Fabbrica del Carnevale di Gallipoli

L’Associazione “Fabbrica del Carnevale” è nata nel febbraio 2012 con la finalità di organizzare, promuovere e riportare in auge il Carnevale della Città di Gallipoli. L’Associazione raccoglie al suo interno i maestri cartapestai Gallipolini e tanti giovani artisti, che vogliono valorizzare il Carnevale della città bella. L’associazione ed il suo presidente Stefano Coppola, credono fermamente che per riportare in auge il carnevale bisogna lavorare tanto, per creare suggestioni nuove e reperire i mezzi economici per rilanciare a livello regionale e non solo, il nostro carnevale.

Sant’Andrea

Andrea, fratello di Simon  Pietro e figlio di Giona,  nacque a Betsaida sulle rive del Lago omonimo nella regione della Galilea intorno al 6 AC. Assieme al fratello Pietro esercitava il mestiere di pescatore, fino a quando incontrato Gesù e affascinati dalla forza rivoluzionaria delle sue Parole, intrise di amore e di speranza per il futuro, decisero di seguirlo, diventando così suoi discepoli, fidandosi  dell’invito di quel Maestro che li chiamava a divenire “pescatore di uomini”. Giovanni, nel suo Vangelo, ci ricorda come Andrea precedentemente fosse già stato discepolo di Giovanni il Battista, il quale più volte spinse Andrea a seguire Gesù,il vero Salvatore,colui che avrebbe riportato la pace in Israele e la salvezza all’umanità intera. Andrea, insieme al fratello, lasciarono i loro affetti e le loro occupazioni per seguire quell’uomo che, in cuor loro, già riconoscevano come il Messia. Da un’attenta lettura dei quattro  Vangeli canonici Andrea risulta essere tra i discepoli più vicini al Maestro, colui il quale si trova in compagnia di Gesù, insieme a Giovanni e a Giacomo, in tutti gli episodi più importanti e delicati della vita terrena del Salvatore. Dopo la Resurrezione di Cristo e la sua ascesa al Cielo, il Santo pescatore, forte della presenza dello Spirito di Dio  che ormai inondava il suo cuore, cominciò la sua opera evangelizzatrice in Asia Minore e lungo il Mar Nero, fino a giungere nel freddo territorio dell’attuale Russia. Secondo la tradizione  egli fu il fondatore della sede episcopale di Bisanzio (Costantinopoli), la quale diocesi successivamente si svilupperà nel Patriarcato di Costantinopoli. Fonti non ufficiali affermano che Andrea sia morto martire a Patrasso, nella regione dell’Acaia, crocifisso su una croce decussata (a forma cioè di X), per volere dello stesso Santo che non voleva in nessun modo emulare il suo Maestro nel martirio. La devozione verso il Santo pescatore si diffuse rapidamente in ogni angolo della Terra, allora conosciuta, fino a giungere anche nella nostra bella città ; Gallipoli, da sempre piccolo borgo di pescatori, non poteva non amare sin da subito questo apostolo del Signore, che aveva lasciato ogni cosa per servire il Cristo, fino a donare la sua stessa vita per testimoniare al mondo intero la Parola del Vangelo, portatrice di salvezza. I pescatori gallipolini, da sempre, hanno amato e considerato quasi come un fratello il Santo dei pescatori, a lui si sono sempre rivolti durante le tempeste in mare o durante i periodi di magra del pescato, per chiedere aiuto e conforto, tanto da costruire e dedicargli una piccola Cappella sull’Isola di Sant’Andrea, che porta ancora oggi il suo nome. Inoltre è doveroso ricordare come la Confraternita di Santa Maria degli Angeli, antica corporazione che raggruppava proprio i pescatori, abbia sempre curato il culto verso il nostro Santo: e ancora oggi la Confraternita cura con grande fede  le celebrazioni liturgiche in onore di Sant’Andrea che culminano la vigilia della sua festività liturgica con la processione per le vie del Centro storico della piccola statua del Santo,accompagnata dal dolce suono della Pastorale gallipolina , e con la solenne celebrazione nel giorno della sua memoria liturgica, che ricorre il 30 di Novembre. Come da antica tradizione, infine, le famiglie gallipoline amano ricordare Andrea anche a tavola, riunendosi con parenti e amici la sera della sua Festa, degustando un’ottima frittura di pesce accompagnandolo con un buon bicchiere di vino.

a cura di Cosimo Spinola

San Martino

Martino nacque in un paesino della Pannonia, l’attuale Ungheria, intorno al 316 da una famiglia pagana, devota alla cultura e alle tradizioni dell’Impero Romano; sin dall’età di quindici anni, essendo il padre un soldato, intraprese la carriera militare entrando nell’esercito imperiale con il grado di circitor ed in seguito fu inviato in Gallia presso Amiens. Qui durante una ronda notturna incontrò un povero mendicante seminudo, che chiedeva l’elemosina, e senza esitare tagliò in due parti il suo lungo mantello e lo donò al mendicante perché potesse coprirsi e ripararsi dal freddo pungente. La notte seguente Martino ebbe una visione: gli apparve in sogno Gesù rivestito del suo mantello, che lo ringraziava per quell’atto di pietà e misericordia che il buon Martino aveva avuto nei suoi confronti; il mattino dopo, al suo risveglio, il suo mantello era di nuovo integro. Questo episodio segnò la vita del nostro Santo che, convertitosi al Cristianesimo, cominciò la sua opera evangelizzatrice dedicandosi, in particolar modo, alla lotta contro l’eresia ariana che in quel periodo dilagava ovunque. Divenuto monaco, protetto dal Vescovo Ilario, fondò un proprio ordine monastico, fra i primi d’Occidente; in seguito fu eletto Vescovo dai fedeli di Tours proseguendo così la sua missione di propagatore della fede, creando nel territorio nuove piccole comunità di monaci. Martino morì l’8 novembre del 397 a Candes-Saint Martin dove si era recato per mettere pace tra il clero locale. Sin da subito si diffuse ovunque il culto e la devozione verso questo Santo, servo di Cristo e del Vangelo, tanto che la sua fama di santità raggiunse anche il nostro Salento che ancora oggi lo venera con profonda devozione. Infatti a Taviano, paese situato a pochi Km dalla nostra città, Martino viene venerato solennemente come il Santo Patrono, ma anche a Gallipoli il Santo monaco è molto amato e venerato dai fedeli del luogo. Nella città ionica, come anche in altre zone del Salento, l’11 novembre è simbolicamente associato alla maturazione del vino nuovo (da qui il proverbio “A San Martino ogni mosto diventa vino”) ed è un’occasione di ritrovo e festeggiamenti con parenti e amici, con i quali si brinda, appunto, stappando il vino appena maturato, accompagnandolo con succulenti involtini d’agnello cotti alla brace  e con le prime caldarroste cotte al fuoco del camino.

a cura di Cosimo Spinola

La leggenda tutta salentina di Martino

Molti conoscono la biografia di Martino, il Santo monaco e vescovo di Tours, ma pochi conosceranno la leggenda tutta salentina che voleva Martino cittadino di ..Taviano..paese a pochi Km da Gallipoli. Egli era un giovane brigante, dedito alla violenza e al mal affare, e un giorno,trovandosi a Roma,dopo un furto perpetrato ai danni di un pellegrino, si rifugiò sotto il porticato di una Chiesa romana, dove vi passò la notte ormai imminente.Trovandosi in quel luogo sacro, inevitabili furono, durante la notte, i rimorsi di coscienza del giovane che al mattino volle confessarsi dal sacerdote. Martinò al cospetto del sacerdote si mostrò pentito e desideroso di cambiar stile di vita, e il ministro di Dio, dopo aver assolto i suoi innumerevoli peccati, lo lasciò con un consiglio evangelico: “Quiiddu ca nu mboi pe tè a l’addi nu fare!”. Il nostro Santo quindi, sinceramente contrito, decise di tornare al paese natio x cambiar vita ma durante la via del ritorno innumerevoli furono le tentazioni: viandanti da rapinare o masserie da ripulire, tutti facili lavoretti, ma Martino seppe resistere alle tentazioni mantenendo fermo il suo proposito di redenzione ripetendosi in continuazione fra sè e sè: “E ci era iou ulia?”. Giunta la notte cercò ospitalità presso una fattoria abitata da due coniugi contadini:l’uomo si dimostrò molto ospitale, mentre la donna si mostrò molto ostile nei confronti del giovane sconosciuto, tanto da costringere il marito a non riceverlo in casa ma a dargli ricovero nel fienile fra le fascine di sarmenti, fradicie per la pioggia battente. I due contadini gustarono a cena del buon pesce ma, a causa dell’avarizia della donna, Martino non partecipò al banchetto ma si dovette accontentare delle spine, delle ali e delle teste dei pesci già mangiati, che la donnà gli portò nel fienile.Giunta la notte, Martinò sentì dei lamenti giungere dall’abitazione, si avvicinò e bussò al portone e gli fu aperto; trovò l’uomo tutto affaccendato a tentar di dare sollievo alla moglie in preda a forti dolori allo stomaco. Il giovane, intuito il pericolo, si apprestò al letto e cominciò a pregare in questo modo: ” Santu Martinu te Roma vania, ‘lloggiu scia ‘cchiandu e raposu nu ‘bbia: ommu tuce, femmana mara, spina te pesce e punta t’ala, sotta acqua e susu sarmente, famme passare sta doia te ventre!”. I dolori cessarono, la donna si riprese e il marito si meravigliò del prodigio. Ed è da allora che tutte le mamme del Salento, quando i propri figlioli sono in preda a forti dolori allo stomaco, sono solite strofinare il ventre dei propri figli canticchiando la strofetta e affidandosi al Santo; e, allora i dolori cessano e il bimbo si calma, si addormenta e sogna…San Martino…buona festa a tutti

a cura di Cosimo Spinola

Questa festa come Santa Teresa Matre (il 15 di ottobre), Santa Cecilia (il 22 di novembre), Sant’Andrea (il 30 di novembre), l‘Immacolata (l’8 di dicembre) e Santa Lucia (il 13 di dicembre).

Sono feste di casa che ci avvicinano al Natale: si suona la pasturale e si rispettano le usanze. A pranzo si mangia qualcosina, quelli più rispettosi delle usanze fanno digiuno, mentre la sera le famiglie si ritrovano sullo stesso tavolo. Si mangiano le rape, il baccalà con le patate, pesce e polipo fritto (purpu frittu). Ma quello che non deve mancare sono “le pittule”: si fanno in diversi modi: senza niente, alla pizzaiola o col pesce soprattutto seppia).

Un detto gallipolino dice: “Te Santu Martinu ogni mustu ‘ddhaventa vinu”; perciò a tavola non deve mancare il vino nuovo e la sera tra un giro di “stoppa” e un’altro di “sette e mezzo” va a finire che più di uno si ubriaca.