Giorgio Tricarico

giorgio tricarico
Nasce a Gallipoli (Lecce) il 1°marzo 1950, dove tuttora risiede, pensionato da circa un anno, appassionato di poesia in vernacolo, ha partecipato a numerosi concorsi.  Scrive per hobby, gli piace confrontarsi sui temi e sui modi di scrivere, conoscere  i vari autori , il loro modo di scrivere ed apprendere sempre di più. Ha ottenuto numerosi successi e splendide affermazioni, i  suoi componimenti poetici sono stati pubblicati in riviste, libri di poesie e giornali locali.Ha pubblicato un libro di poesie dal titolo: ‘ Nc’è parmessu?” .
Ha scritto una commedia, non ancora pubblicata dal titolo: “Lu pulimmi” ( lu pulizza scarpe).

 

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Musicisti e organi storici di Gallipoli

Chiesa del Rosario- Organo Chircher 1720Conferma di uno straordinario incremento dell’attività musicale sacra che si era avuta a Gallipoli, nel pieno della stagione barocca e quando ormai erano stati fondati tutti i maggiori monasteri e le principali confraternite della città, sono quindici organi storici e un gran numero di importanti musicisti. Purtroppo, oggi, eccetto l’organo appena restaurato della basilica concattedrale Sant’Agata (Morettini 1890), gli organi storici di Gallipoli sono tutti muti. L’augurio è che in un futuro quanto mai prossimo, lo splendore di tale testimonianza storico – culturale non si offra solo agli occhi del visitatore, ma anche alle orecchie, attraverso il restauro e la fruizione di tutti gli organi.

Chiesa San Francesco d’Assisi

Secondo il memorialista Bartolomeo Ravenna, a partire dal 1597, i Padri riformati occuparono il monastero (già sede dei conventuali e degli osservanti) e l’annesso tempio, fornendoli di nuovi arredi sacri, organo compreso. Numerose fonti indirette testimoniano fin da questo periodo una tradizione musicale che si manifestava in massima pompa nelle feste della Porziuncola, di Sant’Antonio da Padova e dell’Immacolata Concezione che rientra nella tipica devozione francescana. Alla fine del XVII secolo, a seguito dei tradizionali festeggiamenti per l’Immacolata, un barile di polvere sopravanzato agli spari di rito prese fuoco arrecando danni all’interno della chiesa, dove andò distrutto anche l’antico organo, posto nel coro inferiore della chiesa francescana. Da qui i Padri maturarono l’idea di dotare il tempio di un nuovo organo, la cui costruzione venne affidata agli inizi del XVIII secolo ai maestri organari gallipolini Simone e Pietro Chircher. L’organo collocato nel 1726 in cornu epistulae della chiesa di San Francesco d’Assisi, al di sopra della grotta del presepe, risulta “il più grande ed armonioso di quanti ve ne sono in questa città” per dirla con le ammirate parole del Ravenna. Tra i Padri francescani si ricordano esperti musicisti come fra’ Giovanni Maria, primo organista in servizio dal 1769 al 1800. A partire dal 1862, cioè da quando vi fu la soppressione dell’ordine francescano in Gallipoli, quest’organo ha subìto rifacimenti ed ampliamenti di cui non è dato sapere ad opera di chi, tanto che la suggestiva immagine è oggi come dimezzata se non proprio svuotata del valore storico. Queste mutazioni riguardano l’impostazione tecnica e fonica dello strumento. Le ultime testimonianze concertistiche risalgono agli anni 1888-1894 quando vi si eseguiva a piena orchestra la “frottola dell’Addolorata”.


Chiesa del Rosario

La chiesa del Rosario conserva ben due organi. Il primo – e il più antico – è situato lungo la navata in cornu epistulae ed è costruito dal gallipolino Eligio Chircher forse col figlio Simone nel 1720 (Simone firma il suo primo organo a Giuliano del Capo nella chiesa di San Giovanni Crisostomo nel 1721). Si ricorda che i Chircher avevano bottega proprio a fianco del convento dei domenicani dal 1687 al 1742, e fino al 1712 anche abitazione, data in cui si trasferirono a Cursi dove aprirono un’altra bottega. Dalla solennità tardo barocca dell’organo Chircher si passa alla grazia un po’ salottiera dell’altro strumento, acquisito non prima del 1836 e costruito dal tarantino Giuseppe Corrado, che, noteremo, sarà molto attivo in Gallipoli alla metà dell’ottocento in qualità di restauratore e costruttore d’organi di graziosi positivi (organi) dall’impostazione fonica, tecnica ed architettonica strettamente tradizionali, rifacendosi a modelli napoletani del primo ottocento. Particolarmente vistosa di quest’organo è la componente decorativa, con festoni floreali in accesa policromia lungo la trabeazione e le fiancate.

 Chiesa degli Angeli

Quest’organo fu acquistato di seconda mano nel 1810. Sulla canna maggiore figurano incise le lettere “G C“ esattamente come al positivo ottocentesco della chiesa del Rosario. Da qui l’errata attribuzione dell’organo a Giovanni Chircher. In realtà lo strumento è costruito da Giuseppe Corrado, e conferma di ciò è data dallo stile decorativo, a mo di firma, delle fascette del prospetto frontale della cassa, che non sono rettangolari, ma hanno i lati verticali che si stringono gradualmente verso il basso (stessa caratteristica ritorna negli organi della Purità, di San Francesco di Paola, del Crocifisso e del positivo ottocentesco del Rosario, tutti del Corrado). L’attività musicale della chiesa degli Angeli è stata nel tempo molto fiorente e vale ricordare alcuni maestri di cappella ed organisti attivi in questa chiesa: dal 1729 Leonardo Tricarico (figlio del celebre Giuseppe Tricarico); 1865-1874 Vincenzo Alemanno (prolifico e interessante organista, direttore di coro e compositore gallipolino); 1874-1880 Giuseppe De Vittorio; 1880-1898 Alfredo Consiglio; 1885 Giovanni Monticchio, tutti musicisti regolarmente stipendiati come risulta dal libro dei conti.

Chiesa del SS. Crocifisso

Verso la metà del XVIII secolo si assiste ad una forma dei riti religiosi di più facile e immediata fruizione, grazie anche alla sensibilità musicale che dalla capitale del regno, Napoli, arrivava con immediato riscontro alle province più recettive. Per la cittadina jonica, quindi, si profila una stagione musicale decisamente orientata da maestri e maestranze partenopee, forse anche per influenza di mon. Ignazio Savastano, vescovo della diocesi di Gallipoli di origini napoletane. In questo figura chiave è stato il musicista Nicola Brancaccio, formatosi presso il conservatorio S. Onofrio di Napoli, che a partire dal 1769 ha operato nell’oratorio del SS. Crocifisso scrivendo oratori e messe purtroppo andati perduti (del Brancaccio rimangono solo delle mirabili cantate profane). Nel 1797 la confraternita decise di dotare la chiesa di un organo, ma non è chiaro l’intervento di Giuseppe Corrado nel 1847 se ne costruisce uno nuovo oppure ne rifà un altro su materiali del vecchio organo. Lo strumento fu messo in cornu evengeli (nella cantoria in pietra a sinistra dell’altare) e da contraltare a questo si mise nella cantoria opposta un falso gemello che fa mostra di sé (oggi conservato all’interno dell’oratorio) dipinto allo stesso modo dell’altro. Nel 1894 l’organo fu tolto dal cornu evengeli e messo in una nuova cantoria sopra la porta d’ingresso. Venne anche modifica la cassa dell’organo, coprendola di vernice marrone e aggiungendo dei parimenti goticizzati per conformarla allo stile neogotico degli stalli montati circa un secolo prima, dopo che un incendio bruciò i vecchi stalli.

Chiesa San Francesco di Paola

Nel 1809, dopo circa due secoli di vita illustre, venne soppresso il piccolo monastero dei Padri Paolotti e l’annesso tempio intitolato a San Francesco di Paola fu richiesto come sede dalla congrega di S. Maria della neve o del Cassopo. Risulta che nel 1820 i confratelli del Cassopo hanno deciso di disfarsi di un vecchio organo collocato dai “Reverendissimi Padri” sopra la porta maggiore nel 1765. Quest’organo settecentesco è stato donato alla chiesa di S. Maria del Canneto quale riconoscimento dell’ospitalità prestata dal santuario mariano ai paolotti prima che questi potessero erigere un proprio monastero sulle mura della città. Nella chiesa di S. Maria del Canneto esiste tuttora questo piccolo positivo che reca sulla trabeazione uno stemma col motto “Charitas”. Alla metà del XIX secolo venne acquistato un piccolo positivo napoletano tardo settecentesco, e fu commissionato all’organaro Giuseppe Corrado di apportare un complesso lavoro di restauro e ampliamento dell’organo. La vita musicale della confraternita era tenuta in vita dai “fratelli organisti” Alceste Citta, uno dei compositori più apprezzati di Gallipoli nella prima metà del XIX secolo, e Vincenzo Consiglio.

Chiesa del Carmine

Bartolomeo Ravenna, confratello illustre di questa confraternita, ricorda: “…la Chiesa di S. Maria del Carmine, antichissima, si nomina pure della Misericordia poiché sopra questa Chiesa vi è un Oratorio nel quale si riunisce la detta fratellanza, distinguendosi la Chiesa di sopra col titolo del Carmine e l’inferiore col nome della Misericordia, ancorchè si reggono in sol corpo. Tuttavia le due Chiese o siano Oratorii, uno inferiore e l’altro superiore di sopra accennati, avendo fatto delle molte lesioni, ha dovuto la fratellanza demolire dai fondamenti l’intera fabbrica in quest’anno 1836”. Fino al 1788 nessuna delle due chiese aveva un organo, fino a quando, cioè, il priore del Carmine Carlo Montuori donò alla confraternita un piccolo positivo. Questo veniva trasportato, a seconda delle necessità, dalla chiesa inferiore a quella superiore e viceversa, rendendo quindi necessari numerosi interventi di restauro e manutenzione. Nel 1803 si decise l’acquisto di un altro organo del napoletano Francesco Cimino costruito l’anno precedente. Nel 1836, in seguito alla demolizione del doppio Oratorio del Carmine ed alla ricostruzione di un solo edificio sacro a confraternite unificate, il vecchio organo donato dal generoso priore Montuori fu venduto, perché richiesto, alla Deputazione della B.V. della Coltura di Parabita il 17 maggio 1837 per “docati 55”. Il nuovo organo del Cimino viene posizionato agli inizi del ‘900, dove tuttora risiede, su una cantoria in legno di abete sostenuta da due colonne sopra la porta d’ingresso della chiesa. L’attività musicale in questa chiesa era fiorentissima già per tutto il XVIII secolo per via dell’esecuzione delle frottole sacre in onore anche per la Vergine Assunta, il Venerdì Santo, il Corpus Domini e per Sant’Agata. Fino al 1778 (quando Montuori donò l’organo alla confraternita) questi oratori venivano eseguiti da violini, violoni, viole ed anche chitarre, raggiungendo il massimo splendore con Giuseppe Chiriatti, considerato il compositore gallipolino più importante della seconda metà del XVIII secolo. Il Chiriatti fu organista e violinista formatosi presso il conservatorio S. Onofrio di Napoli, il quale, dal 1773, ricoprì anche la carica di depositario della confraternita del Carmine. La frottola dell’Addolorata raggiunge, invece, il suo massimo splendore con Francesco Luigi Bianco che ha composto le seguenti frottole per soli, coro e orchestra: Ahi sventura (1886), L’han confitto (1893), Una turba di gente (1899) e uno Stabat Mater andato perduto. Da segnalare anche una frottola di Vincenzo Alemanno del 1883 (perduta anch’essa) il quale diresse una frottola di Bianco nel 1888. La vivida teatralità di queste musiche non manca di incorrere nella censura vescovile che osteggiava l’invadenza del fatto musicale nelle tradizioni liturgiche e paraliturgiche, tanto che il Vescovo mons. Carfagnini volle modificare l’ordine secolare della festa dell’Addolorata e sopprimere addirittura la frottola, di cantare lo Stabat con l’organo e, in ogni caso, abolire il canto delle verginelle, ossia le voci femminili. Per questo motivo Giovanni Monticchio scrisse uno Stabat Mater per due tenori, baritono, coro di voci maschili e piccola orchestra, eseguito per la prima volta nel 1882 sotto la direzione di Ercole Panico, direttore della banda municipale di Gallipoli. Prevalsero infine le ragioni del culto popolare e venne ripresa la tradizione esecutiva con voci, fiati, archi e organo.

Organisti e maestri di cappella della confraternita sono stati: 1753-1790 Nicola Caputi e Giuseppe Chiriatti; 1800 ca. Ferdinado Consiglio; 1810 ca. Bonaventura Allegretti; 1830 ca. Gaetano Stefanelli; 1850 ca. Vincenzo Rizzo; 1853-1883 Vincenzo Alemanno; 1883-1899 Francesco Luigi Bianco (confratello effettivo).

Chiesa dell’Immacolata

Organo del 1759-60 di Carlo Mancini di Napoli. Dopo un secolo di attività l’organo subisce nel 1870 il primo restauro per mano del leccese Luigi Bruno. Nel 1876, invece, subisce un’altro intervento ad opera del magliese Luigi Palma con l’assistenza del “professore Giovanni Monticchio”. In quest’occasione risale l’ampliamento della tastiera, la sostituzione delle canne di mostra e della manticeria. Tra gli organisti attivi nella confraternita ricordiamo: 1762 Giuseppe Chiriatti; 1769-1800 ca. fra’ Giovanni Maria (primo organista); 1865 Vincenzo Consiglio; 1872 Vincenzo Rizzo; 1878 Giovanni Monticchio (successivamente organista della cattedrale); 1883-1892 Giuseppe De Vittorio; 1892 Alfredo Consiglio; 1893-1907 Francesco Romeo.

Chiesa di San Giuseppe

Mons. Serafino Branconi, nella sua visita pastorale nel 1748, si ferma a notare un organo in cornu epistulae dell’altare maggiore, altro non è dato sapere di questo antico organo. Al posto del vecchio positivo se ne collocò uno nuovo costruito da Carlo Mancini di Napoli nel 1779 dove rimase fino al 1905, quando fu trasferito in cantoria di fronte l’altare maggiore, dove tuttora è collocato.

Chiesa di Santa Teresa

È l’organo di miglior fattura fra gli tutti gli organi di Gallipoli. Non è dato sapere l’autore di questo strumento della metà del XVIII ben custodito nel monastero delle teresiane, ma per evidenti analogie con l’organo della chiesa matrice di Maglie e di S. Giovanni Battista di Oria, si può dedurre sia di Carlo Sanarica di Grottaglie.

Chiesa delle Anime

La congrega dei Nobili si costituì nel 1660 ma non ebbe la disponibilità di un proprio oratorio, per cui le funzioni sacre venivano celebrate nella chiesa di Sant’Angelo. Nonostante ciò il primo priore dottor Andrea Pirelli, accolse l’invito di D. Stefano Roccio, già primo organista di S. Agata e maestro di cappella del vescovo, ad acquistare un piccolo organo, pagato poi 25 ducati. D. Stefano Roccio (coadiuvato da D. Pietro Sprovieri, futuro organista del duomo) fu assunto come maestro di cappella delle Anime e fu assegnato uno stipendio annuo per il tiramantici. Quest’organo veniva trasportato in lungo e largo presso le altre chiese gallipoline, esponendolo, quindi, al facile deterioramento. Quando nel 1680 la confraternita ebbe una nuova sede oratoriale fu acquistato un nuovo organo. Di questo positivo si sa solo che le “porte dell’organo” furono ornate con le effigi di S. Cecilia e di re Davide, protettori dei musicisti. Subito dopo l’apertura del nuovo oratorio si avvia una splendida stagione musicale coi maestri di cappella Antonio Tricarico, poi Francesco Tricarico e successivamente ancora D. Bonaventura Tricarico (fratello, figlio e nipote del celebre Giuseppe Tricarico, musicista alla corte dell’Imperatrice Eleonora Gonzaga a Vienna). Nel 1794 il positivo seicentesco ormai fatiscente venne sostituito da un organo di Lazzaro Giovannelli di Monteroni. Quest’organo, in parte perché fradicio e in parte perché mal costruito, venne ricostruito e riveduto da Giuseppe Corrado nel 1850. Nel 1875 un fulmine era penetrato in chiesa arrecando seri danni a quest’organo, per cui un’ulteriore ricostruzione fu apportata da Luigi Palma di Maglie l’anno successivo. Quest’organo, tuttora esistente in cantoria sopra la porta d’ingresso, è quindi il frutto di revisioni e assemblaggi fatti da tre organari.

Organisti e maestri di cappella della confraternita delle Anime: 1660-1680: D. Stefano Roccio; 1681-1700 ca.: Antonio Tricarico (coadiuvato da D. Pietro Sprovieri); 1703-1719: Francesco Tricarico; 1711-1733 D. Bonaventura Tricarico (precedentemente organista e tesoriere della cattedrale; 1730-1750 D. Gaetano D’Acugna; 1770-1812: Giuseppe Chiriatti; 1830 ca.: Gennaro Dolce; 1850 ca.: Bonventura Allegretti; 1854-1911 ca.: Vincenzo Alemanno.

Illustri musicisti fratelli effettivi del sodalizio: Giuseppe Tricarico, Antonio Tricarico e Giuseppe Chiriatti.

Chiesa della Purità

Piccolo organo del tarantino Giuseppe Corrado del 1849. Di Giuseppe Corrado, forse discendente di Michele Corrado autore dell’organo del duomo di Taranto, si sa per certo che costruiva gli organi nella sua bottega di Taranto e li trasportava a Gallipoli via mare.

Chiesa del Canneto

Questa chiesa ha avuto complesse vicissitudini affinchè potesse godere del favore vescovile fino a quando mons. Oronzo Filomarini intervenne numerose volte a favore dell’antico culto mariano. Dell’antica attività musicale si sa solo che il priore del Canneto Oronzo Rasciale, alla fine del XVII secolo, commissionò a Bonaventura Tricarico di comporre un dramma musicale dal titolo Adelaide da rappresentare il giorno seguente la festa della Vergine del Canneto a coronamento della fiera omonima (come si evince dal libretto dell’opera, conservato presso la Biblioteca Provinciale di Lecce). Il piccolo organo (di probabile fattura napoletana poiché presenta analogie morfologiche e strutturali con il positivo del Carmine) fu donato nel 1820 dalla congrega del Cassopo (vedi riferimento alla chiesa di San Francesco di Paola) e posto in “cornu evangelii Altaris Majoris”. Quello della confraternita del Cassopo non era solo un gesto simbolico inteso a promuovere formalmente gli antichi legami intercorrenti tra il tempio mariano e l’ordine dei Padri Paolotti, ma è un gesto fatto anche in virtù di ripristinare, se non addirittura sollecitare, un’attività devozionale in musica che il Canneto non poteva contare se non su scarsi introiti ordinari. L’unico musicista di cui è attestata l’attività musicale è Vincenzo Alemanno sul finire del XIX secolo. Di lui si può dire che certamente è stato l’ultimo attento custode e valorizzatore del patrimonio organaro gallipolino, infatti, dopo la sua uscita di scena dalla vita musicale gallipolina, gli organi sono stati abbandonati al loro degrado.

testo a cura di Enrico Tricarico

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Riferimenti bibliografici e ricerca:

Luisa Cosi, Giardini stellati e cieli fioriti. Conte Editore.
 
Bartolomeo Ravenna, Memorie istoriche.
 
Paolo Tollari, organaro.
 
Materiale d’archivio delle Confraternite di Maria Santissima del Monte Carmelo e della Misericordia, di Santa Maria degli Angeli, del Rosario, del Santissimo Crocifisso e delle Anime.


Giuseppe Tricarico da Gallipoli, compositore del XVII secolo

Per quasi tre secoli è stato dimenticato nonostante la sua mole di opere, la sua qualità artistica e l’importanza dei ruoli assunti.
Solo il Fiorimo, l’Eitner, l’Abbiati e il canonico de Silvestris lo hanno citato nelle loro raccolte ed enciclopedie del XVII e XVIII secolo.
Giuseppe Tricarico nacque a Gallipoli da una famiglia tra le più ricche e nobili della città da Francesco Tricarico e Petronilla Venneri il 25 giugno del 1623. Non ci è giunta nessuna notizia della sua infanzia. Probabilmente imparò a cantare nel Duomo di Gallipoli guidato da qualche prete organista.
Il suo stile e certi atteggiamenti fonici sono chiaramente nello stile della scuola napoletana facendo ritenere che abbia studiato in uno dei conservatori della città partenopea anche se non ci sono prove certe. Dopo gli studi comincia a viaggiare: nel 1649 era già membro dell’Accademia di Roma come risulta dal frontespizio dei suoi “Concentus Ecclesiastici” editi a Roma in quell’anno da Ludovico Grignano e dedicati a D.Carlo del Greco Duca di Montenero: “Concentus ecclesiastici duarum, trium et quatuor vocum. Auctore Josepho Tricarico a civitate Gallipolis Romae in Academiis experto”. L’allontanarsi dall’ambiente napoletano e il venire a contatto direttamente col mondo musicale romano e, tramite questo, con quello veneziano, lo spinge presto a cimentarsi contemporaneamente nella nuova forma del melodramma che la scuola napoletana prima del 1651 ancora non conosceva. Visse a Roma tra il 1640 e i primi anni cinquanta dove produsse molta musica sacra (quasi tutta scomparsa).

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Nel 1654 divenne Maestro di cappella nell’Accedemia dello Spirito Santo di Ferrara come risulta dal libretto della sua prima opera lirica, L’Endimione, ma dopo due anni si trasferì a Vienna come maestro di cappella dell’imperatrice Eleonora e fu uno dei primi a portare la musica italiana ed a influire con questa sul gusto e sulla cultura di quel paese. Sembra che egli si fosse rifugiato in Austria scappando da Ferrara, col fratello Antonio, un cantante che chiese a sua volta di far parte dell’orchestra imperiale nel 1656, ma entrò in organico solo più tardi. Entrambi i fratelli Tricarico servirono la corte di Vienna fino al 1663, quando il posto di Giuseppe fu preso dal compositore veneto Pietro Andrea Ziani. Non sono chiari i motivi di questa sostituzione, ma sembra che Tricarico avesse scelto di tornare nella natia Gallipoli, dove infatti lo troviamo come maestro di musica per tutto il resto della sua vita, caso unico nella lunga schiera di musicisti pugliesi emigrati che non fecero più ritorno nella loro terra. Una dedica di cinque cantate conservate nella Biblioteca Nazionale di Torino così cita: “Augusta Maestà la magnanima grandezza di V.a M.tà che per lo spatio di anni cinque ha benignamente gradito la mia debole servitù in questa sua Imperial Cappella mi ha inanimato a consacrare al Suo Glorioso nome queste mie povere fatiche non con altra ambitione che di rendere visibile alla Maestà Vostra la mia immutabile risolutione di voler unicamente vivere Di Vostra Maestà. Humilissimo e fedelissimo servo Giuseppe Tricarico”.
Con gli onori della corte viennese arriva anche il denaro che viene trasmesso a Gallipoli al fratello maggiore, il Rev. don Giovanni Angelo, tesoriere della Cattedrale. Questi lo impiega in migliorie alla casa e ai beni paterni ereditati nel feudo di Rodogallo e poi compra numerosi stabili, fabbriche, terreni, masserie, uliveti, vigneti e giardini come risulta dall’archivio di Stato di Lecce, Notar Sgura anni: 1651, 1656, 1659, 1660, 1662. Giuseppe, Antonio e don Giovanni Angelo avevano due sorelle: Lucrezia, monaca “vizzoca” e Antonia, sposata nel 1658 con Giuseppe Capano. Nel 1665, finito il turbinio dei loro viaggi, i due fratelli Giuseppe e Antonio contraggono matrimonio. Giuseppe sposa Anna Maria Morrea e Antonio, Barbara Stradiotti.
Dal 1669 al 1680 il nome di Giuseppe Tricarico non compare più in nessun documento ancora esistente, questo silenzio fa supporre che egli si sia ancora assentato da Gallipoli. La notizia della sua opera “Edmiro creduto Uranio” su libretto del poeta Partenio Russo eseguita al teatro S. Bartolomeo di Napoli nel 1670, avvalora questa tesi poiché l’autore dovette essere presente e sedere, per le prime tre sere, al cembalo così come voleva l’uso del tempo. Nel 1680 lo ritroviamo a Gallipoli amministratore del figlio Clerico Francesco. Il 14 novembre 1697 a settantacinque anni Giuseppe Tricarico muore lasciando sei figli, tre maschi e tre femmine. Nel libro dei morti che si conserva nel Duomo di Gallipoli così si legge:  “Nell’anno del Signore Milleseicentonovantasette a dì quattordici di novembre Giuseppe Tricarico di Gallipoli di anni settanta cinque in circa rendè l’anima a Dio… fu sepolto nella Chiesa di S. Francesco d’Assisi… “. Dopo la morte i suoi figli e quelli di Antonio, continueranno, nel nome dei rispettivi padri, la tradizione musicale in Gallipoli aprendo due scuole musicali che, a somiglianza dei conservatori napoletani, saranno centri musicali in quel Salento che vanta tra i suoi figli migliori musicisti della statura di Nicola Zaccaria, Francesco Antonio Baseo, Nicola Fago, Giovanni Paisiello, Leonardo Leo e numerosi altri.
Le composizioni di Giuseppe Tricarico giunte fino a noi (coprono il periodo che va dal 1649 al 1670) sono sufficienti a dirci quale statura artistica e culturale abbia questo maestro salentino oggi ignorato. Di lui esistono diciassette “Cantate a voce sola” a Torino; numerose “Arie”, “Cantate” ed un “Duetto” a Napoli; musica liturgica a Napoli, a Bologna ed a Vienna; una “Sacra rappresentazione” a Napoli ed una a Vienna, tutte manoscritte; oltre “Madrigali” e altra musica liturgica a stampa. Tra i manoscritti, i soli che sembrano autografi sono quello delle “Cantate” di Torino e quello della “Sacra rappresentazione” di Vienna; gli altri sono evidenti copie dell’epoca o di periodo posteriore, come una copia limitata ad alcune parti della “Sacra rappresentazione” di Vienna fatta da Simon Molitor all’inizio del Secolo XIX.
Il Tricarico è uno dei pionieri della Cantata intesa come composizione da camera ad una voce con l’alternarsi di recitativi e di arie di vario andamento. La parola “Cantata” (che significò pezzo da cantare, come “Sonata” pezzo da suonare), appare per la prima volta in Italia nel 1600 ed insieme a lui i primi a trattare questa forma e a svilupparla sono Jacopo Peri, Giulio Caccini, Giacomo Carissimi, Luigi Rossi e Francesco Provenzale con il quale si riscontrano eccezionali similitudini stilistiche. Una nuova pratica del “Basso continuo”, una concezione della forma più libera e fantasiosa, l’uso frequente del “Ritornello”, l’uso di intervalli dissonanti e tritoni in passaggi armonici al basso ed inoltre, in alcuni madrigali, un allontanamento dall’eterno diatonismo mediante le progressioni cromatiche anticipano di almeno cinquant’anni la prassi della scuola napoletana che conoscerà successivamente con Scarlatti, Leonardo Leo e Giovanni Battista Pergolesi.
La celebrità raggiunta presso la Corte Imperiale è ben meritata e Giuseppe Tricarico è da collocare tra i buoni esponenti della scuola musicale napoletana: la sua voce è possente, la sua tecnica è buona, non poche pagine sono veramente toccanti, ma non è il primo come un Gesualdo, uno Zarlino, un Palestrina, ne l’ultimo come un Leo, un Paisiello, un Cimarosa che chiudono genialmente quel periodo storico.
Quello che a noi conta, ed è di particolare interesse per Gallipoli ed il Salento, è che un figlio di questa terra, un secolo prima di Leonardo Leo, ha portato con successo la sua musica nel mondo e con le proprie forze ha creato – cosa finora insospettata – una buona scuola musicale, meno fortunata, è vero, delle contemporanee scuole dei conservatori napoletani, ma che pur merita il suo posto nella storia della cultura.
I manoscritti di Giuseppe Tricarico sono conservati presso la Biblioteca Nazionale di Torino, Biblioteca del Conservatorio di Musica S.Pietro a Majella di Napoli, Biblioteca Comunale “G.B.Martini” annessa al conservatorio di musica di Bologna, Osterreichisch Nationalbibliothek ~ Vienna, Biblioteca governativa dei Gerolomini di Napoli.

testo a cura di Enrico Tricarico
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Riferimenti Bibliografici:
H. Knaus: Die Musiker im Archivbestand des kaiserlichen Obersthofmeisteramtes (1637-1705), (Vienna, 1967)
H. Seifert: “Die Musiker der beiden Kaiserinnen Eleonora Gonzaga”, Festschrift Othmar Wessely, ed. M. Angerer and
others (Tutzing, 1982), 527-54,esp. 551-2
H. Seifert: Die Oper am Wiener Kaiserhof im 17. Jahrhundert (Tutzing, 1985)
Paola Besutti:”La musica nelle fonti d’Archivio” (Roma 1994)
G.A. Pastore: “Giuseppe Tricarico da Gallipoli”, Studi salentini, nos.5-6 (1958), 143-68; nos.7-8 (1959), 88-130

Libri

Sono tanti gli scrittori, o presunti tali, che hanno e scrivono ancora su Gallipoli, suoi monumenti, sulle tradizioni, e altri di poesie in vernacolo, per non parlare di raccolte di immagini, cartoline, materiale ormai da collezionista, questa rubrica oltre a dar lettura ai nostri tanti amici serve anche come ringraziamento.

 

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Raccolte varie

Raccolte_cantutecaddhuzzu_cdc1

“Cantu te Caddhuzzu – La collana completa dal 1990 al 2014”.

Il volume, curato e redatto dall’Associazione Culturale e Teatrale Comunità del Canneto Onlus di Gallipoli, racchiude ed illustra tutte le prime venticinque edizioni del calendario in dialetto gallipolino “Cantu te Caddhuzzu”, sempre a cura della stessa Associazione, a iniziare dalla prima storica edizione, quella del 1990, oggi assolutamente introvabile, fino ad arrivare al 2014. Questa pregevole opera è un vero e proprio scrigno di cultura, arte, storia e saggezza nostrane. Sono svariate, infatti, le rubriche presenti all’interno: dalla storia locale ai modi di dire, dagli indovinelli alle rubriche biografiche, dagli edifici storici alle ricette, dai metodi usati dai nostri avi per curasi fino alle curiosità spicciole, ecc., ecc., ecc. Inoltre, le varie edizioni del calendario che si sono via via succedute nel tempo oltre ad essere un mezzo per la riscoperta e la valorizzazione della civiltà gallipolina sono diventate ormai, nel corso degli anni, un piccolo tesoro per i tanti collezionisti.

 

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Libri Storici

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Albo d’oro dei caduti e dei decorati della provincia di Lecce

di Elio Pindinelli

Ricorrendo il centesimo anniversario dell’entrata in guerra dell’Italia, il Comune di Tuglie e l’Associazione Gallipoli Nostra hanno inteso, perciò, dare un particolare contributo, nella piena convinzione che occorre seriamente ripensare a quegli avvenimenti lontani, fornendo materiali significativi relativi alla storia unitaria della nostra Provincia e al sacrificio complessivo del nostro popolo. Il volume documenta il sacrificio di sangue e di sofferenze sostenuto dalle popolazioni della Provincia di Lecce, rendendo di ampia fruizione pubblica e diffusione un “Albo” di tutti i Caduti in combattimento, per ferite o malattia, dispersi e morti in prigionia, così come documentati nelle 415 pagine dell’Albo d’oro nazionale “Puglie II” – (Vol XVIII) (Caduti delle Province di Lecce Brindisi e Taranto) edito, a cura del Ministero della Guerra nel 1938, dall’Istituto Poligrafico e Libreria dello Stato.

 

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Libri sui monumenti e luoghi

 

 

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Libri sulle tradizioni

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Libri di poesie

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Libri di raccolta di immagini e cartoline

 

 

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Altre Raccolte

 

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Libri

 

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Libri

 

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RUR – Regalami una rosa Gallipoli

“RUR – Regalami Una Rosa”

“La tutela della Salute Mentale è il diritto inalienabile di ogni individuo”. Questo è il principio fondamentale a cui si ispira la nostra associazione, promuovendo iniziative di ordine culturale, formativo e ludico/ricreativo, con lo scopo di favorire l’inserimento della persona con disagio mentale nel contesto sociale in cui vive e opera.

Il nostro motto infatti è: “IL CARATTERE DELL’INNOVAZIONE E’ LA NOSTRA FORZA

In sintesi, esprime molto chiaramente la piena consapevolezza che, attraverso la collaborazione solidale di più individui, si possono ottenere risultati ottimali, utili a migliorare l’esistenza travagliata di numerose famiglie.

Per informazioni:

RUR  Regalami Una Rosa  O.N.L.U.S. –

Associazione di famiglie in difesa della Salute Mentale

Via Emanuele Perrone s.n. (ex Inam) – 73014  Gallipoli  (Le) –

Tel. 327/58.08.444

facebook: Regalami Una Rosa

e-mail: regalamiunarosa@gmail.com

Sito web: www.regalamiunarosa.it

Noi riapriamo il laboratorio permanente il 7 ottobre dalle 17 alle 19 il lunedi e il giovedi. Poi con l’orario solare di fine ottobre faremo dalle 16 alle 18. Vieni a trovarci quando vuoi. Ciao a presto Fabio

Puglia Capitale Sociale – RUR Regalami una Rosa Onlus – Progetto COIN

https://youtu.be/9ETpssF-14g

Vie di Gallipoli (la storia dei loro nomi)

Girando tra i libri di nonna Linda De Luca abbiamo trovato una pubblicazione del 1901 dove il canonico Francesco D’Elia ci dice perché le strade del borgo di Gallipoli si chiamano così. Verso la fine del 1900 alla vigilia del censimento del 1901 il sindaco di Gallipoli voleva dare alle strade del borgo (te ‘ddha fore) nomi che potevano ricordare patrioti e personaggi storici, anche per dare importanza alle strade e, mentre i cantonieri scrivevano sui muri questi nomi, li cristiani volevano sapere la loro storia.

Via-33-BARONIVia 33 BARONI: Sta spicciava lu 1200 e lu regnu te le Toi Sicile passau te manu te li Svevi alli Angioini. Lu re Carlo D’angiò ca nù era nu santu cuminciau cu governa cu cattiveria tantu ca muti se ribellara, e tra quisti puru Corradino di Svevia ca cercava cu se ripija lu regnu. Puru Caddhipuli ca sempre stava cu li Svevi partecipau a sta rivolta, ca però sciu fiacca, tantu ca puru a Corradino di Svevia ‘nde ‘mbuzzara la capu. A Caddhipuli se scundira tutti 33 Baroni, alleati te Corradino di Svevia, ca sta se ‘nde fusciene te la guerra, ma lu re Carlo D’Angiò, quandu sippe sta cosa, mandau l’esercitu ca assediau Caddhipuli e la espugnau. Li 33 baroni fora catturati e ‘mpicati e la città foe manata a ‘nterra allu 1284. La strada s’era ‘bbuta chiamare via 33 baroni ‘mpicati, ma paria bruttu, e rumase sulamente 33 baroni.

Via BONAVENTURA TRICARRICOVia BONAVENTURA TRICARRICO: Iti lettu bonu, nù imu sciarratu nui. Moi mute famije te Caddhipuli se tenene Tricarico, lu stessu nome, ma cu doi erre, lu tania na famija nobile ca moi nù ‘nc’è ‘cchiui ca ave tanutu puru nu sinducu, Antonio Tricarrico, allu 1760. Te sta famija ‘nde ricurdamu tre mesci te musica: Giuseppe Tricarrico ca morse allu 1697 e ca foe maestro di cappella alla corte di Vienna, fijusa Bonaventura Tricarrico e Francesco Tricarrico. Bonaventura Tricarrico nasciu lu 27 brile 1674, subitu trasiu allu seminariu e siccome era studiatu musica fice l’organista alla cattedrale. Tania la musica intra lu sangu tantu ca scrisse toi melodrammi ca fora rappresentati in pubblica piazza a Caddhipuli, lu primu lu diresse sirasa Giuseppe, lu secondu, ca se chiamava Adelaide, lu ficiara alla festa te lu Cannitu cu nu tirettore t’orchestra ca vinne te lu cunservatoriu te Lecce. A nui nù ‘nda rumastu nienti te ste opare, ma erene t’essere mutu belle, vistu ca Bonavenura Tricarrico sciu a Napoli cu studia musica e cu ‘ddaventa ‘ncora ‘cchiu brau. Morse allu 1739 e lu pracara alla chiesa te Mallatrone addhu puru osci putimu vitire lu stemma te la famija e na scritta teticata a Bonaventura.

Via CAVALIERI DI RODIVia CAVALIERI DI RODI: Li cavalieri te Rodi ca moi se chiamene Cavalieri te Malta e ca sù nati comu Cavalieri dell’ordine dall’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme suntu n’ordine religiosu cavallerescu ca nasciu a Gerusalemme allu XI seculu e ca erane difendere tutti li pellegrini ca sciane alla terra santa (tandu li pellecrini sciane ‘ssuli, nù c’era papa ’Ntoni Pisanellu ca li purtava). Li mussulmani ‘nde li cacciara te Gerusalemme e iddhi se ‘nde scira a Rodi ca ete n’isula te la Grecia allu 1309. Poi Rodi foe conquistata te li ottomani allu 1522. “Ma cu tutte ste notizzie ci centra Caddhipuli?” Quandu li cavalieri se ‘nde scappara te Rodi, cu le navi, sta sciane versu Messina ma era ‘mbiernu cupu e tatosi che erene spicciatu lu mangiare, erene ‘mmalazzati, ‘nsomma stavane misi fiacchi, lu capu, Gran Maestro Villiers de l’Isle-Adam fice cangiare rotta e vinnera a Caddhipuli ca era chiù vicina. ‘Rrivara allu portu lu 1 brile 1523 e li caddhipulini ficiara a gara e se travajara tutti cu iutene sti carusi ca vaniene puru te famije ‘mpurtanti te tutta l’Europa. Li Cavalieri te Rodi ‘rrumasara a Caddhipuli nu mese sanu e la bravura te li caddhipulini sciu pè ‘ndumanata tantu ca la scrissera puru su muti libbri loru.

Via CONSALVO DI CORDOVAVia CONSALVO DI CORDOVA: Consalvo di Cordova ca se chiamava Gonzalo Fernandez De Cordoba era nu generale spagnolu ca tutti chiamavene Gran Capitano. Lu re Ferdinando il Cattolico lu mandau te la Spagna all’Italia cu pozza cumbattere contro lu re francese Federico d’Aragona. Scisu a qua ‘sotta a nui allu 1501 conquistau tutta la terra t’Otrantu. Quandu ‘rrivau a Caddhipuli, ca tandu stava cu li francesi, ‘nde tisse cu se ‘mmende ma li caddhipulini risposera ca nù putiene tradire lu re. Caddhipuli foe ‘ssediata e sta resistia, ma quandu puru Tarantu foe sconfitta, lu castellanu te caddhipuli ca se chiamava Sancio Roccio ca ormai nù tania munizioni se ‘rrese allu Gran Capitano. Quandu poi li francesi turnara cu riconquistane Caddhipuli, li caddhipulini ca erene ‘ddevantati borbonici nù sulamente nù se ficiara conquistare, ma ‘ssira puru fore te lu paese e vincira mute battaje. Consalvo di Cordova ca tandu era devantatu Vicerè te Napoli se prasciau te li caddhipulini e tese muti privilegi alla città.

Via CONTE DI MONTEMARVia CONTE DI MONTEMAR: Allu 1711 lu regnu te Napuli passau te li spagnoli alli austriaci pè trent’anni, fincu a quandu Carlo di Borbone fiju te lu re te Spagna Filippo V di Borbone vinne cu pozza conquistare lu regnu. Allu 1734 Carlo di Borbone trasiu a Napuli, l’esercitu era cumandatu te Giuseppe Carillo de Albornoz y Montiel Duca di Montemar (muti documenti lu chiamene Duca, addhi Conte). La battaja finale contro l’austriaci foe lu 25 masciu 1734. Tutti li castieddhi comu Lecce e Caddhipuli tuccara se arrendene e a Caddhipuli foe firmata na capitolazione cu sei punti ca ‘nde permise alli suldati austriaci cu partene e cu restene a Caddhipuli senza essene scunfitti o ‘rrubbati comu ‘nvece ficiara all’addhi paisi. Tutti li punti te sta capitolazione fora cuncessi te lu Conte di Montemar cu la palora spagnola Concedito.

Gen_Apr 2012Via COSTANTINO SPECOLIZZI: Intra a Caddhipuli le strate se chiamavene già cu li numi te mute famije caddhipuline nobili, a mienzu a quiste però nù c’era la famija Specolizzi, ca puru era na famija ‘mpurtante e ‘ntica, addirittura era tanutu financu undici sindaci, comu se putia vitire te li stemmi tipinti intra la sala te la pretura ca la comune te moi nù bole o nù sape cu recupera puru pè li turisti cu bisciane l’importanza te Caddhipuli alli seculi passati. La strata però nù tene lu nome te la famija ma te nu sidacu: Costantino Specolizzi ca devantau famosu pè l’eroica resistenza te li tre giurni, 17, 18 e 19 masciu 1484, te Caddhipuli contro li Veneziani. Financu lu cumandante te li veneziani, Giacomo Marcello, morse mentre sta cumbattia e la forza e lu valore te li caddhipulini sciu pè ‘ndumanata a tuttu lu regnu. Lu re Ferrante I D’Aragona pè stù valore tese a Caddhipuli cu nu Regio Diploma te l’8 Dicembre 1484 muti privilegi alla città. Propriu pè stù fattu allu “parlamento degli ottanta”, tandu te cusì se chiamava lu cunsiju comunale, decisara ca tutti li sindaci te Caddhipuli, cuminciandu te Costantino Specolizzi, putiane pittare intra la sala te la comune lu stemma te la famija.

Via FILOMARINIVia FILOMARINI: I Filomarini nù su caddhipulini, ma napulitani. La famija te li Filomarini tania lu ducatu te Cutrufianu. Te tutti li Filomarini cuntamu sulamente te toi. Lu primu ete Marco Antonio Filomarini Regio cuvernatore te Caddhipuli te lu 1487 allu 1495. Tandu la carica te cuvernatore turava n’annu sulamente e tutti se faciene l’interessi loru e se ‘mpusciavene nu saccu te sordi e, sputa ca ‘ncoddha, lu cunsiju comunale li manava fore, lu Calò, però, cuvernau bonu e alli caddhipulini ‘nde piacia mutu comu se cumpurtava, tantu ca mantaniu comu cuvernatore pè sette anni. L’addhu Filomarini foe Oronzo Filomarini, punsignore te Caddhipuli te lu1700 allu 1741. A tuttu stu tiempu spicciau te costruire la chiesia te S. Agata, chiamau lu pittore napulitanu Malinconico, ca fice tanti belli dipinti. E puru moi ci argiti la capu a mienzu a S. Agata, lu stemma ca tene tre fasce bianche e russe e de retu blu, ca stae a centru te la navata principale e te la cupola ete propriu lu stemma te li Filomarini.

Via GIACOMO LAZARIVia GIACOMO LAZARI: Nù se sape mutu te la famija te Giacomo lazari. Sapimu ca nasciu alla fine te lu 1500 e iddhu stessu ticia ca era frate te Carlo Muzio e pè sta cosa se mise come ereti li fiji soi Antonio e Francesco Muzio. Nu sapimu addhu era stutiatu ma sapimu ca era metucu e ca facia scola alli metici te Messina e ca era Protomedico ca ete na specie te primariu te li spitali te moi. Comu tutti li caddhipulini ca stane fore, però, santia la mancanza te lu scoju e pè stu motivu se ‘nde turnau a Caddhipuli e sciu cu abbita a palazzo Muzio. Tandu, comu se pote puru vitire te nu Regio Diploma te lu re Federico D’Aragona te lu 17 masciu 1497, la cattetrale te caddhipuli sta se ‘nde catia stozzu stozzu ca, cu le cuerre e cu la fame ca ‘ncera, li sordi cu la pozzane ‘ggiustare nù se truvavene. Giacomo Lazari ca quandu se ‘nde turnau a Caddhipuli li sordi se l’era fatti, tese la parte ‘cchiù crossa te lu testamentu alla curia te Caddhipuli, ca cu sti sordi cuminciau la costruzione te na chesia ancora ‘cchiù crande e bella ca moi ete la cattetrale te Sant’Acata.

Via GIANGIACOMO RUSSOVia GIANGIACOMO RUSSO: Nasciu a Caddhipuli versu la fine te lu XVI seculu. Sia mammasa ca sirasa taniane origini nobili infatti la famija Russo detta puru Rosso o De Rossi tese a Caddhipuli due reggi governatori: Partenio e Filippo Russo. Giangiacomo Russo trasiu subitu allu seminariu e studiau teologia e legge. Devantatu papa e pijau la laurea in teologia. Era nu papa bonu e mutu spertu, ma prima cosa era studiosu ca ciarcava chianu chianu documenti e scritture ‘ntiche cu le pozza fare canuscire a tutti. Tandu infatti la storia nù se facia cu li documenti, ma cu li fatti ca santivi tire e poi li ‘ccunsavi cu se pozzene ricordare meju. Propriu stu ciarcare e nù dire nienti ci nu tania le carte a manu tese onore a Gaingiacomo Russo,ca scrisse varie opere: Galleria Sacra: LaNave di Idomeneo e Teatro Ossia Vite E Serie Dei Vescovi Di Gallipoli, scritte tutte a taliano e puru Topografia Di Gallipoli scritta in latino.

Via-ISABELLA-D’ARAGONAVia ISABELLA D’ARAGONA: Muti seculi a ‘rretu lu regnu te Napoli passava te manu a ‘mmanu cu cuerre e ‘nvasioni. Allu 1495 lu re Carlo VII te Francia ‘nde l’era pijatu alli Araconesi e l’addhu re Fernando II d’Aragona ciarcava cu se lu pija a ‘rretu. Lu cumamdante te l’esercitu araconese era Federico d’Aragona principe D’Altamura. L’eserciti sta battajavane ‘nnanzi a Bari addhu stava puru la mujere te Federico d’Aragona ca se chiamava Isabella. Cu pozzane stare tranquilli e sicuri te la cuerra Federico mandau mujerasa a Caddhipuli ca stava cu li Aragonesi. Allu 4 brile 1495 Isabella D’Aragona mandau na lettra alla comune te Caddhipuli cu dice ca sta ‘rrivava e li caddhipulini se prasciara tutti cu la pozzane ‘bbire alle case loru e la trattara comu na regina. Quando poi Isabella D’Aragona regina diventau te taveru, subbitu se ricurdau te li bravi caddhipulini e cu n’addha lettre ‘nde tisse a tutti li caddhipulini, ca li chiamau “magnifices et nobiles viri fideles nostri dilectissimi” ca era fijatu.

Via MATTEO CALO’Via MATTEO CALO’: A famijia Calò era na famijia mutu ‘mpurtante e ‘ntica a Caddhipuli e li Calò fora puru sindaci, lu primu Francesco Calò allu 1497 spicciandu cu Maurizio Calò allu 1709. La strappina te li Calò spicciau allu 1760 quandu morse papa Fausto Calò. Ma puru ca nù c’erene ‘cchiui li Calò se santia tire: “sciamu sotta allu Calò”, cu se indica nu puntu te lu portu addhu ‘nc’era, sullu muru, lu palazzu Calò ca stava ‘nnanzi Santu Patre. Nu Calò ‘mpurtante foe nu surdatu: Matteo Calò ca, comu putimu vitire alle “memorie storiche di Gallipoli” scritte te lu Micetti, cumbattiu puru alla famosa battaja navale te Lepanto addhu la Lega Santa, ca era nu ‘mbiscatiju te eserciti ca ‘nc’era puru l’esercitu te Venezia e quiddhu spagnolu, vinse contru li Turchi ca erene cumandati te Mohamed Alì Pascià. Matteo Calò cumbattiu puru tante addhe battaje e ippe muti onori. Straccu se ‘nde turnau a Caddhipuli, ma lu chiamara subitu comu capitanu cu pozza difendere la città te l’Isola Di Calabria contro li corsari. A Reggio Calabria se spusau cu na bella signura ca tania puru na bella tota e addhai stessu morse e lu pracara.

Via-ROBERTO-D’ANGIOVia ROBERTO D’ANGIO’: Ci Carlo I d’Angiò foe cusì tremendu cu Caddhipuli tantu ca la manau ‘nterra completamente allu 1284, tocca ‘nde ricurdamu puru te lu napote… lu re Roberto D’Angiò ca foe ‘nbece nu brau re pè caddhipuli. Incoronatu allu 1309 tese lu parmessu a li caddhipulini cu tornene a Caddhipuli e cu ricostruiscene la città, vinne iddhu stessu cu bite la rinascita te caddhipuli e se curcau alla “curte dei Reggi” a ‘rretu allu cumentu te Santu Patre. E nù spiccia a ‘cquai, topu ca nu rappresentante te “l’Univerità te Gallipoli”, ca era lu cuvernatore te lu paese, ca se chiamava Simonetto de Brasia, lu re ‘nde fice visita cu nu diploma te lu 25 settembre 1327, ca tava a Caddhipuli lu dirittu cu minte tributi e cu li ‘ncassa su tutti li prodotti e la merce ca ‘ssiane te la città. Cu stu diploma Caddhipuli tania puru lu dirittu te proprietà te la Tunnara.

Gli Armonauti

logo_gliarmonautiGli Armonauti, compagnia di Teatro e Spettacolo. Costituitasi nel 2005, la Compagnia Teatrale “Gli Armonauti” con la volontà di riunire le differenti competenze ed esperienze maturate da parte dei soci fondatori nel campo dello spettacolo e della cultura, si è sempre impegnata nel proporsi in maniera originale a quanti  condividono la passione per il palcoscenico. Altro obiettivo  è stato quello di diffondere il teatro brillante deii drammaturghi contemporanei, soprattutto italiani, che tanto poco sono conosciuti nella provincia, ma che costituiscono un ricco patrimonio per la nostra cultura. Prendono così vita spettacoli che riescono a coniugare la musica, la danza e la recitazione in un discorso che cerca di proporsi in maniera stimolante e suggestiva.

Chiama 347 717 8858

facebook: Gli Armonauti Compagnia teatrale

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