giovedì , 12 dicembre 2019
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Antonietta de Pace

Nacque a Gallipoli (Lecce) il 2 febbr. 1818 da Gregorio, ricco banchiere, e da Luisa Rocci Cirasoli, ultima di quattro sorelle. La morte del padre (la D. aveva otto anni) provocò lo sperpero e la dispersione del patrimonio familiare. Dopo un soggiorno in collegio, dove compì gli studi, si formò a Lecce presso la sorella Rosa, moglie di Epaminonda Valentini che era, insieme con Sigismondo Castromediano, eminente rappresentante in provincia di Lecce del movimento antiborbonico. Si formò quindi in un ambiente pervaso da sentimenti patriottici, e col tempo divenne il braccio destro del cognato.

La prima azione della D. risale al 1848. In seguito alle ripercussioni in Terra d’Otranto dei fatti accaduti a Napoli il 15 maggio, si formò a Lecce un Circolo patriottico salentino, che propugnava la difesa della costituzione e la collaborazione con le autorità per poter contrastare le rivendicazioni contadine sulle terre demaniali. Alla notizia dell’arrivo delle truppe regie S. Castromediano ed E. Valentini, con l’aiuto della D., cercarono di riarmare la guardia nazionale e di mettere insieme una milizia volontaria. Ma con le truppe regie arrivarono anche i primi arresti: il Castromediano e il Valentini vennero catturati e imputati di cospirazione commessa in illecita associazione “ad oggetto di distruggere il governo e di eccitare i sudditi e gli abitanti del Regno ad armarsi contro l’autorità reale” (Allocati, p. 181). La gran corte speciale di Lecce condannò il Valentini a morte, ma questa gli sopravvenne in carcere nel ’49 per malattie e stenti.

La ferocia della repressione borbonica era così descritta da W. E. Gladstone nel 1851: “un governo che fa[ccia] sistematicamente guerra a valore, intelligenza ed energia, che mut[i] i suoi preti in spie, i suoi giudici in persecutori e suoi soldati in carcerieri. virtualmente in complici. I soggetti preferiti della sua vendetta sono coloro che, nel momento del pericolo, avrebbero potuto interporsi tra di esso e il popolo: quanti formavano il partito moderato o costituzionale. Tutti, quasi fino all’ultimo, sono in esilio o in ferri, o sono periti nelle prigioni della Vicaria o di Nisida…. Non potete aspettarvi che Napoli resti quieta più di quanto non ve l’aspettereste dal Vesuvio” (cit. in W. N. Senior, L’Italia dopo il ’48, Torino 1949, p. 115).

La morte del cognato provocò nella D. la decisione di dedicarsi con sempre maggiore impegno alla causa antiborbonica. Trasferitasi a Napoli con la sorella Rosa, entrò in contatto con i circoli liberali e frequentò le mogli del Settembrini e dell’Agresti, e la madre di Carlo ed Alessandro Poerio. Venne così a far parte della setta Unità italiana che, senza alcun programma politico specifico, propugnava l’unità nazionale e “per fine prossimo la necessità di togliere di mezzo i Borboni” (Allocati, p. 169). Gli arresti però decimarono la setta, e la D. passò allora nella setta carbonico-militare, capeggiata fra gli altri da N. Mignogna. Attraverso di lui e G. Fanelli i cospiratori napoletani strinsero rapporti con Mazzini. La feroce repressione operata dai Borboni era, secondo Mazzini (Ed. naz. degli scritti, Opere, XLII, p. 166), la causa principale della disorganizzazione in cui versavano le forze della cospirazione antiborbonica, unitamente alla precarietà e alla difficoltà che i patrioti del Nord avevano a tenere i legami col Meridione. Fu soprattutto in queste due direzioni che la D. operò.

Dopo il 1850 aveva dovuto lasciare l’alloggio della sorella, ed era entrata nel Ritiro delle Scorziate a San Paolo; non avendo di che pagarsi il mantenimento, era stata assunta come corista. Il duca di Castromediano scrive nelle sue Memorie che la D., con la sorella Rosa, si prodigò molto in favore dei patrioti detenuti nelle carceri, “tolti al lavoro, all’industria, agl’impieghi e a qualunque altra maniera di acquistar pane alle proprie case, piccoli proprietari di terre e fittaiuoli, lontani dai lor paesi e dai loro cari, mancavano di che nutrirsi… abbandonati fin dai figli e dalle mogli”. Dichiarando di essere prossima al matrimonio col detenuto Aniello Ventre, la D. riuscì ad entrare nella prigione di Procida per mantenere i contatti con i detenuti; nel frattempo raccoglieva denaro per la cassa di soccorso istituita nel carcere. Il Mignogna la mise in contatto con quei familiari dei carcerati che potevano facilitare la corrispondenza fra i detenuti politici e i comitati mazziniani di Genova, Malta e Londra; fra questi Michele Wiot (pseudonimo di Michele Pepe) e L. Sacco, cameriere di bordo sui vapori che univano Marsiglia, Genova e Napoli. Si stabilirono così più solidi rapporti tra Napoli e Mazzini, certo anche per l’attività della D., che il Monaco ipotizza sia da identificare con una Emilia Sforza Loredano, risultata sconosciuta, al cui indirizzo napoletano veniva indirizzata corrispondenza in codice, poi sequestrata. Nello stesso periodo, col Mignogna, cercò di promuovere l’unificazione dei movimenti patriottici sorti nel Napoletano, per sanare la situazione di frammentarietà rimproverata da Mazzini. I tentativi urtarono però contro la titubanza dei moderati di fronte alla soluzione unitaria e repubblicana propugnata dal Mignogna.Il 27 luglio 1855 la D. col Mignogna fu arrestata con l’accusa di cospirazione unitaria repubblicana; all’arresto seguirono perquisizioni e sequestri, ma il coraggio del Mignogna e della D., che pare fosse riuscita ad ingoiare messaggi di Mazzini per non farli cadere nelle mani della polizia, fecero sì che la temuta repressione non avesse luogo.

Le accuse contro la D. erano pesanti, perché nella perquisizione della sua cella nel Ritiro di S. Paolo erano stati rinvenuti documenti compromettenti riguardanti la corrispondenza tra Genova e Napoli, Genova e Procida, Procida e Napoli. A difenderla al processo furono gli avvocati Lauria, Castriota e Longo. Il procedimento durò quarantasei giorni.

Di fronte alla mancanza di prove chiare a carico, i giudici dovettero rilasciarla, affidandola però alla vigilanza del barone di Capracarica, fedele borbonico, mentre il Mignogna era condannato all’esilio. Anche se costretta a maggiore prudenza, la D. riprese l’attività cospirativa, mirando all’unificazione delle correnti antiborboniche e unitarie, e avversando il murattismo, che proprio nel biennio 1856-57 sembrò costituire nel Napoletano un pericolo per il fronte unitario.

L’insuccesso della spedizione di Sapri, dando ragione all’ala moderata e attendista, costrinse la D. e tutto il gruppo mazziniano a raddoppiare gli sforzi per evitare lo sgretolarsi del movimento. Nel giugno del 1859, alla notizia della vittoria di Magenta, la D. fu tra gli organizzatori della manifestazione patriottica che si concentrò a Riviera di Chiaia sotto la residenza dell’ambasciatore piemontese, e che fu sciolta dalla polizia con molti arresti. Alla notizia del trattato di Villafranca, il movimento patriottico napoletano subì una nuova scossa ed ebbe toni più decisamente repubblicani, che la D. appoggiò. Nel 1860 l’impresa di Garibaldi tolse dall’immobilismo i patrioti napoletani: dal 25 giugno il comitato segreto prese il nome di Comitato centrale dell’ordine ed ebbe come scopo il coordinamento dei movimenti delle province; la D. prestò la sua opera in seno al comitato, finché nel luglio entrò nel nuovo Comitato unitario nazionale, di stretta osservanza mazziniana, cui avevano aderito tra gli altri il Fanelli e il Mignogna. Nel settembre la D. si recò a Salerno incontro a Garibaldi: era con lui sul treno che giunse a Napoli il 7 sett. 1860. Fu poi sul Volturno a coordinare il servizio delle ambulanze.

Dopo l’unificazione, l’attività della D. andò gradualmente affievolendosi. Nel 1867, mentre si recava da Napoli a Firenze per raggiungere il marito, il giornalista Benedetto Marciano, fu arrestata a Ceprano, presso Frosinone, dalla polizia pontificia, e fu rilasciata solo dopo la protesta del governo italiano. Ritiratasi nel 1876 a Capodimonte, vi morì dopo lunga malattia il 4 apr. 1893.

Fonti e Bibl.: S. Castromediano, Carceri e galere politiche. Memorie, I-II, Lecce 1895-96, ad Ind.; C. Pisacane, Epist., a cura di A. Romano, Milano-Genova-Roma-Napoli 1937, pp. 475, 487 s., 490; G. Pupino Carbonelli, N. Mignogna nella storia dell’unità d’Italia, Napoli 1889, pp. 105 s., 123; B. Marciano, Della vita e dei fatti di A. D., Napoli 1901; O. Valio, Donne meridionali, Salerno 1902, pp. 68-81; P. Palumbo, S. Morelli, in Riv. stor. salentina, V (1908), pp. 66 ss.; M. Mazziotti, La reazione borbonica nel Regno di Napoli, Milano-Roma-Napoli 1912, p. 234; M. Bernardini, Lecce nel 1848, Lecce 1913, p. 73; A. Monaco, Un attendibile, C. Monaco, Roma 1927, pp. 68, 72 s., 75, 78; F. Bernardini, Donne del nostro Risorg., in Boll. d. Ufficio stor. del comando del corpo di Stato Maggiore, II (1927), pp. 138-41; A. Monaco, Igaleotti politici napol. dopo il ’48, I, Roma 1932, p. 99; E. Alvino, Donne del Risorgimento, in Gazz. del Mezzogiorno, 3 sett. 1936; A. Lucarelli, I moti rivoluz. del ’48 nelle province delle Puglie, in Arch. stor. per le prov. napolet., n. s., XXXI (1947-49), p. 482; F. Della Peruta, Idemocratici e la rivol. ital., Milano 1958, pp. 353-59; A. Allocati, Napoli dal 1848 al 1860, in Storia di Napoli, IX, Napoli 1972, pp. 169, 181, 184.

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