te Parabbita, pruvinciale te st’Ordine, nde criàu n’addha nova ‘ccu lu titulu te “Cunfraternita te la ‘Mmaculata Concezione” a ‘llu 1720. Se scrissara li fratelli te la prima cungreca, li frabbacaturi e li nobbili. Su ‘lli registri se legge ca facìa parte puru la famija Tafuri, una te le cchiù nobbili te Caddhipuli. La nova cungreca frabbacau la chesia a ‘llu 1768 e la tivozione ppe’ la Vergene ‘Mmaculata, crazzie a ‘llu ‘mpegnu te li fratelli, foe ‘ntisa te tutta la populazione e ddevantau unu te li mumenti cchiù ‘mpurtanti te la vita religiosa te lu paese. Comu se pote pansare, la festa principale ete la ‘Mmaculata ca vene purtata a prucissione la matina ‘mprima te lu 7 dicembre, ‘ccumpagnata te la “Pasturale Caddhipulina”, ‘na musaca tuce-tuce te autore scanusciutu. Li fratelli vestene saccu, capucciu e cuanti marrò, cingulu jancu e munzetta cialeste-aviu. Su ‘lle macchiette te la munzetta, oltre a ‘lla ‘Mmaculata, nci su’ tisegnati li simbuli te l’Ordine Francescanu a racordu te la ‘ntica cungreca. Lu Vennardia Santu e lu Sabbutu Santu espone li “Misteri” ca suntu scene te la Passione te Cristu, pittate su’ carta te li frati Nocera a ll’anni ’40 te ‘stu seculu. Ogni annu vene cangiata la cumposizione sacondu ‘ntichi mutelli.

CONFRATERNITA DELLA MADONNA DEL CARMINE

Già a ‘llu 1530 nc’era a Caddhipuli ‘na cungreca chiamata te la Pietà o Misericordia ca tanìa n’oratoriu ‘ntitulatu a ‘lla Matonna ‘Ndulurata. Lu primu Priore foe, a ‘llu 1567, Falippu t’Ospina. A ‘sta cungreca se scrisse parecchia gente te catecorie tiverse ca era tivota te la ‘Ndulurata. Sulamente parcè farcincunu era tivotu te S. Crispinu se nd’ave sciuta sempre comu la “cungreca te li scarpari”. A ‘llu 1600 la cungreca ‘nzignau ‘ccu onora puru la Matonna te lu Carmunu e a ‘llu 1714 li fratelli te la Misericordia frabbacara n’addhu oratoriu susu ‘lla chesia ca già nc’era e criàra iddhi stessi la cungreca te Maria SS. te lu Monte Carmelu. Ppe’ le riforme su ‘lle cungreche, le toi cunfraternite se unìra sotta ‘llu stessu statutu, ‘pprovatu a ‘llu 1776, ‘ccu lu titulu te “Venerabile Cunfraternita te l’Opara te la Misericordia, Orazione e Morte sotta ‘llu titulu te la beata Vergene Maria te lu Monte Carmelu”. A ‘llu 1790 foe tatu lu titulu te “Cungreca te la B. V. te lu Monte Carmelu sotta ‘llu titulu te la Misiricordia. Ma a ‘llu 1836 le toi chesie, vecchie e pariculanti, fora manate ‘nterra e foe frabbacata la chesia te moi ca foe ‘perta lu 5 ‘brile 1838. E’ l’unica cungreca ca usa toi abbiti. Lu primu, te lu Carmunu, usa saccu, capucciu, cuanti e cingulu janchi, scapulare marrò e munzetta avana e bbene usata a tutte le ‘ncasioni liturgiche te l’annu. Lu secondu, te la Misericordia, ete tuttu niuru e cumpletu te cappieddhu e burdone te pellecrinu e se usa lu giurnu te la ‘Ndulurata, a ‘lli ssuppiji te la Samana Santa e ppe’ la visita a ‘lli Sapurchi. La cungreca oltre a ‘lla Matonna ‘Ndulurata, festeggia la Matonna te lu Carmunu ‘ccu ‘nu triduu (12-16 lugliu); S. Lucia sempre ‘ccu ‘nu triduu (9-13 dicembre) e ‘ccu la prucissione ‘ccumpagnata te la “Pasturale caddhipulina”. Unu te li ‘mpegni ca la cungreca purtava nnanti era l’opara te caritate ppe’ li fratelli vecchi e suli e de li paisani poviri. Te quisti ‘nticamente facìa li funerali a spese soi.

CONFRATERNITA DELLA PURITA’

Tra le chesie teticate a ‘lla Matonna, la Puritate ete ttrorà la cchiù beddha e la cchiù ricca. Vinne frabbacata a ‘lla metà te lu 1600 e la cungreca foe criata a ‘llu stessu periutu te lu vescuvu Montoya ca ddettatu puru lu statutu. A ‘llu 1768, comu tutte l’addhe cungreche te l’ebbuca, bbiu lu “Reale Assensu” te lu re Ferdinandu IV te Borbone. La cungreca cantava fratelli sulamente li facchini e li scaricaturi te portu (quiddhi ca la gente chiamava “vastasi”). Sapimu quantu era crande ‘sta catecoria te lavoratori a ‘lli tiempi te lu cummerciu te l’oju e de tante addhe marcanzie e quanta ricchezza ave tatu a ‘llu paese. Quistu spiecava nu’ sulamente lu crande numuru te fratelli ca se scrìssara ma puru la ricchezza te ‘sta cungreca e de la chesia stessa. Su’ stati li “vastasi”, ‘ccu li sutùri loru, ca l’ane ‘rricchiuta te quatri e paramenti sacri mentru a ‘llu puntu ca lu trisoru te la cungreca è sacondu sulamente a quiddhu te S. Acata. ‘Nticamente li fratelli tavene parte te li sordi bbuscati a beneficiu te la cungreca ca pruvvitìa a jutare li fratelli ca ppe’ mmalatia o vecchiaia nu’ putìene fatiàre. Era tanta la fatìa a ‘llu portu ca li “vastasi” ciarcara lu parmessu te “nu’ santificare le feste”. Parmessu ca papa Cricoriu XIII cuncesse lu 18 ‘brile 1581 e ca papa Sistu V cunfermau a ‘llu 1590. Li fratelli vestene saccu, capucciu e cuanti janchi, munzetta giallu pajarinu burdata te nastrinu russu e cingulu russu. La festa cchiù crossa ca la cungreca porta nnanti ete quiddha te S. Cristina (23-24-25 lugliu) ca ‘nzigna ‘ccu la novena e cuntinua ‘ccu la prucissione. ‘Nticamente festeggiava puru la Matonna te lu Cannitu (intra ‘lla sacristia nc’ete ‘na beddha e ‘ntica statua) e la Matonna te la Croce lu giurnu te l’Ascensione. La Samana Santa porta ‘ngiru la prucissione te Cristu Mortu e la Desolata la matina te lu Sabbutu Santu.

CONFRATERNITA DELLE ANIME

La cungreca te l’Anime Sante te lu Burgatoriu, sotta ‘llu titulu te la SS. Trinità, ‘nzignau l’attività a ‘llu 1639 quandu toi frati, Frangiscu e Angiulu Candeto, chini te tivozione ppe’ l’Anime Sante e jutati te lu vescuvu de Rueda, ‘nzignara ‘ccu bane a questula ogni lunatia e ‘ccu li sordi raccoddi facìene tire S. Messe a suffraggiu te li morti; Messe ca vanìene titte intra S. Acata a ll’artare te l’Anime. Quandu murìu Frangiscu, Angiulu cuntinuau l’opara te lu frate ca ciarcàu ‘ccu aumenta lu numuru te fratelli. Muti addhi caddhipulini se unìra a ‘sta tivozione tantu ca lu vescuvu Montoya, a ‘llu 1660, tese lu parmessu a ‘lli cunfratelli te vastire lu saccu e la munzetta ca erene e suntu ‘ncora osci te culore cennere. A ‘llu 4 marzu te lu stessu annu se vutàu lu primu Priore, lu tottore ‘Ndrea Pirelli. A iddhu succiàtiu lu tottore ‘Ndrea Sansonetti ca, vistu lu numuru sempre cchiù crande te fratelli, bbiu lu parmessu te usare la chesia te S. Angiulu. Sempre ppe’ ‘ntaressu sou se bbiu lu “Reale Assensu” lu 30 novembre 1662. A ‘lla morte te lu Sansonetti foe fattu Priore lu tottore Matteu Cuti ca ddettau le prime recule te lu statutu. A ‘llu 1663 la cungreca foe misa sotta ‘llu titulu te la SS. Trinità. Le recule te lu statutu fora ‘pprovate te lu vescuvu Montoya lu 29 ‘brile 1665. A ‘llu 15 dicembre 1664, quandu era Priore lu capitanu Carlu Rocci, se ‘nzignau a frabbacare la chesia te moi ca foe spicciata a ‘llu 1680. Lu 25 fabbraru te lu stessu annu foe cunsacrata te lu vescuvu ‘Ntoni Perez te la Lastra. A ‘llu stessu periutu la cungreca bbiu lu titulu te Arcicunfraternita te la Bona Morte e Orazione te Roma. Comu imu vistu li primi Priori erene tutti tottori e perciò te principiu te ‘sta cungreca ane fattu parte sempre nobbili e ‘ncora osci vene chiamata la “cungreca te li Signuri”. Lu scopu principale è quiddhu te tare massimu onore e cloria a ‘lla SS. Trinità, a ‘lla Vergene e dare lu suffraggiu a ll’Anime Sante: tuttu quistu ppe’ la sarvezza te l’anima. L’abbitu te culore cennere nu’ se usa cchiui; se usa ‘mbece quiddhu ca veste saccu e capucciu russi, munzetta e cingulu cennere. A ‘lla Samana Santa se ‘ggiunge a ll’abbitu lu cappieddhu criggiu e lu burdone te pellecrinu.

CONFRATERNITA DI SAN FRANCESCO DI PAOLA

Te li tocumenti ca nci suntu su’ ‘lla Curia vescuvile se legge comu ‘sta cungreca foe criata lu 20 ‘brile 1647 te lu vescuvu de Rueda sotta ‘llu titulu te “Maria SS. te la nive o te Cassopu“. ‘Stu titulu vinne tatu parcè la chesia ‘ntica foe frabbacata a ‘llu stessu locu addhu nc’era ‘na chesia bizantina, a nanti lu bastione te S. Frangiscu longu. Lu vescuvu stessu tese ‘sta chesia a ‘lla cungreca ca rrumase mentru a ‘lli primi te lu 1800 quandu se trasferìu ppe’ picca tiempu a ‘lla chesiceddha te S. Giuvanni Battista parcè la chesia te lu Cassopu era pariculante. ‘Ccu ‘nu Regiu decretu te lu 2 ‘brile 1813, vinne tata a ‘lla cungreca la chesia te S. Frangiscu te Paula e de ddhu mumentu la cungreca cangìau nome e ddevantau “Cunfraternita te S. Frangiscu te Paula sotta ‘llu titulu te Maria SS. te la nive o te Cassopu”. A lugliu te lu 1827 li fratelli ciarcara a ‘llu vescuvu Botticelli lu parmessu, sottu forma te privileggiu, te “cunservazione in perpetuo” te lu SS. Sacramentu a ll’artare maggiore te la chesia. Perciò tuttu quiddhu ca ricuarda la tivozione a ‘llu SS. Sacramentu ete la particularità te ‘sta cungreca oltre a ‘lla tivozione a ‘lla Matonna te la Nive o te Cassopu (triduu 30 lugliu – 3 acostu) e a S. Patre proclamatu, a ‘llu 1943, patrone te la gente te mare. La festa a ‘stu santu se face senza tata fissa. Te principiu a ‘lla cungreca se scrissara li “fabri ferrari” e poi gente te addhe arti e puru farci nobbile. Li “cassobbi”, comu li chiama la gente, partecipene a ‘lle prucissiuni vastendu saccu e capucciu azzurrini, cingulu, munzetta e cuanti russu-cranata. La cungreca tene lu privileggiu te pijare parte a ‘lli riti te la Samana Santa ‘ccu lu cappieddhu e lu burdone te pellecrini comu lu Crucifissu, lu Carmunu e l’Anime.

CONFRATERNITA DI SAN GIUSEPPE

Nel 1500 a Gallipoli c’era già la confraternita di S. Giuseppe dentro la chiesetta dedicata al Santo in via Zacheo. Però non ci sono carte o documenti per farci capire l’anno della fondazione. La confraternita teneva in principio come unico scopo la devozione per lo sposo di Maria. Facevano parte li “fabri lignarii” (i falegnami) con mogli e figli. Dopo qualche anno però la confraternità sparì e fu creata di nuovo con lo stesso titolo nel 1662 e per l’occasione si allargò la partecipazione a gente di altre arti (mestieri). Le regole dello statuto furono dettate dal vescovo Montoya ed ebbero il “Regio Assenso” dal re Ferdinando IV il 17 dicembre 1794. La confraternita per parecchi anni si fermo fino a quando, per interesse del vescovo Carfagnini, non venne creata di nuovo sotto il titolo di “Cungreca te S. Giuseppe e de la Bona Morte”. Era il 22 novembre 1887. Fu tanto il numero degli iscritti che si senti il bisogno di trovare una chiesa più grande. Si scelse quella di S. Chiara, dedicata anticamente ai SS. Apostoli Pietro e Paolo, che era la chiesa del monastero delle Clarisse. La chiesa fu data alla confraternita solamente per le funzioni con una delibera del sindaco Giovanni Ravenna il 2 gennaio 1904. Alle processioni i fratelli vestono sacco, capuccio e guanti bianchi, cingolo blu e munzetta gialla bordata di blu. La festa principale é quella di S. Giuseppe falegname il 19 marzo che incomincia con la novena e continua con la processione del 18. Tempo fa la confraternita ha aggiustato la statua antica di S. Chiara (insieme a quella di S. Caterina di Bologna) titolare del monastero che fu buttato a terra. La santa viene festeggiata 8-11 acosto e finisce con la prucessione. La confraternita partecipa ai riti della Settimana Santa con la visita ai Sepolcri.

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Musica popolare

musica_popolare
Gallipoli, come del resto tutto il Salento, non é solo sole, mare e spiagge: una delle tradizioni che rende celebre la nostra terra è il ballo della pizzica o tarantella. Questa forma di ballo, considerata un tempo come l’unica cura contro il morso di un ragno, “la taranta”, oggi é parte attiva della nostra terra. Infatti tante delle nostre feste paesane, come le sagre, hanno come punto di forza i vari gruppi che suonano, cantano e ballano le melodie della pizzica. Non possiamo fare a meno di citare le varie manifestazioni che precedono “la Notte della Taranta” a Melpignano, ormai conosciuta ovunque per la presenza ogni anno di personaggi e musicisti illustri. La musica popolare gallipolitana racconta la cultura della nostra vita quotidiana, gli uomini e le donne con i loro amori, le loro speranze e con tutte le loro incertezze. Le canzoni raccontano con la loro dolce melodia l’amore, le fatiche del lavoro, mentre la danza racconta il corteggiamento verso la propria donna amata e a volte la sfida per conquistarla.

Testi Musica Popolare 1: Baccu, tabaccu e venere  –  Barcarola  –  Beddha ci stai luntanu
Testi Musica Popolare 2: Canzone a mienzu mare  –  ‘Cci ‘gghè beddhu  –  Ciju (frenesia)
Testi Musica Popolare 3: Fimmene fimmene  –  L’acqua ci te te sciacqui  –  La pizzaca (suspiri ci te core)
Testi Musica Popolare 4: La Turtura  –  Lu capone  –  Le carceri te Lecce (la Cesarina)
Testi Musica Popolare 5: Lu police  –  Lu rusciu te lu mare  –  Lu scènnuru  –  Nia nia nia
Testi Musica Popolare 6: Pizzica scasciata (la gallipolina)  –  Pizzicarella mia  –  Quandu l’auceddhu pizzaca la fica
Testi Musica Popolare 7: Quant’ave can u passu  –  Santu Paulu  –  Sott’acqua e sotta jentu
Testi Musica Popolare 8: Tamme nu ricciu  –  Te sera  –  Ulia cu essa sabbutu stasera


{tab=Testi 1}

Baccu, tabaccu e venere

Ostriche rizzi cocciuti e pateddhe

cuzziddhi carapoti e cannulicchi

na buttija te vinu e doi friseddhe

e mangia ca le tiscete te ‘licchi

 

(Rit.)

Quistu cumpare, criteme,

quis’è felicità

mangiare bonu e bivire

caruse an quantità.

 

Nu pirettu te vinu e do tarici

to ciciri rustuti e na pagnotta

nu mazzu te carte e tre amici

cu nde facimu nu patrone e sotta.

 

(Rit.)

…………..

……………..

…………


Barcarola

Ci vene te luntanu a stu paese,    

te l’unda te lu mare ‘nnazzacatu

Spalanca l’occhi e resta stralunatu

pe lu trisoru te baddhizzi ‘nc’è

 

Quistu cielu… Quistu cielu e quistu mare

Su le cose, le cchiu rare

Caruse mai viste cchiu beddhe te quiste

Ucca risu e tuttu amore,

occhi niuri e rubbacore

 

Lu sole te ogni dì lu mare ‘ndora,

la luna poi la sera lu ‘nnargenta

Canta lu maranaru e se lamenta        

ca la zita lu spetta e sula sta

 

Quistu cielu… Quistu cielu e quistu mare

Su le cose, le cchiu rare

Caruse mai viste cchiu beddhe te quiste

Ucca risu e tuttu amore,

occhi niuri e rubbacore


Beddha ci stai luntanu

Beddha ci stai luntanu e ‘bboi me viti

‘nfaccete a ‘la fanestra te lu punente

 

ci sienti friddu suntu li mei suspiri

ci sinti cautu ete stu core ardente

 

ci unde viti a mare nu le timire

suntu te lacrime mei fiumi correnti

 

E ci pe l’aria sienti uci e lamenti

Su jeu ca te chiamu e nu me sienti

 

Beddha ci oji cu ‘bbieni jeu te nde portu

A ‘lu paese meu tantu luntanu

 

A ‘lu paese meu se fila l’oru

Addhai se mangia sempre pane te cranu

{tab=Testi 2}


Canzone a mienzu mare

Quista canzone è ‘ssuta ‘mmienzu ‘mare

Mentru facia la cuardia a lu papore

Lu rusciu te lu mare me fice sparlare

ca foe capricciu te lu primu ammore

 

Nu t’aggiu uluta mai e mai te oju

Ca l’intenzione pe te nu ‘nc’è stata mai

Ddhru picca tiempu ca jeu te ulia

Foe lu capricciu te sta capu mia

 

Te l’aggiu titta toi, tre fiate mamma

Cu nu me mandi sula a’la taverna

 

Ca ‘nc’è lu fiju te lu tavarnaru

Quandu me tae lu restu me stringe la manu

 

Te l’aggiu titta quattru e cinque fiate

Cu nu me mandi sula a’la funtana

Ca nc’è lu fiju te lu ‘Ngiò Pastizzu

Quandu me vite me face l’occhiu rizzu

 

Te l’aggiu titta quattru e cinque fiate

Cu nu me mandi sula a’la funtana

Ca ‘nc’è lu forte jentu te labbici

Maledizione a te quandu te fici


‘Cci ‘gghè beddhu

Ci ‘gghe beddhu stare a campagna

Sotta n’arburu te sita

E cu na carusa ‘zzita ci piacere ci ‘ci stà

 

Ci ‘gghe beddhu a praja a ‘la rena

Alla turre te S. Giuvanni

Tutti toi tanimu vint’anni ci piacere ci ‘nci stà

 

Ci ‘gghe beddhu fare li bagni

Alli scoji te lu Cannitu

Quiddhu musu è sapuritu ci piacere ci ‘nci stà

 

Ci ‘gghè beddhu scire pe mare

Velisciandu a misa te sole

Quandu la carusa ole ci piacere ci ‘nci stà

 

Ci ‘gghe beddhu fare li bagni

Sott’a litu te S. Giuvanni

Tutti toi tanimu vint’anni ci piacere ci ‘nci sta

 

Ci ‘gghe beddhu fare li bagni

Allu scoju te li Picciuni

Tutti toi curciuli curciuli ci piacere ci ‘nci stà

 

Ci ‘gghe beddhu fare l’amore

Sotta n’arburu te fronda

E cu na carusa bionda ci piacere ci ‘nci stà


Ciju (frenesia)

Teve sta dormi chinu e scusciatatu

E jeu sta piscu a ‘rretu lu Cannitu

Pe te sta scurre tuce la nuttata

Pe me scurrene l’ore cu lu citu

 

Umbra te lu Castieddru ‘nnirvacata

Rasciu te luna chiara e silenziusu

 

Purtateme me scundu a na ripata

Cu zumpu e cu ‘nde mozzucu ddhu musu

 

Mamma sarena ‘llumina st’aria te cantilena

Cu la chitarra sonala e tira la catina

Te pennicedddre morbide ‘cconza lu canapè

E tutti toi cariscende e ‘ncatinala cu me!

 

Te sta te sonni fate e principini

E Jeu sta sugu sale te lu mare

Li musi oju te sugu ‘nzuccarini

Lu cangareiddhu tou oju sugare

 

O luce mea te risula ‘llanzata

Ùmbra te strittuleddha senza ‘ssuta

 

Purtateme me scundu a na ripata

Purtateme la vasu a ‘ncanna nuda

 

Mamma sarena ‘llumina ste crotte toi lucenti

Cu li curaddhi parele cu lucerneddhe ardenti

Sparpaja penne e tumini, cuscini e canapè

E tutti toi cariscende e ‘ncatinala cu me…

E tutti toi cariscende e ‘ncatinala cu me!

{tab=Testi 3}


Fimmene fimmene

Fimmene fimmene ca sciati allu tabaccu

Nde sciati ddhoi e nde turnati quattru

 

Ci be la tice cu faciti lu tabaccu

La ditta nu be tae li taraletti


Ca poi li sordi be li benatice

Cu be faciti nuci te natale


Fimmene fimmene ca sciati alle ulie

Cujiteme le fitte e le scijare


Te ticu sempre cu nu chianti lu tabaccu

Lu sole è forte e be lu sicca tuttu

 

Fimmene fimmene ca sciati a vindimmiare

E sutta allu cippune be la faciti fare

 

E Santu Paulu meu te Galatina

Fammene cuntente sta signurina

 

E Santu Paulu meu te le tarante

Pizzichi le caruse a mmienzu l’anche

 

E Santu Paulu meu te li scurzuni

Pizzichi li carusi alli cujuni


L’acqua ci te te sciacqui

L’acqua ci te te sciacqui alla matina

None ninnella mia nu la manare

Nu la manare, jeu te preu ninnella mia

nu la manare

 

Ca addhu la meni te nasce na spina

Nasce na rosa russa pe ‘ndurare

Nu la manare,jeu te preu ninnella mia

nu la manare

 

E passa la spiziale e se la coje

Nde face medicina pe sanare

Mo pe sanare, jeu te preu ninnella mia

nu la manare

 

E pe sanare le ferite mei

Ca su d’amore e nu sanene mai

Sanene mai, jeu te preu ninnella mia

nu la manare


La pizzaca (suspiri ci te core)

Suspiri ci te core ahi me vaniti

Sciati a ‘la beddha mia e suspirati

E cusì se fa l’amore e te passa lu tulore

Na e na e na ni nena…

 

Se parte e se partiu lu bene meu

Quante fije te mamma scunsulau

Scunsulau lu core meu quandu tisse me ‘nde vau

Quandu a Napuli partiu e na lettre me scriviu

 

Mamma ‘cci bruscia lu focu t’amore

Ca nu lu stuta l’acqua te lu mare

E cusì se fa l’amore cu lu friddhu e lu brusciore

 

Uli cu te lu ticu e nù ‘mbulia

Ulia cu te lu ‘ntossucu lu core

Quandu teve te ‘nde cali la candela bruscia l’ali

La palomba vola, vola, l’auceddhu e la caggiola

 

Mamma ‘ccè beddha l’amore vicina

ci nu la viti la sienti cantare

E cusì se fa l’amore

Cu le chiacchere e le palore

 

Ulia cu essa sabbutu stasera

Cume lu cotu lu meu bene crai

E cusì se fa l’amore fazzuletu te culore

Nde lu tau a ‘lu bene meu cu se stuscia lu sutore

 

Ci nu la sinti la mane e la sera

La sinti a menzanotte suspirare

E cusì se fa l’amore

Cu suspiri te lu core

{tab=Testi 4}


La turtura

Ohi, la cumpagna!

La turtura ci perse la cumpagna

nu’ se mmasuna mai allu stessu locu.

L’acqua la vagna,

nu’ se nde cura ca l’acqua la vagna,

suspira e scetta lacreme te focu.


Lu capone

Oh mamma scinde e ‘bbota le caddhine

Viti ca manca lu meju capone

Quiddhu ca porta le penne turchine

Lu cumandante te lu battajone


Le carceri te Lecce (la Cesarina)

Scindu te le muntagne Caddhipuline

Nu sacciu ci la trou la Cesarina

 

Oh Cesarina mia, Cesarina cara

‘mmienzu lu piettu tou ‘ncè na catina

 

E te la porti a ‘mpiettu e jeu la portu a ‘mmanu

e tutti toi ‘ncatinati stamu

 

Oh giudice ci porti la pinna a ‘mmanu

nu me la fare longa la mea cundanna

 

Ca nu aggiu ‘ccisu e mancu aggiu ‘rrubbatu

Pa nu ‘nfame carogna stau carciaratu

 

Ca ci ole Diu cu cangia stu cuvernu

La terra la caminu parmu a parmu

 

Oh Cesarina mia, Cesarina cara

Li carciri te Lecce nu li sapia

 

Li carceri te Lecce jeu nu li sapia

Me l’ha fatti ‘mparare Cesarina mia

 

Li carciri te Lecce su cruci cruci

Te lu luntanu passene l’amici

 

A S. Frangiscu le pecure allu friscu

le crape allu mantagnu pe la minchialità

{tab=Testi 5}


Lu police

Mo’ scinde papa ‘Ntoni e dice messa,

lu police se mangiau la menza coscia.

Police bellu llera, police bellu llera

Police bellu llera, police bellu llerullalà….

Ci tice ca lu police è curnutu,

iddhu è lu primu crande spergungatu!

Police bellu llera…

Ci tice ca lu police nu’ è santu:

vite lu paratisu ogni mumentu.

Police bellu llera…

A casa mesciu Ntitta ulìa ‘ccu bbau,

te le tre fije soi la crande oju.

Police bellu llera…

La crande ete bona e la manzana puru,

ma la piccicca nde la cala a tutte toi.

Police bellu llera…

Allu scuru lu zzaccau e de l’occhiu nu’ bbitìu,

la capu nde zzumpàu e lu police ccitìu!

Police bellu llera…


Lu rusciu te lu mare

Lu rusciu te lu mare è tantu forte

La fija te lu re se tae a ‘la morte

 

Iddha se tae a ‘la morte e jeu a ‘la vita

La fija te lu re sta se marita

 

Iddha sta se marita e jeu me ‘nzuru

La fija te lu re purtau lu fiuru

 

Iddha purtau lu fiuru e ieu la parma

La fija te lu re è sciuta a Spagna

 

Iddha è sciuta a Spagna e jeu ‘n’Turchia

La fija te lu re la zita mia

E vola, vola palomba mia

lu sergente m’aggiu pijà


Lu scennuru

Ci fijata me tai te chiamu mamma

e ci nu’ me la tai te chiamu “nunna”.

 

Tegnu ‘na mamma e n’addha nde ulìa:

una ‘ccu fazza sagna e l’addha tria.

 

Tegnu ‘na mamma e n’addha nd’oju bbire

ca ‘ccu ‘na mamma nu’ pozzu campare.

 

E mentru sta’ filava nde catìu lu fusu

facce te milu, sàlundulu susu.

La-liu-li-liu-li -liu-la

la zzita mia ci tesse

mena lu filu e poi se nd’esse.


Nia nia nia

E jeu na mamma tegnu e n’addha ‘nde ulia

Ca cu na mamma nu se pote stare

E una poi cu eggia propriu a mamma mia

E n’addha fija poi cu m’eggia te tare

 

Uhei none, none, none mamma, none

‘ddurmiscilu stu fiju pè nu paru t’ore

uhei pè nu paru t’ore, pè nu paru e misi

finchè lu tata nu ‘nzigna li marisci

 

E nia, nia, nia

A mamma fimmaneddha ulia

E lu tata masculeddhu cu lu porta alla fatia

 

E none, none, none

Nu mandare ca nu te ole

Ca aggiu mandatu jeu e ‘ndaggiu perse le palore

 

E nia, nia, nia

La mamma ‘nde catta la masseria

E lu tatali pecurieddhi li cuntanti li tae alla zia

 

E nella, nella, nella

Stae carciaratu lu puricinella

E percè stae carciaratu

Pè nù ciciuru ca ha ‘rrubbatu

 

E nella, nella, nella

‘Ddumala e stutala sta lucerna

E mo ca l’hai ‘ddumata

‘ddumala e stutala n’addha fiata

 

E nazzu, nazzu, nazzu

Tantu beddhu ci ‘nde fazzu

Me lu portu a S. Chiara cu ‘nde giusta la cicala

 

E turi, turi, turi

Su te Lecce li sonaturi

E la zita è te Scurranu

Beddha mia tamme la manu

 

E turi, turi, turi

Fannu schiamazzu li pisciaturi

E percè fannu schiamazzu

Pè ‘lli chiappari te li turi

 

E nannu, nannu, nannu

Nu ‘nci scire allu messi quandu

La Ristuccia ‘nde caccia l’occhi

E la muttura ‘nde face tannu

{tab=Testi 6}


Pizzica scasciata (la gallipolina)

Ci fijata me tai te chiamu mamma

Ci fijata me tai te chiamu mamma

E ci nu me la tai nà, e ci nu me la tai

E ci nu me la tai te chiamu nunna

 

Tegnu na mamma e n’addha ‘nde ulia

Tegnu na mamma e n’addha ‘nde ulia

Una cu fazza sagna , una cu fazza sagna

Una cu fazza sagna e l’addha tria

 

Tegnu na mamma e n’addha ‘ndoju ‘bbire

Tegnu na mamma e n’addha ‘ndoju ‘bbire

Ca cu na mamma none, ca cu na mamma no

Ca cu na mamma nu pozzu campare

 

E la luna a’mmienzu mare

mamma mia m’hai ‘maritare

Fija mia a ci taggiu ‘dare mamma mia pensaci tu

 

E te tau allu piscatore ‘mminzu mare ore e ore

Quandu passa la caggia

la mena a mare la fija mia

 

E te tau allu forastieri

Mangia e bive senza pansieri

———- e ci putia

Nde futte lu mare alla fija mia

 

Ohi fija, fija mia, ohi fija bella

Ohi fija, fija mia, ohi fija bella

Si nu te l’acchi tu, si nu te l’acchi tu

Si nu te l’acchi tu resti resti zitella

 

Zitella a fija mia no nun ci ‘rresta

Zitella a fija mia no nun ci ‘rresta

U primu ca mo passa, u primu ca mo passa

U primu ca mo passa nde face a festa

 

E sparati lu cannone

Tutti quanti a prucissione

Cu a veletta, a ‘nfila ‘rretu

A la Madonna ‘Ndulurata

 

S’ha girata, na cuardata

Se nde sciuta scunfidata

A stu paese te balocchi

Capu vasce, locchi locchi

Tricchi tracchi e putipù

Statte ‘ncortu pure tu


Pizzicarella mia

Pizzicarella mia pizzicarella

Pizzicarella mia pizzicarella

Lu caminatu tou nai-ni-nai-nà

Lu caminatu tou pare ca balla

 

       A dhu te pizzicau ca nu te scerne

       A dhu te pizzicau ca nu te scerne

       Sutta lu giru giru nai-ni-nai-nà

       Sutta lu giru giru te la suttana

 

Quantu amau amau lu core meu

Quantu amau amau lu core meu

Mò nu te ama cchiui nai-ni-nai-nà

Mò nu te ama cchiui se nde scerrau

 

De l’ura ca te vitti te mmirai

De l’ura ca te vitti te mmirai

Nu segnu a fici mmienzu nai-ni-nai-nà

Nu seggnu fici a mmienzu a l’occhi toi

 

       Amore amore ce m’hai fattu fare

       Amore amore ce m’hai fattu fare

       A quinnici anni m’hai fattu mpaccire

       De matre e patre m’hai fattu scerrare


Quandu l’auceddhu pizzaca la fica

Quandu l’auceddhu pizzaca la fica

Tuttu lu musu resta ‘nzuccaratu

Cusì rimane la carusa ‘zzita

Quandu se vasa cu lu’nnammuratu

 

Beddha la mamma, beddha foe la fija

Beddha è la fine te lu malanaru

Oh, ci su beddhe le caruse te moi

Te cuardene, te ritene, te dicene ‘cci ‘bbo

{tab=Testi 7}


Quant’ave can u passu

Quant’ave ca nu passu te sta strata

de cce se maritau, de cce se mmaritau

De cce se mmaritau la beddha mia

 

Quandu alla chiesia madre la purtara

Comu na cagnulina, comu na cagnulina

Comu na cagnulina te retu scia

 

E quandu l’acqua santa nde manara

Ancora le sparanze, ancora le sparanze

Ancora le sparanze le tania

 

Quandu l’anellu a manu nde calara

Ancora ucca a risu, ancora ucca a risu

Ancora ucca a risu me facia

 

Quandu la ucca sua nde tisse sine

Chiangiti occhi,chiangiti occhi

Chiangiti occhi mei nun è cchiù mia

 

Tronu te marzu nde pozza catire

     A ci foe ca me scucchiau, a ci foe ca me scucchiau

     A ci foe ca me scucchiau de lu mio amore

 

Terra cu nu lu pozza mantanire,

sule cu nu lu pozza, sule cu nu lu pozza

sule cu nu lu pozza mai scarfare

 

     Lu liettu addhai se corca sia te spine

     Lu capatale, lu capatale

     lu capatale sia te petra’nfernale

 

A mmienzu a mmienzu cu se troa nu stile

cu nde ttrapassa l’anima, cu nde trapassa l’anima

cu nde trapassa l’anima e lu core


Santu Paulu

Santu Paulu meu te le tarante

Ca pizzichi e caruse a ‘mmienzu l’anche

 

E ahi, e ahi, e ahi lu core meu

Meu, meu, meu, ca su lu ‘Ntoni tou

Nella, nella, nella ninà

Baddha l’amore e ci la sape fà

 

Santu Paulu meu te li scurpiuni

Ca pizzichi i carusi alli cujuni

 

Mannaggia comu mai ca se ne ‘ndesse

Lu vizziu meu lu sai apri le cosce

 

Massaru la sbajasti la carrara

Quista nun’è la via te lu cumentu

 

Beddhu ci balla moi, beddhu ci balla

Ca balla nu cardillu e na paloma


Sott’acqua e sotta jentu

Sott’acqua e sotta jentu navigamu

E sotta fundu nata lu truffinu

 

Nui simu toi marange su nu ramu

E tutti toi l’amore nui facimu

 

Vene lu jentu e cotula lu ramu

Tiette Ninnella mia sinò catimu

 

Ca ci catimu nui a n’terra sciamu

E simu te cristallu e ‘nde rumpimu

 

Ulia cu te lu tau nu vasu ‘ncanna

E dopu vasata cu te vasu ‘ntorna

 

Ulia cu te lu tau lu core meu

Nu me ‘nde curu ca jeu senza vau

{tab=Testi 8}


Tamme nu ricciu

E Tamme nu ricciu e de li toi capelli

son ricci e son belli e fanno innamorare

son ricci e son belli e fanno innamorare

 

E Tamme la manu e stringimela forte

te rasu alla morte e nu me la lassare

te rasu alla morte e nu me la lassare


Te sera

Te sera nde passai e iddha nun c’era

La curte china me parse vacante

 

Me misi a dummandà tutta la gente

Ci l’hane vista ddha occhicalante

 

Una ma tittu ca nu l’a vista

L’addha ma tittu ca alli balli e sciuta

 

Jeu scii alli balli e la truvai ballandu

Cu la cazzetta russa alla pulita

 

Me misi toi tre fiate cu nci ballu

Cu nde vasu da ucca sapurita

 

Lu meu cumpagnu tisse nu la fare

Ci vasa donna vae a ‘ngalera a vita

 

E jeu a ‘ngalera a vita ulia te scire

li carni mei cusuti cu la sita

 

E jeu a ‘ngalera a vita ci su statu

li carni mei cusuti cu lu spacu

 

cusili donna ci li sai cusire

cusili a retupuntu te camisa


Ulia cu essa sabbutu stasera

Ulia cu essa sabbutu stasera

Cu me licenziu te sta masseria

Ulia cu me licenziu, tiranna traditora…

Tiranna traditora me ‘ngannasti

 

Tutti l’auceddhi l’ane pe natura

Cu fazzene lu nitu a primavera

Fiuriu, pe ‘cci fiuriu, tiranna traditora…

Fiuriu, pe ‘cci fiuriu la primavera



Alcuni Testi di CANTI 

 

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