Solennità di Sant’Agata V.M.

santagataLa città di Gallipoli sin dai tempi remoti, precisamente da quando furono ritrovate, fra le dune delle sue spiagge, i resti mortali della sacra mammella, ha venerato Sant’Agata, morta martire nel terzo secolo in seguito alle persecuzioni del proconsole romano Quinziano, come protettrice della città e della Chiesa locale in particolare; il ritrovamento della sacra reliquia si perde nella notte dei tempi e la sua reale vicenda storica, come spesso accade, si interseca indissolubilmente con la leggenda popolare. Si narra infatti che l’8 agosto del 1126 sant’Agata apparve in sogno a una donna, che si era addormentata dopo aver lavato i panni nella spiaggia della Purità a Gallipoli, e avvertì che il suo bambino stringeva qualcosa tra le labbra: era la mammella della Santa.

La donna si svegliò e ne ebbe conferma, ma non riuscì a convincerlo ad aprire la bocca. Tentò a lungo: poi, in preda alla disperazione, si rivolse al vescovo, che celermente giunse nella spiaggia insieme ad altri ecclesiastici.Il prelato recitò le litanie dei Santi fino a quando, pronunciato il nome della vergine Catanese, il bimbo aprì la bocca.

Da essa venne fuori una mammella, evidentemente quella di sant’Agata. La reliquia rimase a Gallipoli, nella Basilica Concattedrale di Sant’Agata, dal 1126 al 1389, fino a quando il principe Del Balzo Orsini, in seguito ad un atto furtivo, la trasferì a Galatina, dove fece costruire la chiesa di Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto, nella quale la sacra reliquia è ancora oggi custodita.

Nonostante l’illecito, perpetrato ai danni dei fedeli gallipolini, la città non ha mai dimenticato l’intenso amore e la grande devozione verso la giovane Agata, imitandola nella testimonianza incessante del Vangelo, vera fonte di vita eterna. Molti, infatti, sono stati i Vescovi che,nel corso dei secoli, hanno commissionato, in onore della Santa Protettrice,a talentuosi artisti locali, vere opere d’arte: basti pensare alla meravigliosa Cattedrale,che sul finire del’600 fu intitolata alla giovane martire, oppure alle tele settecentesche di Giovanni Andrea Coppola, raffiguranti il martirio di Sant’Agata, che impreziosiscono ulteriormente la Cattedrale stessa.

Inoltre non possiamo non ricordare sia il busto in argento della Santa, con profili in oro,  ancora oggi portato in processione la vigilia della sua ricorrenza liturgica, sia il “Tesoro di Sant’Agata”, un insieme cioè di calici, reliquiari, suppellettili e vari oggetti preziosi custoditi gelosamente nelle stanze dell’attuale museo diocesano. Da non dimenticare infine i numerosi inni e canti liturgici, composti da valenti musicisti locali, che ancora oggi vengono eseguiti il giorno della sua memoria liturgica, cioè il cinque di Febbraio. Fra questi va ricordato il cosidetto “Stans”, un’ antifona in latino che, con una melodia struggente, ripercorre gli ultimi istanti della vita della Santa, chiusa in carcere, prima della sua uccisione.

[wp-svg-icons icon=”user” wrap=”i”] testo a cura di Cosimo Spinola

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Sant’Antonio Abate

santanonioabateIl 17 Gennaio la Chiesa ricorderà la memoria della festività liturgica di Sant’Antonio Abate, chiamato anche, dal popolo salentino, “Te lu focu” per via dell’usanza di accendere dei grossi falò (Focara) la sera della festa dedicata al Santo.

La devozione salentina verso il Santo eremita, risale alla notte dei tempi; basti pensare alla città di Novoli, dove Sant’Antonio è patrono, ma anche a Gallipoli il nostro santo, fondatore della spiritualità monastica, era molto venerato. Forse non tutti sanno che, fino a qualche secolo fa, vi era una chiesa, nei meandri del centro storico gallipolino, intitolata al santo degli animali, gestita dall’omonima confraternita di laici, che ne diffondeva il culto.

Inoltre, come accennato sopra, proprio la sera del diciassette di Gennaio vi era la consuetudine a Gallipoli di accendere dei grossi falò (focareddhre), preparati con le “sarcene”, le quali fascine venivano sistemate con cura e meticolosità. Quest’ usanza è molto antica, risale ad una credenza pagana, poi cristianizzata, che il fuoco fosse un elemento purificatore e che quindi attraverso il fuoco la comunità avesse la possibilità di purificarsi dal peccato, aprendosi a nuova vita.

In quest’occasione il centro storico di Gallipoli si trasformava! sorgevano focareddhe in ogni crocicchio, la gente del vicinato si radunava intorno al falò più vicino, riscaldandosi dal rigore invernale, mentre allegre vecchiette intonavano canzoni popolari, al ritmo del tamburello, facendo ballare e ridere di gioia grandi e piccini; intanto per le stradine comparivano spontaneamente i primi gruppi mascherati che, con la loro allegria, rendevano più gioiosa la serata. Qualcuno si chiederà il perchè della presenza delle maschere intorno alle “focareddhe te Sant’Antoni”! il tutto aveva un filo logico, in quanto proprio nella sera del diciassette di Gennaio si dava il via al carnevale, il periodo più gaio e spensierato dell’anno, fatto di festini privati e scherzi organizzati per le strade al passaggio delle maschere, che si sarebbe poi concluso la sera del martedì grasso, quando, allo scoccare della mezzanotte, il campanone dell’antico monastero francescano avrebbe annunziato a tutti l’approssimarsi delle meste giornate quaresimali. Poi, con il passare del tempo, purtroppo, le abitudini sociali sono cambiate, molti residenti del centro storico si sono trasferiti in altre zone e le focareddhe nel centro storico sono state vietate; infatti le istituzioni locali hanno dato il placet, ad un comitato apposito, di organizzare una sola focara, nel centro nuovo della città, ma, a malincuore, devo sottolineare che questa iniziativa non ha mai riscontrato successo, perchè, credo, sia stata troppo commercializzata e normativizzata, facendo perdere all’evento molta della sua spontaneità.

Oggi non si odono più le voci allegre delle maschere e le lingue di fuoco delle focareddhe, che illuminavano il cielo plumbeo di Gennaio, non riscaldano più i nostri anziani; di chi sarà la colpa? non so.. forse non è la sede più opportuna questa per parlarne, ma una cosa è certa!! quando un popolo permette, al fluire del tempo, di cancellare la propria memoria storica, andrà sicuramente incontro alla perdita della sua identità.

[wp-svg-icons icon=”user” wrap=”i”] testo a cura di Cosimo Spinola

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Sagitta Ferens

sagitta_ferensUn nuovo evento proposto da Amart in collaborazione con la Parrocchia della Basilica Concattedrale di Sant’Agata in Gallipoli.
“…SAGITTAS FERENS…”
incontro storico-artistico sul culto e l’iconografia di San Sebastiano a Gallipoli.
L’incontro si terrà nel pieno rispetto delle norme anticontagio con ingressi limitati, uso delle mascherine e distanza di sicurezza.

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Il miracolo di Santa Teresa di Lisieux

santateresadilisieuxTutto cominciò quando l’allora Priora del monastero, madre Carmela del S. Cuore di Gesù, alla nascita Ida Piccinno, era stata colpita da pleurite, una malattia molto frequente allora e si trovava a letto.

Quando era avvolta da una forte febbre una voce  femminile le disse: « Non temete, ciò che faccio è per il vostro bene, non per il vostro male ». Continuando: « Dio si serve indifferentemente degli esseri del cielo come di quelli della terra: ecco, io vi porto cinquecento lire per sovvenire ai bisogni della vostra comunità».

La Priora rispose: « Ma i debiti del convento sono solo di trecento lire! ». Molto tempo dopo si scoprirà che quella strana voce apparteneva a S. Teresa di Gesù Bambino, conosciuta anche come Teresa di Lisieux e come Santa Teresina.

La madre superiora difatti aveva un urgente bisogno per il monastero di quelle trecento lire. Una legge del governo italiano del 17 febbraio 1861, un mese prima dell’unità d’Italia, aveva stabilito l’espropriazione e la soppressione di moltissimi beni ecclesiastici soprattutto nel Meridione, dove erano anche più numerosi.

Nell’elenco dei beni da sopprimere compariva il monastero delle Carmelitane di Gallipoli, che come gli altri, poteva garantirsi la sopravvivenza solo pagando una cospicua percentuale di tributi all’erario.

La comunità delle Carmelitane di Gallipoli  fino al 1900 si era sostenuta grazie all’ opportuno ingresso in convento di una nobile e facoltosa giovane gallipolina, appunto Ida Piccinno, divenuta poi madre Carmela del S. Cuore di Gesù, che qualche anno dopo la professione solenne dei voti fu eletta Priora del monastero, con una speciale dispensa del Papa.

La stessa Priora dunque che sarà protagonista degli avvenimenti di cui stiamo parlando. Madre Carmela fino al 1908 non aveva mai sentito parlare di quella giovane carmelitana d’oltralpe morta in odore di santità qualche anno prima.

Nulla di strano considerando che persino in Francia la piccola Teresa de Lisieux già Thérèse Françoise Marie Martin, non era ancora considerata né  mistica, né  santa visto che fu beatificata nel 1923 e fu proclamata santa da papa Pio XI il 17 maggio 1925.

Madre Carmela dunque venne a conoscenza di Teresa di Lisieux dopo che la priora delle suore Marcelline di Lecce le fece dono dell’autobiografia della mistica francese, nota col titolo di “Storia di un’anima”.

Nel mentre  il monastero di Gallipoli chiuse l’anno 1909 con un grosso deficit, di  trecento lire. A quel punto madre Carmela decise di cominciare  assieme alle sue consorelle un triduo di preghiere alla SS. Trinità chiedendo l’intercessione di Teresa di Lisieux. Nella notte fra il 15 e il 16 gennaio 1910, ultimo giorno del triduo, accadde il miracolo ciò che le carmelitane speravano, ma che nessuno pensava potesse realmente avvenire.

A madre Carmela febbricitante apparve  in sogno Teresa di Gesù Bambino, così corse verso la cassetta delle offerte, che si trovava nella “stanza della ruota” e con immenso stupore vi trovò le cinquecento lire promesse.

Dalle ricostruzioni del dialogo  tra madre Carmela e S. Teresina si rintracciarono alcuni elementi che permisero a questo miracolo di pervenire alla Congregazione per le Cause dei Santi e quindi  di essere ritenuto utile per il processo di beatificazione e poi santificazione di Teresa di Lisieux.

[wp-svg-icons icon=”user” wrap=”i”] testo a cura di https://www.vaticano.com/santa-teresa-di-lisieux-e-il-miracolo-di-gallipoli/

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Solennità di San Sebastiano

sansebastianoSebastiano nasce intorno al 256 d.c a Milano, da una famiglia cristiana, che lo educa  all’esercizio del perdono e della carità, in piena confomità ai principi evangelici.

Il nostro Santo intraprende molto presto la carriera militare, distinguendosi per  coraggio e senso di lealtà verso le istituzioni civili imperiali, tanto da essere trasferito a Roma, con la nomina di comandante della prima coorte della prima legione, a servizio dell’Imperatore Diocleziano.

Sebastiano, nonostante vivesse in un ambiente pagano,dove le abitudine e i riti dei Gentili erano la norma,non dimenticò mai la sua fede verso Cristo e la sua Parola, prodigandosi, senza sosta, nell’aiutare i cristiani perseguitati da Diocleziano.

Egli si distinse tanto, nell’esercizio della carità, da attirare le attenzioni dell’Imperatore, che venne così a conoscenza della sua fede verso il Dio dei cristiani; immediatamente Diocleziano ordinò a Sebastiano di rinnegare la sua fede ed aderire al culto pagano, ma il Santo non si fece intimidire e giurò fedeltà eterna a Gesù Cristo, in quanto solo nella sua Parola vi è la verità e la via che conduce  alla vita eterna.

Diocleziano sentendosi tradito, ordinò la condanna a morte dell’ufficiale romano, il quale, legato ad un palo, fu trafitto da numerose freccie; in seguito il suo corpo martoriato fu seppellito nelle catacombe che oggi vengono appunto dette “di San Sebastiano”.

La sua festa liturgica ricorre il 20 di Gennaio e, nella nostra città bella, la devozione verso questo Santo è stata da sempre molto sentita, tanto da essere consacrato, nei secoli scorsi, patrono della città e protettore in particolar modo del Comune e degli uffici pubblici, insieme alla vergine catanese Agata.

Molto suggestiva, da vedere assolutamente, è la processione organizzata nella vigilia della sua festa, dove il Santo, protettore della polizia municipale, viene portato in processione per le vie della città vecchia, accompagnato da tutti i sodalizi confraternali della città. Da notare che la statua di San Sebastiano, un busto in argento con profili in oro, viene portato in processione accompagnato dalla statua, anch’essa in argento, di Sant’Agata ed è un emozione unica vedere le statue, dei due santi patroni della città, per i meandri della città vecchia, tra preghiere e intenso raccoglimento da parte dei fedeli. Il giorno della festività, infine, vi è  in cattedrale il solenne pontificale celebrato dal Vescovo della nostra diocesi, dove al termine del quale, al canto del Te Deum, il Santo viene portato in spalla, lungo le due navate della Chiesa, da quattro vigili urbani, rispettando e perpetuando così un’antica tradizione.

[wp-svg-icons icon=”user” wrap=”i”] testo a cura di Cosimo Spinola

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Il Presepe

Il presepio pugliese è caratterizzato dalle figure artistiche in cartapesta, cui spesso si affiancano elementi architettonici ed addirittura vegetali realizzati con lo stesso materiale. La produzione di statue e statuine cartapesta è tipica del Salento e di Lecce in particolare. La tradizione è viva ancora oggi.

La tradizione di statuine da presepio in cartapesta risale al Settecento. Fu il leccese Mesciu (maestro) Pietru de li Cristi, soprannome di Pietro Surgente (1742-1827) ad inaugurare la tradizione, poi seguita dai grandi cartapestai nell’800, quasi tutti ricordati con il loro soprannome. Interessante è il contributo di coloro che praticavano come professione principale quella del barbieri, che nelle ore libere modellavano sia cartapesta sia creta, usando stampi appositi.

Tra i presepi leccesi più noti si ricordano quello dell’Istituto Marcelline (1890 – di Manzo e De Pascalis ed Agesilao Flora) e i due conservati all’interno del municipio: uno del Guacci e l’altro di Michele Massari

Un tempo per fare il presepe si usavano: il sughero ancora impregnato dell’odore del mare servito per far galleggiare la rete da pesca la sabbia raccolta sulla riva del mare i rami di pino arcuati sotto il peso di pigne arance, mandarini, taralli “nnasparati”. Poi si usavano pupi, rigorosamente di terracotta. Da i Re Magi che non erano tre ma quattro (lu Re Tromba, lu Re Carusu, lu Re Vecchiu e lu Re Moru), forse in ossequio ai “quattru pizzi” della terra da cui era logico che tutti accorressero a rendere omaggio al Signore.

Poi c’era sempre un personaggio con la testa rivolta a guardare il cielo, lu macu te la steddha, da leggersi come emblema di una stoltezza che ignora la verità anche quando le è vicino. Meno frequente ma non rara infine, la presenza di pupi che riproducevano la strage degli Innocenti, con neonati in fasce dalle teste mozzate ed un boia armato di scimitarra.

  • Cosimo Spinola

La notte di San Silvestro

La notte dell’ultimo dell’anno vi è la consuetudine, ben radicata specie nelle regioni meridionali, di salutare il nuovo anno con spari di fuochi d’artificio e petardi, ma nella nostra cittadina di Gallipoli vi è una piccola variante: per le stradine, infatti, vengono allestiti dei “Pupi” in cartapesta, imbottiti di mortaretti, che saranno bruciati a mezzanotte in punto.

Come è facile intuire il Pupo, rappresentato di norma sempre da un povero vecchio stanco e caduco, rappresenta l’anno vecchio che allo scoccare della mezzanotte sarà bruciato dai presenti, lasciandosi così alle spalle le difficoltà e le ansie dell’anno appena trascorso ed aprendosi così alla speranza di un nuovo anno migliore di quello precedente.

Sino a pochi decenni fa il Pupo non era creato con la cartapesta ma con la paglia: era infatti un fantoccio di paglia, rivestito con un vestito elegante, accompagnato da bombetta e bastone e aveva ai piedi un piccolo bambolotto, che rappresentava l’anno nuovo che  sarebbe divenuto il nuovo protagonista della storia di questo nostro mondo, dopo la morte del “collega” più anziano.

  • Cosimo Spinola

Il Natale a Gallipoli

“..e il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi…”, in questa piccola frase estrapolata dal Prologo del Vangelo di Giovanni vi è racchiuso tutto il Mistero del Santo Natale: la stessa Parola di Dio, per mezzo della quale ogni cosa è stata creata, ha assunto la condizione umana ed è entrata dirompente nella storia di questa nostra umanità sofferente. Il Figlio di Dio,innamorato pazzo dell’uomo, da Onnipotente ed Eterno quale era  si è fatto  piccolo e fragile, da ricco si è fatto umile e povero, fino a nascere in una povera grotta, privato anche dell’essenziale.

Il Natale di Gesù ci ricorda come quella notte santa il Divin Bambino non gioiva ma soffriva il freddo,la fame, l’angustia e le privazioni; Natale quindi è anche dramma, sacrificio di un Dio che si è spogliato di tutto per venire al mondo, il Natale testimonia l’umiltà, la debolezza e la fragilità, la scomodità alla comodità, il freddo al tepore delle case, il digiuno all’opulenza dei banchetti.

Il Natale è un dramma di una famiglia che per amore si è rifugiata nelle stalle piene di sporcizie ed escrementi, per amore ha  sofferto freddo e fame, per amore ha  dovuto subire persecuzioni dei potenti fino a fuggire allontanandosi dai propri affetti. Natale testimonia l’Amore, quell’ Amore che il più delle volte costa caro, impone sacrificio fino a nascere in condizioni miserevoli e morire sul duro legno della croce, e tutto questo per ridare a noi tutti la dignità di essere nuovamente considerati Figli dello stesso Padre, riconciliati con lui. Il Natale da sempre è anche sinonimo di valori come l’amore e l’unità vissuti in ambito familiare, e quindi ogni nucleo familiare trascorre la festa del Santo Natale in compagnia dei propri parenti.

La sera della Vigilia vengono preparati deliziosi piatti della tradizione (fra cui le immancabili “pittule”), poi, finita le cena, ci si reca in Chiesa per partecipare alla Veglia di preghiera e alla Santa Messa di mezzanotte e al termine della quale si torna a casa, ci si scambia gli auguri e si depone Gesù Bambino nella grotta del presepe, per mano del più piccino, mentre tutti gli altri convenuti recitano le preghiere di circostanza accompagnate dal canto “Tu scendi dalle stelle”.

Dopo aver adempiuto a queste consuetudine religiose, grandi e piccini si siedono a tavola per trascorrere qualche ora in allegria con vari giochi di società o con il gioco delle carte, mentre i più grandi nel frattempo degustano qualche buon dolcino accompagnato da un buon bicchierino di anice.

  • Cosimo Spinola

Gallipoli, le Storie – Episodio 6

Si tratta di una chiesa del centro storico situata di fronte alla spiaggia del seno della Purità. Edificata tra il 1662 e il 1665 per volere della confraternita dei Bastasi, vale a dire gli scaricatori di porto.
Valore aggiunto della chiesa è la navata rettangolare decorata con fastosi stucchi dove al suo interno è custodita la statua della Patrona di Gallipoli, Santa Cristina.
A narrare questa bellezza del centro storico, il priore Cosimo Maggio.

Gallipoli, le Storie – Episodio 5

La gallipolina Antonietta De Pace è definita una donna antesignana del femminismo moderno e protagonista del suo tempo, nota per il suo coraggio nell’ essersi distinta al fianco di Giuseppe Garibaldi e per aver preso parte all’impresa garibaldina fino a festeggiare la liberazione di Napoli. Nasce nel febbraio del 1818 da una ricca famiglia gallipolina a Palazzo D’Ospina in via S. Angelo, una traversa della via principale del centro storico, via Antonietta De Pace, appunto.
A raccontare la vita della donna, direttamente dalla stanza da letto del palazzo dove si narra sia nata l’eroina, la proprietaria di casa di Palazzo d’Ospina, ribattezzato anche “Palazzo De Pace”, Anita Marzano.